Scuola
March 1946: In post war Rome abandoned or orphaned children are taken in by the Order of the Sisters of Sacrimentini Bergamo and given a Catholic education. Food rations are provided by the United Nations Relief and Rehabilitation Association. (Photo by Chris Ware/Keystone Features/Getty Images)

La scuola che ha paura di parlare di omosessualità

In un progetto di lettura a Foligno alcuni insegnanti si rifiutano di mandare i propri alunni ad ascoltare Francesca Vecchioni, che ha scritto un libro sull'omosessualità. La ragione è la paura di ripercussioni da parte dei genitori.

Io c’ero, e la notizia che mi ha scandalizzato si può riassumere in poche righe: in un progetto di lettura per le scuole, a Foligno, alcuni insegnanti si sono rifiutati di mandare le proprie classi a conoscere Francesca Vecchioni, autrice di un libro che affronta, in maniera autobiografica, i temi legati all’omosessualità.

Il fatto che alcune persone non siano d'accordo rispetto alla possibilità che tutti, qualunque siano le proprie inclinazioni, si possano sposare, o formare una famiglia, è tollerabile, in un contesto democratico, di crescita civile, anche se, sotto sotto, stiamo parlando di valori ineludibili come l'uguaglianza.

Il cuore della questione, quello che mi ha scandalizzato non è questo aspetto. È il fatto che nel luogo dove si dovrebbero formare le regole del dibattito futuro per la convivenza civile, i primi a sottrarsi a questo compito siano proprio gli insegnanti.

Il tema cioè non è essere d'accordo o non esserlo, ma parlarne o non parlarne.

Non parlarne è una censura, è una presa di posizione a priori che esclude il dialogo, il dibattito, il confronto, la possibilità di crescita di una comunità. È bruciare i libri.

Ancora più scandalosa è la ragione per cui questi insegnanti non hanno portato i ragazzi a conoscere la Vecchioni, la ragione dichiarata all'organizzatrice del progetto:

«Per paura di ripercussioni da parte dei genitori», hanno detto.

Lo considero un paradosso, e il sintomo di un fallimento. Da parte degli insegnanti e da parte dei genitori.

È sempre più difficile fare il mestiere dell'insegnante: per le condizioni in cui versa la scuola, e proprio per i genitori che, a differenza di quanto accadeva prima, si sentono altrettanto competenti degli insegnanti e quindi in diritto di esprimere un giudizio sul loro operato.

In assoluto, non è sbagliato che i genitori si interessino dell'educazione dei propri figli.

Ma spesso i genitori assumono una posizione di difesa a priori, seguendo ragioni affettive che a volte non coincidono con una valutazione oggettiva dell'operato dei figli e dei loro insegnanti.

Dall'altra parte, circolano insegnanti sempre meno motivati, sempre più presi da beghe burocratiche, dai punteggi, dalle ingiustizie delle graduatorie, e perdono di vista la missione più importante: trasferire valori e saperi che la comunità ritiene cruciali alle nuove generazioni.

Questi valori e questi saperi non per forza devono coincidere con quelli delle famiglie di provenienza. Altrimenti, come dire, basterebbero i genitori a fargli da insegnanti?

Proprio per questo una parte della scuola è obbligatoria: per permettere a tutti i ragazzi di farsi una cultura, di formare un proprio pensiero indipendentemente dalle famiglie di provenienza, che, comunque, se vogliono, a casa, possono fare la propria parte (e noi che siamo adulti sappiamo bene quanta parte abbiano, nel bene  e nel male, nella formazione delle nostre individualità).

E allora, decidendo di non mandare i propri alunni ad ascoltare la Vecchioni - ma poteva essere chiunque, e parlare di qualunque cosa -, gli insegnanti hanno fallito, e, addossando la colpa ai genitori, hanno raddoppiato il proprio fallimento.

Che scuola è una scuola che ha paura dei genitori?

Per il futuro, ci aspettano molte sfide, importantissime: stiamo provando a costruire una comunità basata sulla convivenza pacifica, sulla tolleranza. Servono insegnanti coraggiosi che non abbiano paura del dialogo. Qualcuno c'è, l'ho visto, io c'ero.

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