Le scuole inglesi schedano gli studenti napoletani e siciliani

Ennesimo passo falso della Gran Bretagna in tempi (molto tesi) di Brexit: le scuole pubbliche schedano gli studenti in 4 tipologie di italiani, dal doc al meno doc, come il formaggio. E se fossimo stati noi a farlo? 

Mentre la Brexit procede spedita (d’altra parte gli inglesi non si sono mai sentiti europei), ecco l’ennesimo passo falso del Regno Unito: ora riguarda l’Italia. In tempi di tensione e sensibilità particolare sul tema dell’immigrazione, in parecchie scuole pubbliche della Gran Bretagna e del Galles, all’atto dell’iscrizione dei ragazzi si deve passare una sorta di sbarramento etnico. I genitori devono indicare a quale tipologia di italiani appartengano. Si spazia tra quattro sigle. «Ita», ovvero italiano. «Itaa», ovvero altri italiani («any other»), che non si capisce chi siano. Poi «Itan», per dire «Italian Neapoletan» e «Itas» che sta per «Italian Sicilian». Non credo si anecessario tradurre. Bene. Ricapitoliamo: ci sarebbe l’italiano doc (come il formaggio e il prosciutto). L’italiano meno doc, che sarebbe l’«altro». L’italiano di Napoli. E l’italiano della Sicilia.

Insomma, i bambini e gli adolescenti d’Italia sono tutti figli di emigrati, e su questo non ci piove. Il solo fatto di trovarsi in un paese straniero ti rende per forza un “expat”. E questo non dovrebbe essere un problema. Lo diventa nel momento in cui si trasforma in un'etichetta, un marchio gettato addosso a mo' di classificazione etnica, con presupposti - vien da pensare - tutt’altro che di merito scolastico. Facile immaginare, poi, chi siano i preferiti nella classifica. Non è dato sapere invece se alcune di queste tipologie vengano per esempio scartate. Sarebbe il colmo.

Confidiamo negli approfondimenti del caso da parte del nostro ambasciatore a Londra, lo stesso che ha sollevato il problema, spedendo al Foreign Office una “nota verbale”. Vediamo se il Regno Unito ne prenderà atto e cambierà rotta.

Una cosa è certa. La nostra penisola è troppo lunga e piena di differenze per non sacrificare le nostre infinite peculiarità quando ci definiamo italiani. Ma italiani lo siamo tutti, eccome. Come ha chiuso in un bell'english humour l’ambasciatore nella sua nota, lo siamo dal 1861. Chiediamoci piuttosto cosa sarebbe capitato se fossimo stati noi a proporre in Italia uno sbarramento etnico all’ingresso, per esempio, nelle nostre università.

Sono convinta che in Gran Bretagna, più che mappare le etnie degli studenti e degli impiegati (eh sì, la schedatura sta toccando pure a chi già un lavoro ce l’ha), dovrebbero occuparsi della debolezza della sterlina, al minimo storico da 31 anni. La moneta debole, insegnano gli economisti, aiuta le esportazioni e riduce le importazioni. Peccato che il Regno Unito dipenda in larga parte dalle importazioni in tema di materie prime e prodotti alimentari.

Il paese, insomma, non naviga su acque tranquille. Per non parlare delle fragilità scatenate dalla Brexit: gli agricoltori inglesi perderanno 4 miliardi di sterline di contributi UE, l’industria dell’auto traslocherà, insieme alla grande finanza. E non c'è da sperare in un'impennata delle nascite, in un paese a crescita ormai zero (e se si invertisse la rotta, a far figli sarebbero più probabilmente gli otto milioni di giovani stranieri presenti nell'isola, un numero mai stato così alto). Mi vien da pensare che noi italiani (Ita, Itaa, Itas, Itan: sì, tutti quanti!) siamo messi meglio. E comunque, non so come la pensiate voi, settentrionali o meridionali, ma io non mi sento offesa da un popolo che non usa il bidet.

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