Siamo un popolo di evasori fiscali?

27 01 2016

Luca Paolazzi direttore del Centro studi economia di Confindustria

«Secondo le nostre stime, citate dal Presidente Mattarella, l’evasione in Italia ammonta al 7,5% del Prodotto interno lordo. Dimezzando la percentuale, il Pil aumenterebbe del 3,1% e si creerebbero 335.000 posti di lavoro. A evadere, secondo lo studio, sono soprattutto le piccole imprese che operano in servizi, commercio, trasporti, ristorazione e costruzioni: impiegando scarsi addetti o fatturando per pochi clienti, hanno una contabilità più semplice. Come lo è, di conseguenza, la possibilità di alterare le cifre. Senza contare che un piccolo imprenditore rischia in media un controllo ogni 33 anni, mentre le società di capitali hanno il 98% di probabilità di essere ispezionate ogni 12 mesi.

L’evasione danneggia non solo i contribuenti virtuosi, ma anche chi la mette in pratica. Da un lato, se tutti versassero le tasse, le aliquote si ridurrebbero. Dall’altro, se una piccola impresa vuole crescere deve per forza mettersi in regola: maggiori sono le dimensioni di una ditta, maggiori i controlli. Incrementare i pagamenti elettronici, che tracciano i movimenti in denaro. Ed eliminare gli incentivi per gli ispettori: oggi mettono sotto esame soprattutto le grandi società perché queste ultime “patteggiano” a prescindere, anche se hanno i documenti in regola, dato che possono permettersi di fermare le attività per le settimane necessarie alle verifiche. Così i controlli mirano a fare cassa più che a beccare chi evade. Ma il Paese non ha futuro se a fare il furbo, oltre al controllato, è il controllore».