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Il weekend? per me ha il sapore della focaccia

Vivere in una piccola città di mare può sembrare noioso ma qualche vantaggio ce l'ha, soprattutto quando arriva l’estate. rn

Chi è nato in una città di mare non sa cosa vuol dire andare in vacanza. Così era negli anni del boom economico, quando gli spostamenti erano più complicati ma la vita per tutti era più semplice. Così è ancora adesso a Spezia, come la chiamiamo noi omettendo l’articolo.

Appena diciannovenne, fresca di diploma di maturità classica con grande entusiasmo andai a studiare a Milano, e un mercoledì la prima cosa che mi sentii chiedere da una compagna di scuola fu: “dove vai questo weekend?” Cos’era il weekend? Noi a Spezia non avevamo il weekend. Noi a Spezia sia d’estate che d’inverno si decide cosa fare secondo il tempo e la voglia, perchè è un attimo raggiungere una spiaggia o la campagna dell’entroterra o una montagna sull’Appennino.

Quand’ero piccola, nei primi weekend d’estate, mio nonno mi portava a pescare, mi avvertiva la sera prima. Partivamo io, lui e la nonna prestissimo verso le sei del mattino e, prima di salire in barca, facevamo scorta di focaccia nel carugio di Portovenere, inondato dal profumo inebriante che proveniva dal forno del panettiere.

Dal molo di legno traballante salivo con un balzo da capretta sul motoscafo, per me era la barca da pesca, un elegantissimo Riva con i sedili bianchi profilati di blu, una linea slanciata ed essenziale.

E allora si partiva verso l’isola del Tino e tutte le volte il nonno faceva il giro attorno alla Torre Scola davanti alla Palmaria raccontandomi storie di pirati e di combattimenti. Nelle mie fantasie di bambina avevo paura di trovarmi lì da sola in mezzo a una tempesta. Quella torre che si erge in mezzo al mare ancora adesso mi inquieta.

Ci spingevamo spesso lontano se il mare lo consentiva, se invece c’erano troppe onde si cercava un punto riparato per pescare in tranquillità. Il rito della lenza era fantastico, innanzitutto bisognava scegliere lo spessore del filo secondo la profondità del mare, importantissimi erano i pesi di piombo da calibrare molto bene e quei deliziosi pennacchietti colorati da appendere in modo da attirare i pesci. E poi le esche, io non riuscivo a infilzare i vermi, mi facevano ribrezzo e avevo imparato ad avvolgere l’amo con il mollusco del muscolo (cozza per gli stranieri) tanto che riuscivo a celarne la punta con maestria.

In religioso silenzio ognuno gettava la lenza davanti a sè appena un po’ lontano e poi si attendeva facendo dei piccoli movimenti con la mano, il filo appoggiato al dito indice finchè non si avvertiva una toccatina, poi un’altra, poi una più forte e in quel momento si mettevano alla prova l’abilità e la prontezza nel tirare su la lenza con un piccolo strappo per agganciare il pesce.

Quando mi accorgevo che aveva abboccato, tiravo velocemente su il filo incurante del groviglio che creavo sulla plancia della  barca e finalmente mostravo trionfante  il mio bottino.

Erano quasi sempre zigoelle, corpo allungato e dipinto da mille striature colorate, qualche volta pescavamo anche i boccaloni rossastri con una bocca molto grossa da cui il detto spezzino: sei un boccalone. Tutti ottimi per la frittura, quando se ne pescavano tanti la sera era una festa.

Soddisfatta della pesca, avevo il permesso di fare il bagno, mi tuffavo, senza paura dell’acqua scura e profonda  spiccavo il volo dalla prua, andavo gìù, poi tornavo a galla e facevo il giro del motoscafo ma non mi allontanavo più di tanto, e non lo perdevo mai di vista.

Poi, avvolta nel mio accappatoio blu - ancora adesso non posso concepirne uno che non sia blu - con le gambe ciondoloni dalla prua, mordevo con gusto la meritata focaccia, squisita, croccante, con le bolle  grondanti di strutto. Non c’è nulla di più buono di una focaccia assaporata in mezzo al mare, la salsedine la permea di un sapore speciale, provare per credere. La compro sempre in gran quantità ogni volta che torno a Portovenere, ma appena arrivo a casa a Milano, l’aria stagnante della pianura mi spegne quel gusto di mare e di ricordi.

Anche voi trapiantati a Milano avete la stessa sensazione quando tornate con un souvenir culinario dalla vostra terra? Sono curiosa di sapere cosa vi portate a casa di buono.

 

 

La focaccia

Sciogliere mezzo cubetto di lievito di birra in 250 gr di acqua tiepida, disporre 250 gr di farina manitoba a fontana e versarvi il lievito mescolando con le mani, aggiungere 30 gr di olio extravergine di oliva fino ad ottenere una pasta liscia ed elastica. Salare l'impasto.

Lasciar riposare la pasta sotto un telo per 15 minuti. Aggiungere all'impasto una patata bollita e schiacciata a purea, la rende più soffice. Stenderla in una teglia di alluminio unta di olio e lasciarla lievitare coperta ancora per 90 minuti, poi schiacciare con le dita creando delle fossette su cui versare a filo l’olio extravergine di oliva e del sale grosso tritato.

Cuocere in forno a 250° per circa 20 minuti fino a che si crea una crosticina.

 

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