Così potrò diventare mamma dopo il tumore al seno

09 03 2016 di Monica Piccini
<p>Elisabetta Fabi, 36 anni, romana, cura i progetti e gli eventi dell’associazione IncontraDonna onlus. Qui è nella sua casa con il cane Mela.</p> Credits: Daria Addabbo - Mondadori Portfolio

Elisabetta Fabi, 36 anni, romana, cura i progetti e gli eventi dell’associazione IncontraDonna onlus. Qui è nella sua casa con il cane Mela.

Elisabetta Fabi aveva 32 anni quando ha scoperto un cancro alla mammella. «Volevo vincere la malattia, ma sapevo che la chemio compromette la fertilità» dice. «Perciò, prima di curarmi, mi sono sottoposta a una nuova terapia per salvaguardare la possibilità di avere figli»

«Ero sdraiata sul divano con il mio futuro marito, Bruno. Ho alzato il braccio e all’improvviso ho sentito un bozzetto sotto al seno. Il giorno dopo sono corsa a fare un controllo: era la fine del 2011, è stato anche l’inizio del mio incontro con il cancro. Avevo solo 32 anni». Per Elisabetta Fabi, romana, laureata in Lettere con specializzazione in Archivistica, la diagnosi di tumore al seno arriva, però, con molto ritardo. «Ho perso tempo rivolgendomi al centro diagnostico sbagliato. Dopo varie ecografie e una mammografia continuavano a ripetermi: “Non c’è nulla, non si preoccupi”. Ma non ero tranquilla» racconta. Elisabetta si rivolge all’Unità di senologia dell’ospedale Sant’Andrea di Roma.

«Sono stata presa in carico dall’équipe medica della dottoressa Adriana Bonifacino, a cui devo letteralmente la vita. Non mi stancherò mai di ripeterlo: se sentite una pallina o un nodulo sospetto rivolgetevi a un senologo esperto abituato a visitare tantissimi pazienti, come accade in un grande ospedale pubblico». Il percorso che prospettano a Elisabetta non è dei più semplici: asportazione della mammella, chemioterapia e menopausa indotta per mettere a riposo le ovaie. «Ero incredula e piena di rabbia» racconta. «Mi ero appena sposata con Bruno, un figlio non era subito nei nostri programmi, ma sapere che la chemioterapia avrebbe potuto compromettere la possibilità di avere figli è stato un ulteriore macigno».

IN OSPEDALE MI HANNO PROPOSTO DI CONGELARE IL TESSUTO OVARICO: HO DETTO SUBITO SÌ
Cosa accade alla fertilità delle giovani pazienti oncologiche dipende dal tipo di cura, più o meno aggressiva, che può distruggere o ridurre la riserva di ovociti: in Italia si stima che il problema coinvolga tra le 15.000 e le 26.000 donne l’anno. «In quel momento la mia priorità era la guarigione, ma i medici mi hanno suggerito di sottopormi, dopo l’asportazione del seno e prima della chemio, a un intervento sperimentale per salvaguardare la fertilità: la crioconservazione del tessuto ovarico» spiega Elisabetta. «Avevo i requisiti giusti - età inferiore ai 36 anni e test infettivologici negativi - per ricorrere gratuitamente all’operazione. In un’ora di anestesia totale, con una biopsia in laparoscopia e quattro buchini nel pube, mi hanno prelevato dei frammenti di ovaie per congelarli e reimpiantarli una volta finite le cure, se ci saranno le condizioni giuste. Non è detto che funzioni, ma è una carta in più che ci si può giocare per non dover dire addio al desiderio di un figlio e per allontanare gli effetti della menopausa indotta.

Purtroppo non tutti i medici sono informati e avvisano le ragazze di questa possibilità: invece bisogna parlarne il più possibile e fare passaparola». L’intervento di Elisabetta è stato eseguito all’ospedale Sant’Orsola di Bologna dal team della dottoressa Raffaella Fabbri, che sperimenta il metodo dal 2010 e che fa circa 70-80 prelievi all’anno, ma ci sono strutture analoghe a Torino e Palermo. La tecnica ha successo nel 25% dei casi: secondo un’indagine americana sarebbero 60 i bambini nati fino a oggi nel mondo con questo metodo. Lo scopo è aiutare le pazienti con tumori ormono-dipendenti a far ripartire naturalmente il ciclo riproduttivo: alcune donne, infatti, tornano a essere fertili da sole dopo la chemio o dopo i 5 anni di menopausa indotta dai farmaci come da protocollo, altre purtroppo restano sterili e non possono più vivere la maternità.

MIO MARITO NON MI HA LASCIATA MAI SOLA
Racconta Elisabetta: «Una settimana prima di andare a Bologna, nel luglio 2013, ho subito un intervento demolitivo alla mammella. È cominciata una fase tosta in cui mi guardavo allo specchio senza capelli, grigia in volto, con i brufoli, senza un seno... Mio marito Bruno non mi ha lasciata un attimo, mi ha sempre ripetuto che mi vedeva bella e abbiamo trovato un nostro modo di amarci e desiderarci lo stesso».

Elisabetta ha reagito al tumore con coraggio, creandosi una rete di sostegno: «Mi sono fatta seguire, oltre che dall’Unità di senologia del Sant’Andrea, da una nutrizionista e da una ginecologa per alleviare i sintomi della menopausa: purtroppo non avere il ciclo vuol dire sopportare ripercussioni a livello fisico, dalle vampate al principio di osteoporosi. Ho continuato anche a fare sport per recuperare l’uso del braccio dopo che mi hanno rimosso i linfonodi». I momenti di sconforto, naturalmente, non sono mancati: «La malattia è democratica, ci fa sentire tutte uguali. Ci sono state giornate “no”, per esempio quando le difese immunitarie si abbassavano e dovevo rimandare le sedute di chemio, spostando sempre più in là la fine delle cure. Allora chiamavo le mie amiche: “Sto male, mi vedo brutta, non voglio stare da sola, datemi una mano”. E loro correvano da me. Il cancro ti costringe a convivere con l’ansia e il panico e ho imparato a sfogarmi con lo sport: crossfit leggero e hip hop».

Per Elisabetta è presto per fare il trapianto di tessuto ovarico: «Ma sono contenta di aver avuto questa possibilità perché mi ha dato una grande sicurezza psicologica. Il dubbio, quando scopri di avere un tumore, è che per te non ci sia un futuro. Se il tuo medico ti consiglia un percorso simile vuol dire, invece, che per te è previsto un “dopo”».

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