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Licia Romano, l’archeologa che fa scavi nell’Iraq dell’Isis

Nel sud del Paese una spedizione italiana sta riportando alla luce antiche città. È guidata da una ragazza piena di entusiasmo. Che però deve fare i conti con gli integralisti

«Non scriverlo, che poi mio marito legge. Ma io, dopo una giornata di scavi, torno al mio alloggio con le unghie nere, i calli alle mani, le dita arrossate, la colla sui pantaloni... » mi dice (sicuramente esagerando) Licia Romano, 31 anni, archeologa dell'università La Sapienza di Roma. Dirige, insieme a Franco D'Agostino, professore di Assirologia dell'ateneo, l'unica missione internazionale ora al lavoro nel Sud dell'Iraq.

Licia parla del lavoro sul campo, delle giornate che iniziano alle 5 del mattino, della bellezza delle città irachene.

Ma la prima domanda va a un'altra preoccupazione. Lei e i suoi colleghi, in tutto 7 donne e 2 uomini, si trovano a Nassiriya, a poche ore di auto dagli integralisti dell'Isis, i fanatici islamici che rapiscono gli stranieri e seminano il panico tra la popolazione dell'Iraq.

Di questo ho parlato a lungo con Licia nell'intervista del numero ora in edicola di Donna Moderna. E siccome la situazione cambia di giorno in giorno, torno sull'argomento quando risento l'archeologa per questo post: 2 ore fa.

Licia Romano e una collega a Nassiriya



«Mi hanno detto che in questi giorni l'Isis, presente nel nord del Paese, si sta avvicinando sempre più a Baghdad» racconta Licia. «Una brutta notizia per l'Iraq e per la nostra spedizione. Non siamo vicini alla capitale, ma volevamo raggiungerla tra un mese, prima di rientrare in Italia. È chiaro che saremo costretti a rinunciare, se gli esperti della sicurezza iracheni, che ci scortano in ogni spostamento, ci sconsiglieranno il viaggio».

Ma non dovete pensare a una ragazza angosciata. Tutt'altro: l'archeologa italiana è piena di entusiasmo per la missione, come i suoi colleghi.

Infatti inizia il nostro collegamento video su Skype mostrandomi dall'Iraq i reperti più belli riportati alla luce finora dalla spedizione iniziata il 4 settembre.

«Vedi? Ti sto mostrando un'antica coppa usata nei banchetti funerari. E questo, invece, è un piccolo modellino di carro. Risale a 2400 anni prima di Cristo». Che precisione, Licia. «La datazione è resa possibile dalla ceramica, un materiale che registra gli usi e i gusti di un certo periodo. Se tra 3.000 anni qualcuno scaverà nel terreno, chiamerà la nostra epoca: Epoca di Ikea».

Qual è il vostro compito in Iraq?

«Da 4 anni portiamo avanti gli scavi ad Abu Tbeirah, poco lontano da Nassiriya: è un'antica città che ha conosciuto la sua epoca d'oro circa 2500 anni prima di Cristo. Siamo archeologi, restauratori, esperti di datazione e di linguaggio, e con noi lavora una squadra di operai del luogo, specializzati in scavi archeologici, che, sotto la nostra guida, riportano alla luce edifici rimasti sepolti nei secoli sotto la sabbia del deserto. Non sono ruderi ma interi palazzi: quello a cui stiamo lavorando è enorme, centinaia di metri quadrati. Quest'anno abbiamo anche l'incarico di realizzare alcuni restauri di edifici di Ur, la più antica città fondata dall'uomo. Sono finanziati dalla Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri. Attività che fanno parte di un'iniziativa internazionale per l'inserimento di Ur nella lista dei siti Patrimonio dell'umanità dell'Unesco. Sembra incredibile che non lo sia già, ma il riconoscimento viene dato solo se un Paese si impegna a tutelare e proteggere i beni artistici. E qui siamo in Iraq...».

Gatto Eridu



So che la popolazione di Nassiriya vi accoglie a braccia aperte. Puoi spiegarmi perché?
«Questa regione, come tutto il Paese, sogna la pace, dopo tanti conflitti. I pozzi petroliferi hanno portato denaro. Ma gli iracheni, soprattutto nel Sud meno toccato dalla guerra civile, sperano di tornare a una vita normale e di richiamare visitatori e turisti. Di uscire dall'isolamento, insomma. La nostra missione può dare un contributo a rendere più belli Nassiriya e i dintorni. Per dire, quest'anno siamo riusciti a bloccare la costruzione di un oleodotto che nei progetti avrebbe dovuto attraversare l'area archeologica di Abu Tbeirah. Sarebbe stato un disastro. La gente ora ci è riconoscente, un po' meno le compagnie petrolifere».

Com'è Nassiriya?
«E' una città moderna, vivace, costruita a fine Ottocento, con un suk, il caffè letterario dove incontriamo i nostri amici iracheni e un grande centro commerciale. Sono altri i luoghi di interesse storico. Da Bassora, la Venezia del Medio Oriente, attraversata da canali d'acqua, a Baghdad con i suoi porticati di legno lavorati».

Licia, mi spieghi cosa c'è di femminile nel lavoro dell'archeologo?
«Ben poco, a giudicare dalle mie mani scorticate» ride ancora la ricercatrice italiana, e io ancora non le credo. «Sul campo sembriamo dei maschiacci. Lavoriamo senza guanti per poter toccare il terreno, giudicare cosa conservare e cosa scartare, distinguere un reperto da un semplice pezzo di argilla. Probabilmente le donne si sentono delle levatrici, sono attratte dalla missione di far rivivere antiche civiltà. Una vita senza comodità.  Sono in Iraq dal 4 settembre, nel primo mese ero sola a Nassiriya, ogni mattina mi alzo alle 5 per iniziare subito il lavoro senza l'aria rovente della tarda mattina, nel pomeriggio proseguo senza sosta in laboratorio con la catalogazione dei reperti, ora finalmente con la mia collega Desiré Bragalone. E la sera vado a letto alle 9 e mezza, dopo due chiacchiere e una fumata di nargile. Eppure l'adrenalina, il brivido della scoperta sono tali che non vedo l'ora di tornare allo scavo sul terreno. Purtroppo gli effetti del cambiamento climatico si sentono anche in Iraq. E la stagione delle piogge, che ogni autunno segna la fine della nostra missione a Nassirya, anticipa sempre più il suo arrivo. Ma adesso scusami molto, devo tornare ai miei cocci di 4000 anni fa!».

Licia Romano, l'archeologa che fa scavi nell'Iraq dell'Isis
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