Tutte le tappe della Brexit

Il 23 giugno 2016 gli inglesi sceglievano la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea: vi erano entrati nel 1973. I negoziati devono ancora partire: ma il primo passaggio sarà la richiesta da parte del premier Theresa May di applicazione dell’articolo 50 dei Trattato dell'Unione europea, quello che definisce l’uscita di uno Stato membro. Poi ci vorranno almeno altri due anni di negoziati.

23 giugno 2016. Il voto

C’è una data simbolo che ci farà ricordare l'uscita del Regno Unito dall’Ue? Sicuramente è quella del 23 giugno del 2016, quando oltre 17 milioni di persone, equivalenti al 51,9% dei voti, si sono espresse a favore della Brexit attraverso un referendum consultivo. 

Il giorno successivo, il primo effetto concreto della vittoria del “Leave”: le dimissioni del primo ministro David Cameron. Il leader del partito conservatore era stato il promotore del referendum e nei mesi precedenti si era speso molto per il “Remain”, il fronte contrario all’uscita dall’Ue. «Non è giusto che io sia il capitano che guiderà la nave verso la destinazione futura» aveva detto, riconoscendo la propria sconfitta.

Quali errori sono stati commessi? «Vi sono stati dei segnali chiari che andavano in direzione della Brexit già durante la campagna referendaria. Il primo è arrivato da una rottura dentro il sistema dei partiti del Regno Unito. In particolare, dentro il partito di centro-sinistra, il Labour Party, il voto pro “remain”, restare nell’Ue, invece di coalizzare i suoi elettori, l’ha fatto deflagrare. L’allora leader, esponente dell’ala sinistra, Jeremy Corbyn, è sempre stato accusato da numerosi leader del suo partito di non avere sostenuto con molta convinzione la posizione ufficiale del Labour Party: quella a favore della permanenza nell’Ue. Questa frantumazione ha lasciato un’enorme spazio di consenso al partito Conservatore e alla sua forte anima anti-Ue: talmente forte da spazzare via anche Cameron, il leader dei Conservatori, che si era speso invece per il “remain”» ci spiega Matteo Villa, ricercatore dell'Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano.

13 luglio. Theresa May premier

Passano tre settimane dal voto e si arriva al 13 luglio. Giorno in cui il ministro dell’Interno Theresa May raccoglie l’eredità di David Cameron e diventa la seconda donna della storia a capo del governo del Regno Unito dopo Margaret Thatcher. May aveva sostenuto il “remain”, in modo molto tiepido, ma una volta insediata pronuncia una frase netta: «Brexit means Brexit»: si va avanti.

«C’è stato un momento, fra il voto e questa frase, in cui si è pensato che il risultato referendario fosse in qualche modo modificabile e che la politica inglese sarebbe potuta intervenire per mantenere in Regno Unito dentro l’Ue» spiega Matteo Villa. «Il referendum era infatti solo consultivo: il Parlamento avrebbe potuto anche ribaltarne il verdetto uscito dalle urne. Nel momento in cui la premier May pronuncia questa frase, l’Europa capisce che i margini di trattativa per tenere i sudditi di Sua Maestà dentro l’Ue sono finiti. È il punto di non ritorno».

Insediata al numero 10 di Downing Street, Theresa May nomina come ministro degli Esteri il conservatore Boris Johnson, uno dei principali sostenitori dell'uscita dall'Unione. Il nuovo primo ministro, il 2 ottobre, annuncia l’intenzione di attivare l’articolo 50 del trattato di Lisbona entro marzo 2017, come poi farà.

3 novembre. Si pronuncia l’Alta Corte

Una donna d’affari e attivista eurofila, Gina Miller, chiede un pronunciamento dell’Alta Corte inglese sulla procedura di uscita dall’Ue. Il governo è intenzionato ad andare avanti autonomamente, anche senza un passaggio parlamentare, forte del risultato referendario. Miller chiede ai giudici: la Corona, attraverso il governo di turno, ha il potere prerogativa di attivare la procedura di uscita? L’Alta Corte di Londra accoglie in primo grado il ricorso. Serve un altro passaggio: il voto favorevole del Parlamento. Si tratta di un obbligo che discende dai principi costituzionali fondamentali del Regno Unito e dalla natura consultiva del referendum di giugno. Il Parlamento è in ogni caso “sovrano” e non può essere scavalcato.

Il governo May presenta appello. Ma la Corte Suprema, il 24 gennaio 2017, respinge l’istanza con il voto di otto giudici contro tre. Il verdetto stabilisce anche che Irlanda del Nord, Galles e Scozia, le nazioni che costituiscono il Regno Unito, non potranno porre alcun veto sull'uscita dall’Ue.

8 febbraio 2017: “Brexit Bill”

L’8 febbraio 2017, con una maggioranza di 494 contro 122 voti, i membri del parlamento hanno approvato una legge per dare il via formale all’uscita dall’Ue. È il “Brexit Bill”, che passa a larghissima maggioranza, anche grazie a tre quarti dei deputati dell'opposizione laburista. Il governo presenta anche un “White Paper”, un documento per chiarire la strategia negoziale che verrà utilizzata. Vi si chiarisce l'impegno per “una nuova partnership” con Bruxelles.

13 marzo. … e Brexit sia!

Alla Camera dei Lord, il secondo ramo del parlamento inglese, vengono approvati due emendamenti al “Brexit Bill”. È un ping pong politico fra Camera Alta e Camera dei Comuni che va avanti fino al 13 marzo.

I Lord chiedono all'esecutivo di garantire i diritti dei cittadini europei già residenti in Gran Bretagna (circa 3,3 milioni di persone) e un nuovo voto, vincolante, dopo la chiusura dei negoziati con Bruxelles. Il governo è contrario a entrambi gli emendamenti al “Brexit bill”, che non passano neppure alla Camera dei Comuni, nella votazione del 13 marzo. A questo punto la discussione torna alla Camera dei Lord, che non propone più modifiche. Il testo uscito della Brexit Bill è dunque approvato. Il Governo può notificare la richiesta di applicazione dell’articolo 50 del Trattato Ue.

29 marzo. Che cosa accadrà?

«Il 29 marzo, la premier Theresa May notificherà la richiesta di applicazione dell’articolo 50. È l’atto formale alle autorità Ue con cui uno Stato chiede di uscire dall’Unione» chiarisce Matteo Villa, ricercatore dell’Ispi. «Da quel momento passerà un mese perché i leader europei si devono riunire (e questo accadrà il 29 aprile), per concordare la posizione negoziale iniziale. Da quest’ultima data comincia il conto alla rovescia per l’uscita: entro due anni, le due parti dovranno ridefinire tutti i termini del divorzio, non però i nuovi rapporti commerciali, cosa che dovrà essere avvenire con altre trattative».


Ma andiamo con ordine. «I 27 paesi rimasti nell’Ue devono decidere una posizione negoziale iniziale: queste saranno definite a giugno e verranno consegnate nella mani di un capo negoziatore per l’Ue, Michel Barnier, ex vicepresidente della Commissione europea ed ex ministro degli Esteri di Parigi» precisa Villa. Che cosa accadrà da aprile a giugno 2017? «In questo periodo verranno definiti alcuni aspetti pratici come i luoghi fisici del negoziato, se esso si farà, insomma, a Londra o a Bruxelles o in altra località, e quanto volte ci si dovrà incontrare».

Su che cosa negozieranno Ue e Uk?

Quali saranno i termini del divorzio? Ancora Villa, dell'Ispi: «Ci sono almeno 4 aspetti importantissimi da definire. Il primo e più importante riguarda il sistema normativo. C’è una grossa fetta del diritto comunitario che è stata recepita dal Regno Unito. Si parla di 40mila leggi e leggine. Si dovrà concordare che cosa togliere e cosa lasciare delle leggi dell’Unione presenti anche sul territorio inglese.

Il secondo punto riguarda il futuro dei britannici in Europa e degli europei nel Regno Unito. Si tratta di ridefinire i diritti di queste persone, i cittadini inglesi, che non saranno più europei.

Terzo aspetto: quello economico. Il conto del divorzio sarà salatissimo? Quanti soldi il Regno Unito deve all’Ue? Se si sommano gli arredati non saldati, i progetti comuni ancora in ballo e le pensioni da pagare ai funzionari britannici che lavorano nelle istituzioni europee, si calcola un cifra salatissima: dai 40 ai 60 miliardi di euro. Sarà battaglia su questa cifre.

Quarto punto: sarà da chiarire il diritto alla libera circolazione. Come si potrà entrare nel Regno Unito? E come gli inglesi potranno venire in Europa? Servirà un visto?». 

Chi sono i protagonisti di Brexit?


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La premier, Theresa May

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Il capo negoziatore che rappresenta l'Unione Europea, il francese Michel Barnier, ex vicepresidente della Commissione europea ed ex ministro degli Esteri di Parigi.

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L'ex premier inglese uscente, David Cameron

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Il leader dell'opposizione, Jeremy Corbyn (Labour party)

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La premier scozzese Nicola Sturgeon: ha annunciato un secondo referendum per l'indipendenza della Scozia

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Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk e il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker

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Al centro, Gina Miller, la donna d’affari e attivista eurofila che ha chiesto un pronunciamento dell’Alta Corte inglese sulla procedura di uscita dall’Ue

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Il ministro degli esteri inglese, Boris Johnson

E gli accordi commerciali fra Ue e Uk?

«Questo aspetto non è sul “piatto” della richiesta di uscita. Serviranno altri incontri per ridefinire da capo le relazioni commerciali fra l’Isola e l’Unione: per esempio se torneranno i dazi. Si dovrà procedere a parte, perché questo aspetto non è inserito fra gli argomenti di negoziato una volta richiesta l’uscita. Non c’è nemmeno un tempistica definita: potrebbero durare anche 20 anni», precisa Villa.

Le reazioni interne al Regno Unito

Il fronte Brexit aprirà altre brecce. Ci sono i partiti territoriali indipendentisti come lo Scottish National Party che chiede un secondo referendum, dopo quello già tenuto nel 2014 per staccarsi dal Regno Unito. La premier scozzese Nicola Sturgeon ha dichiarato che lo chiederà al Parlamento scozzese. Ma il governo inglese ha già detto no. In una nota, May ha chiarito che un voto del genere causerebbe incertezza e ha ricordato che il tentativo di secessione via elettorale è già stata respinto, tre anni prima.

Non preoccupa solo la Scozia. Preme per andarsene dal Regno Unito anche l’Irlanda del Nord. Che è un altro paese al bivio. Nel referendum di giugno, l’Irlanda del Nord (come la Scozia) votò per rimanere nella Ue. Nel 1998, con la firma di uno storico accordo, quella nazione aveva messo fine a trent’anni di guerra civile, con oltre 3 mila morti fra cattolici indipendentisti e protestanti fedeli a Sua Maestà. «Ora ci potrebbero essere delle derive violente e di instabilità. Cose che non vedevamo da decenni», ci dice Villa.

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