La legge che obbliga a vaccinare è opportuna?

Credits: Manifestazione No Wax a Firenze (Ansa)
/5
di

Annalisa Monfreda

La nuova legge che obbliga a vaccinare i bambini mira a ripristinare l'immunità di gregge. Ma deresponsabilizza i cittadini. E crea un clima di sfiducia in cui chi è contro è autorizzato a sentirsi vittima del sistema

Un'opinione di:
Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...

Riassunto delle puntate precedenti. Da anni, in Italia si vaccina sempre meno.

La copertura per tutte le principali malattie è scesa sotto il 95%. Che è la soglia minima, secondo l’Oms, per garantire la cosiddetta immunità di gregge. E cioè quel fenomeno per cui vengono protetti anche coloro che non sono immuni. Si sono viste ricomparire malattie dimenticate come poliomielite e difterite. E diffondersi malattie che noi abbiamo preso ma i nostri figli non avrebbero dovuto, tipo il morbillo. Anni di dibattiti e campagne pro vaccino, fino alla decisione di qualche giorno fa: un decreto legge che rende obbligatori non più i 4 vaccini di oggi, bensì 12. Senza, non si potrà accedere a nidi e asili; si potranno frequentare le elementari, ma i genitori verranno multati.

La domanda è: perché non usare l’arma della cultura e dell’informazione invece che quella della legge, triplicando per giunta il numero di vaccini obbligatori? L’imposizione deresponsabilizza il cittadino. E in un contesto di sfiducia, complottismo e post verità, autorizza gli anti-vaccino a sentirsi ancora più vittime del sistema.

La risposta posso immaginarla. La sfiducia nell’arma dell’informazione nasce dall’identikit del bambino non vaccinato. Che, secondo uno studio americano, appartiene a famiglie di genitori laureati e con reddito medio alto. Lo conferma uno studio dell’università di Verona, che aggiunge un ulteriore paradosso: la mamma anti-vaccino spesso lavora in ambito sanitario, pur non essendo medico.

Se, dunque, sono proprio le persone di cultura a non far vaccinare i loro figli, è giusto perdere la fiducia nello strumento dell’informazione?

Io credo di no. Forse è il momento di riflettere sul modo in cui la scienza comunica. Per paura di perdere credibilità, le istituzioni scientifiche tendono a omettere l’incertezza, il dubbio. Trasmettono nozioni finite, sacrificando la trasparenza e la complessità dell’informazione. Ed è questo, più di tutto, a generare sospetto e lontananza.

Il rifiuto di discutere alla pari con i cittadini finisce per togliere autorevolezza allo scienziato. E accorciare, pericolosamente, la distanza tra bufale e verità.

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te