Don Stefano e le carezze mancate

Don Stefano è il parroco di Cura Carpignano, paese di circa 5.000 abitanti alle porte di Pavia. Come altri religiosi, in questo momento vorrebbe confortare i suoi parrocchiani ma non può. Le chiese sono chiuse e se prima del Coronavirus c'era solo la messa della domenica su Rai 1 ora si assiste al record di ascolti di TV2000: l'emittente controllata dalla Conferenza episcopale italiana ha trasmesso Il rosario per l'Italia con Papa Francesco seguito da più di 4 milioni di telespettatori e dà appuntamento ai fedeli con tre messe al giorno. Ed è così che ci si prepara a a una Pasqua inedita

«Don, si sentono le campane a lutto, qui si continua a morire» mi hanno detto alcuni parrocchiani incontrati in un negozio pochi giorni prima dell’obbligo di chiusura. Ho risposto che sono prete da 40 anni e che le campane hanno sempre suonato a lutto, perché da sempre si muore. Quello che però fa la differenza, oggi con il coronavirus, è che sentiamo la morte molto vicina. Soprattutto ora che viviamo nell’emergenza e la morte è arrivata anche qui in paese, portandosi via tre persone.

In passato mi è capitato di essere andato in ospedale a dare la benedizione a un defunto deceduto a causa di un’infezione: già allora sentivo tutta la solitudine in cui quella persona ci aveva lasciati. Oggi sono forti il disorientamento e il dolore dei parenti che non possono accompagnare i loro cari in ospedale, essere con loro per dare una carezza, tenergli la mano. Non riescono neppure a vedere per l’ultima volta il loro viso. Io stesso provo disagio nel non poter confortare personalmente i familiari, nè vivere accanto a loro un momento di preghiera perché sono in quarantena. Certo, si puo’ parlare al telefono, ma la vicinanza fisica è un’altra cosa. È fatta anche di silenzio per accogliere sfoghi di rabbia di fronte al mistero della morte. Ed è fatta di parole di supporto e speranza per riportare al nucleo della fede cristiana, di un Dio che non punisce o permette il male, ma cammina con noi dando un senso al dolore.

Poi c’è il problema del funerale: si può celebrare come rito funebre al cimitero con pochi parenti stretti, non in tanti all’interno di una chiesa, come siamo abituati a fare. La comunità, perdendo anche questi momenti di aggregazione, si sente oppressa. Le persone - sempre meno certo, ma ci sono - che venivano in chiesa tutti i giorni, adesso soffrono perché con la messa a porte chiuse sono private dell’eucarestia. Si tratta soprattutto di anziani abituati a un rito che, grazie al contatto con il sacro, dà loro sicurezza. Anche per noi sacerdoti è una Quaresima che ci pone domande forti, inedite; non sappiamo come celebreremo la Settimana Santa e la Pasqua. Io credo però che, oltre alla paura e alla tanta sofferenza che stiamo provando, la situazione prodotta dal virus possa portare qualcosa di positivo. Vediamo sorgere in tutta Italia dimensioni nuove di solidarietà. Gli stessi giovani, prima attaccati al cellulare, ora che sono chiusi in casa e non possono incontrare i loro amici, percepiscono il fatto che il virtuale non basta.

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