Siamo un popolo di evasori fiscali?

27 01 2016 di Sara Scheggia

Lo ha calcolato uno studio di Confindustria: le imposte non versate ammontano a 122 miliardi di euro. Perché tanti riescono a non pagare il dovuto? Qui 5 esperti spiegano le ragioni. E le possibili soluzioni

<p>Italiani, popolo di evasori? Parrebbe di sì, a giudicare da un recente studio di Confindustria: <b>122 miliardi di euro</b> non sono mai arrivati nelle casse del Fisco. Peggio di noi, secondo la Commissione europea, fanno solo Romania, Lituania, Slovacchia e Grecia. Un bel primato. Ma perché si evade tanto? Abbiamo chiesto a 5 esperti di spiegarci i motivi. E quali contromisure si potrebbero adottare.</p> Credits: Ansa

Italiani, popolo di evasori? Parrebbe di sì, a giudicare da un recente studio di Confindustria: 122 miliardi di euro non sono mai arrivati nelle casse del Fisco. Peggio di noi, secondo la Commissione europea, fanno solo Romania, Lituania, Slovacchia e Grecia. Un bel primato. Ma perché si evade tanto? Abbiamo chiesto a 5 esperti di spiegarci i motivi. E quali contromisure si potrebbero adottare.

Se il problema è tanto grave da essere stato menzionato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo primo discorso di fine anno, identificare gli inadempienti non è facile. Al punto che quasi ogni giorno emerge qualche caso controverso. Nelle scorse settimane, mentre l’imprenditrice Diana Bracco veniva rinviata a giudizio per presunta evasione, la Corte di Cassazione ha assolto dalla stessa accusa un manager di Pescara che non aveva saldato l’Iva e le tasse perché doveva, a sua volta, ricevere pagamenti dallo Stato per quasi 4 milioni di euro. Insomma, in materia fiscale la confusione è grande.

<p>Loretta Napoleoni economista e saggista</p><p>«In Italia si evade perché, approfittando di condoni e leggine, <b>spesso si riesce a farla franca</b>. Il problema di base è la mancanza di un legame tra il comportamento virtuoso del cittadino e il livello dei servizi ricevuto dallo Stato. In pratica: se io, in cambio delle mie tasse, usufruisco di ospedali efficienti o di scuole valide, sarò motivato a continuare così. Se invece non ricevo benefici equivalenti a ciò che ho versato, preferisco omettere parte del reddito e con gli stessi soldi, magari, iscrivere mio figlio a una scuola privata. <b>Chi ci rimette</b> da questo sistema? I contribuenti onesti e quanti sono “costretti” a essere tali, come i lavoratori dipendenti.</p><p><b>La soluzione? Migliorare i servizi</b>: una svolta che non richiede più investimenti, bensì meno sprechi. Un secondo rimedio, rivolto alle grandi società, sta in un efficace coordinamento fiscale tra Paesi. Pensiamo ai colossi stranieri, come per esempio Apple: fino a poche settimane fa, guadagnava milioni in Italia ma, avendo il suo domicilio fiscale altrove, non pagava nulla. Non è giusto però che si incassino i soldi degli italiani senza restituirne loro, in tasse, almeno un po’».</p> Credits: illustrazioni di Sketchapensieri

Loretta Napoleoni economista e saggista

«In Italia si evade perché, approfittando di condoni e leggine, spesso si riesce a farla franca. Il problema di base è la mancanza di un legame tra il comportamento virtuoso del cittadino e il livello dei servizi ricevuto dallo Stato. In pratica: se io, in cambio delle mie tasse, usufruisco di ospedali efficienti o di scuole valide, sarò motivato a continuare così. Se invece non ricevo benefici equivalenti a ciò che ho versato, preferisco omettere parte del reddito e con gli stessi soldi, magari, iscrivere mio figlio a una scuola privata. Chi ci rimette da questo sistema? I contribuenti onesti e quanti sono “costretti” a essere tali, come i lavoratori dipendenti.

La soluzione? Migliorare i servizi: una svolta che non richiede più investimenti, bensì meno sprechi. Un secondo rimedio, rivolto alle grandi società, sta in un efficace coordinamento fiscale tra Paesi. Pensiamo ai colossi stranieri, come per esempio Apple: fino a poche settimane fa, guadagnava milioni in Italia ma, avendo il suo domicilio fiscale altrove, non pagava nulla. Non è giusto però che si incassino i soldi degli italiani senza restituirne loro, in tasse, almeno un po’».

<p>Mario Baldassarri economista e presidente del centro studi Economia Reale</p><p>«Sono più di 30 anni che sento dire che l’evasione è un problema prioritario per l’Italia. Purtroppo <b>non sono state prese contromisure concrete</b> perché alla politica, nonostante gli slogan, non è mai importata questa battaglia. Anzi, l’assenza di efficaci sistemi di prevenzione ha fatto comodo a quelle migliaia di italiani che, negli anni e grazie al “nero”, hanno accumulato ingenti patrimoni. Se i parlamentari si fossero messi di traverso, con severe leggi fiscali, avrebbero perso il loro voto e rischiato la poltrona. Ovviamente non ci hanno neppure provato. Con una <b>seria politica antievasione</b> oggi potremmo avere un Pil più alto di almeno 95 miliardi di euro.</p><p>Per contrastare l’economia sommersa bisognerebbe usare gli strumenti già a disposizione e introdurre da subito un <b>sano “conflitto di interessi”</b> tra contribuenti. Se potessi scaricare le spese per il meccanico, sarei il primo a volere la fattura ed entrambi saremmo in regola col Fisco. Se, invece, della ricevuta non me ne faccio nulla, preferisco saldare in nero. Allora, perché non estendere il meccanismo applicato già oggi alle ristrutturazioni edilizie e <b>aumentare le detrazioni </b>per scuola, sanità o badanti? Cambierebbe le cose. E parecchio».</p> Credits: illustrazioni di Sketchapensieri

Mario Baldassarri economista e presidente del centro studi Economia Reale

«Sono più di 30 anni che sento dire che l’evasione è un problema prioritario per l’Italia. Purtroppo non sono state prese contromisure concrete perché alla politica, nonostante gli slogan, non è mai importata questa battaglia. Anzi, l’assenza di efficaci sistemi di prevenzione ha fatto comodo a quelle migliaia di italiani che, negli anni e grazie al “nero”, hanno accumulato ingenti patrimoni. Se i parlamentari si fossero messi di traverso, con severe leggi fiscali, avrebbero perso il loro voto e rischiato la poltrona. Ovviamente non ci hanno neppure provato. Con una seria politica antievasione oggi potremmo avere un Pil più alto di almeno 95 miliardi di euro.

Per contrastare l’economia sommersa bisognerebbe usare gli strumenti già a disposizione e introdurre da subito un sano “conflitto di interessi” tra contribuenti. Se potessi scaricare le spese per il meccanico, sarei il primo a volere la fattura ed entrambi saremmo in regola col Fisco. Se, invece, della ricevuta non me ne faccio nulla, preferisco saldare in nero. Allora, perché non estendere il meccanismo applicato già oggi alle ristrutturazioni edilizie e aumentare le detrazioni per scuola, sanità o badanti? Cambierebbe le cose. E parecchio».

<p>Alessandro Santoro docente di Scienze delle finanze all’università Bicocca di Milano</p><p>«Un sommerso tanto impressionante deriva dall’<b>inefficienza dei controlli e dall’inadeguatezza di strumenti</b> quali il redditometro, che si basa su una media di consumi ed entrate per ciascuna categoria professionale e, a volte, è lontana dalla realtà. Così i contribuenti considerati “a rischio”, ossia i 5 milioni di lavoratori autonomi, hanno più margine per aggirare il Fisco.</p><p>Per contrastare il nero, lo Stato dovrebbe poter incrociare la quantità incredibile di dati che a oggi sono già raccolti ma non messi a confronto. Stiamo parlando di <b>transazioni ben tracciabili</b>: dai conti correnti ai consumi dell’elettricità o del gas. È quello che fanno molti Paesi europei, con buoni risultati: quando qualcosa non torna, si accende un campanello d’allarme e si va a indagare. In Italia, invece, <b>l’ispezione si fa a campione</b>, dopo qualche segnalazione o un 740 che “non torna”. Mentre, per dissuadere chi prova a fare il furbo, bisognerebbe incrociare sistematicamente il reddito dichiarato con gli estratti conto delle carte di credito o le uscite dei conti correnti: dati che a oggi sono contenuti in database distinti».</p> Credits: illustrazioni di Sketchapensieri

Alessandro Santoro docente di Scienze delle finanze all’università Bicocca di Milano

«Un sommerso tanto impressionante deriva dall’inefficienza dei controlli e dall’inadeguatezza di strumenti quali il redditometro, che si basa su una media di consumi ed entrate per ciascuna categoria professionale e, a volte, è lontana dalla realtà. Così i contribuenti considerati “a rischio”, ossia i 5 milioni di lavoratori autonomi, hanno più margine per aggirare il Fisco.

Per contrastare il nero, lo Stato dovrebbe poter incrociare la quantità incredibile di dati che a oggi sono già raccolti ma non messi a confronto. Stiamo parlando di transazioni ben tracciabili: dai conti correnti ai consumi dell’elettricità o del gas. È quello che fanno molti Paesi europei, con buoni risultati: quando qualcosa non torna, si accende un campanello d’allarme e si va a indagare. In Italia, invece, l’ispezione si fa a campione, dopo qualche segnalazione o un 740 che “non torna”. Mentre, per dissuadere chi prova a fare il furbo, bisognerebbe incrociare sistematicamente il reddito dichiarato con gli estratti conto delle carte di credito o le uscite dei conti correnti: dati che a oggi sono contenuti in database distinti».

<p>Luca Paolazzi direttore del Centro studi economia di Confindustria</p><p>«Secondo le nostre stime, citate dal Presidente Mattarella, <b>l’evasione in Italia ammonta al 7,5% del Prodotto interno lordo</b>. Dimezzando la percentuale, il Pil aumenterebbe del 3,1% e si creerebbero 335.000 posti di lavoro. A evadere, secondo lo studio, sono soprattutto le piccole imprese che operano in servizi, commercio, trasporti, ristorazione e costruzioni: impiegando scarsi addetti o fatturando per pochi clienti, hanno una contabilità più semplice. Come lo è, di conseguenza, la possibilità di alterare le cifre. Senza contare che un piccolo imprenditore rischia in media un controllo ogni 33 anni, mentre le società di capitali hanno il 98% di probabilità di essere ispezionate ogni 12 mesi.</p><p>L’evasione danneggia non solo i contribuenti virtuosi, ma anche chi la mette in pratica. Da un lato, <b>se tutti versassero le tasse, le aliquote si ridurrebbero</b>. Dall’altro, se una piccola impresa vuole crescere deve per forza mettersi in regola: maggiori sono le dimensioni di una ditta, maggiori i controlli. Incrementare i pagamenti elettronici, che tracciano i movimenti in denaro. Ed eliminare gli incentivi per gli ispettori: oggi mettono sotto esame soprattutto le grandi società perché queste ultime “patteggiano” a prescindere, anche se hanno i documenti in regola, dato che possono permettersi di fermare le attività per le settimane necessarie alle verifiche. Così <b>i controlli mirano a fare cassa</b> più che a beccare chi evade. Ma il Paese non ha futuro se a fare il furbo, oltre al controllato, è il controllore».</p> Credits: illustrazioni di Sketchapensieri

Luca Paolazzi direttore del Centro studi economia di Confindustria

«Secondo le nostre stime, citate dal Presidente Mattarella, l’evasione in Italia ammonta al 7,5% del Prodotto interno lordo. Dimezzando la percentuale, il Pil aumenterebbe del 3,1% e si creerebbero 335.000 posti di lavoro. A evadere, secondo lo studio, sono soprattutto le piccole imprese che operano in servizi, commercio, trasporti, ristorazione e costruzioni: impiegando scarsi addetti o fatturando per pochi clienti, hanno una contabilità più semplice. Come lo è, di conseguenza, la possibilità di alterare le cifre. Senza contare che un piccolo imprenditore rischia in media un controllo ogni 33 anni, mentre le società di capitali hanno il 98% di probabilità di essere ispezionate ogni 12 mesi.

L’evasione danneggia non solo i contribuenti virtuosi, ma anche chi la mette in pratica. Da un lato, se tutti versassero le tasse, le aliquote si ridurrebbero. Dall’altro, se una piccola impresa vuole crescere deve per forza mettersi in regola: maggiori sono le dimensioni di una ditta, maggiori i controlli. Incrementare i pagamenti elettronici, che tracciano i movimenti in denaro. Ed eliminare gli incentivi per gli ispettori: oggi mettono sotto esame soprattutto le grandi società perché queste ultime “patteggiano” a prescindere, anche se hanno i documenti in regola, dato che possono permettersi di fermare le attività per le settimane necessarie alle verifiche. Così i controlli mirano a fare cassa più che a beccare chi evade. Ma il Paese non ha futuro se a fare il furbo, oltre al controllato, è il controllore».

<p>Alessandra Paci avvocato e fondatore di Riemergo, associazione a sostegno di chi si indebita (riemergo.org).</p><p>«Molti italiani <b>non pagano quanto devono perché non ce la fanno</b>. Secondo l’Osservatorio Cerved, dal 2008 a oggi in Italia sono fallite 82.000 imprese, tra ditte individuali e aziende. E nei primi 8 mesi del 2015, dice Confesercenti, tra negozi e pubblici esercizi, hanno chiuso circa 30 imprese al giorno. Si tratta di persone costrette ad abbassare la serranda per mancanza di clienti oppure di liberi professionisti che, per pagare l’affitto, le bollette e la spesa, lasciano indietro le tasse o l’Iva. Di “furbetti” noi non ne incontriamo: anzi, è gente che prima di questa crisi pagava le tasse addirittura in anticipo e che oggi si vergogna di essere un “evasore”.</p><p><b>Se la pressione fiscale fosse più bassa</b>, tutti loro riuscirebbero a mettersi in regola e l’ammanco dalle casse pubbliche sarebbe minore. Ma, stando così le cose, l’unica soluzione è<b> favorire gli accordi </b>tra chi arranca a coprire le spese e le tasse, come si fa già con la rateizzazione dell’Iva. Oppure pensare a misure simili a quelle introdotte da alcuni Comuni, che permettono di pagare i debiti fiscali attraverso <b>lavori di pubblica utilità</b>».</p> Credits: illustrazioni di Sketchapensieri

Alessandra Paci avvocato e fondatore di Riemergo, associazione a sostegno di chi si indebita (riemergo.org).

«Molti italiani non pagano quanto devono perché non ce la fanno. Secondo l’Osservatorio Cerved, dal 2008 a oggi in Italia sono fallite 82.000 imprese, tra ditte individuali e aziende. E nei primi 8 mesi del 2015, dice Confesercenti, tra negozi e pubblici esercizi, hanno chiuso circa 30 imprese al giorno. Si tratta di persone costrette ad abbassare la serranda per mancanza di clienti oppure di liberi professionisti che, per pagare l’affitto, le bollette e la spesa, lasciano indietro le tasse o l’Iva. Di “furbetti” noi non ne incontriamo: anzi, è gente che prima di questa crisi pagava le tasse addirittura in anticipo e che oggi si vergogna di essere un “evasore”.

Se la pressione fiscale fosse più bassa, tutti loro riuscirebbero a mettersi in regola e l’ammanco dalle casse pubbliche sarebbe minore. Ma, stando così le cose, l’unica soluzione è favorire gli accordi tra chi arranca a coprire le spese e le tasse, come si fa già con la rateizzazione dell’Iva. Oppure pensare a misure simili a quelle introdotte da alcuni Comuni, che permettono di pagare i debiti fiscali attraverso lavori di pubblica utilità».

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