Mamma in spiaggia: che fatica!

16 07 2015 di Alice Capiaghi
Woman checking on her baby --- Image by © Poppy Berry/Corbis
Woman checking on her baby --- Image by © Poppy Berry/Corbis
Seduta sotto l'ombrellone, incinta di otto mesi, mi guardo intorno e mi chiedo: come si sopravvive ai figli? Che tipo di mamma sarò io?

Che tipo di mamma sarò? Me lo chiedo in un pomeriggio di metà luglio mentre mi guardo intorno sulla spiaggia. Da sotto l’ombrellone, con una pancia di otto mesi, l’attività più interessante è quella di osservare le persone che popolano un microcosmo fatto di bikini e infradito.

Ogni fila parallela di ombrelloni ospita una tipologia di umanità: i ragazzi che hanno fatto le ore piccole nelle file più arretrate, i single che non alzano gli occhi dall’ultimo best seller a metà spiaggia e, più avanti, gli habitué mattinieri che chiacchierano tra di loro. La prima fila invece, quella più vicina all’acqua, è tutta occupata da mamme e papà alle prese con bambini: secchiello, paletta, passeggino e pargoli più o meno rumorosi, schiamazzanti, vivaci, che corrono a colmare buche di sabbia a suon di secchielli riempiti di mare.

Già che ci sono, visto che tra non molto toccherà a me, butto un occhio per vedere: 1. Come si fa. 2. Cosa mi devo aspettare. 3. Cosa è meglio evitare. 4. Se – e come – si può sopravvive ai figli.

Dopo diverse ore di attenta osservazione mi sembra di capire che l’educazione, anche quella spicciola, in spiaggia, che si impartisce ai figli dipende in larga parte dalla nazionalità dei genitori. E qui largo agli stereotipi (che però, in questo caso, si adattano perfettamente alla realtà).

Le mamme italiane sono apprensive, chiocce, si allarmano appena il figlioletto si allontana di qualche passo. Generalmente hanno un solo figlio che controllano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Sono indiscutibilmente stressate, stracariche di giocattoli e mi mettono una certa ansia.

Le mamme francesi hanno dai due figli in su, tutti con non più di un anno e mezzo di differenza. Il loro trucco sembra essere quello dei braccioli che infilano sulle braccia dei piccoli alla mattina e lì restano fino a sera. Un espediente mica male, visto che le fa stare tranquille mentre i figli giocano, non troppo sorvegliati, sul bagnasciuga. Meno ansiose delle italiane, si permettono di andare a fare il bagno mentre il figlio più piccolo dorme beato nella carrozzina.

Infine c’è il macrogruppo delle mamme nordiche: alte, snelle, biondissime, suscitano l’invidia di tutte le altre mamme. Sembrano dotate di una dose di pazienza inesauribile e, tra un castello di sabbia e una generosa dose di crema sulle spalle dei figli, trovano anche il tempo per dare un bacio appassionato al marito pieds dans l’eau.

Ed è qui che mi chiedo: che tipo di mamma sarò io? Sarò più chioccia o più tigre? Come me la caverò alle prese con capricci e pianti isterici? Diventerò isterica pure io?

Le guide, i libri, i commenti di chi ci è già passato non fanno che ripetermi: “vedrai che tutto cambierà”. Sì, ma come? E dovrà proprio cambiare tutto? Siamo proprio sicuri che le mie conversazioni e letture future dovranno essere tutte concentrate su pappe, nanne e ruttino? Devo per forza diventare un’esperta di cartoni animati? Davvero non avrò più tempo per andare a farmi la manicure? Davvero non avrò più un secondo per dare un bacio appassionato in riva al mare?

Preda di tutti questi dubbi, mi giro dall’altra parte e guardo il mare. È dunque questo l’ultimo baluardo di libertà?

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