Oggi basta un clic per parlare in una lingua diversa, un follow per unirsi persino ai lati opposti del globo. Eppure, tra maschi e femmine, ancora non ci si conosce. Lo prova questa ricerca condotta tra GenZ di nord e sud, nati prima e dopo il 2000, che mostra ancora una distanza invalicabile, alimentata da silenzi, stereotipi, aspettative e paure. Sono tante le cose che non ci diciamo, convinti che facciano apparire meno attraenti, meno macho (o femminili). Ma se ci ascoltassimo a vicenda, forse capiremmo che l’amore è molto più semplice del previsto.
Da lei a lui
«Ho smesso di dare confidenza ai ragazzi: ogni volta si fanno strane idee» Questa è la maggiore preoccupazione delle giovani della Gen Z, che quasi tutte le intervistate condividono. Anna, pilota di 27 anni, confessa addirittura di aver cominciato a dire di essere omosessuale per evitare le attenzioni maschili. Mentre Matilde, studentessa di 24, ammette di aver troncato alcuni rapporti spinta dalle dicerie. E pensare che, invece, i ragazzi esaltano i loro legami d’amicizia con le coetanee: scambi importantissimi in cui, dicono, l’attrazione sessuale o l’amore non c’entrano niente.
«Non sopporto quelli che si comportano sempre da machi: sappiamo fare da sole» Qui la Gen Z mostra la sua faccia progressista: i maschi tutti d’un pezzo, quelli che non devono chiedere mai, figurarsi piangere o mostrare le proprie fragilità, non piacciono più a nessuna. «Le lacrime non mi fanno paura, le sopracciglia disegnate con la pinzetta invece sì» esclama Miriam, editor di 30 anni. Elisa, commessa di 24, è d’accordo a metà: «A me l’uomo che si cura piace, ma basta con questi eroi tuttofare: le mensole me le posso montare io!».
«Vorrei poter parlare di sesso più liberamente». Sia con il partner, al quale confidare desideri, preferenze, bisogni, senza che lui lo viva come un insulto o una minaccia alla sua mascolinità. Sia con gli amici maschi, senza per que- sto essere considerate “facili”. Invece, come afferma Anna, farmacista di 26 anni, il sesso non è più un tabù solo all’apparenza: «Se non abbiamo esperienza, i ragazzi ci fanno sentire in difetto; se facciamo un commento sopra le righe, ci additano subito. Perché loro possono e noi no?». Per non parlare del fatto che «resiste ancora l’idea che “il maschio sa quello che fa”, ma la verità è che molti non lo sanno affatto» aggiunge Sara, 22 anni.
«Mi piacerebbe che al primo appuntamento pagasse lui» Il dibattito sui soldi è sempre molto vivo nella Gen Z. Il parere unanime è che chi guadagna di più (quasi sempre l’uomo, perché il gender pay gap esiste a ogni età) debba offrire. Ma, una volta insieme, non esistono regole. «Io voglio sentirmi coccolata» spiega Sofia, marketer di 24 anni. «Le relazioni, però, sono compromessi: prima devo sapere che mi posso fida- re, poi do tutta me stessa». Del parere opposto Rachele, 25 anni, anche lei marketer: «A me non importa chi paga, anzi obbligare i maschi alimenta gli stereotipi. Con il mio ragazzo, non ho problemi a offrire io!».
Da lui a lei
«Mi sembra che le ragazze siano spaventate, però non siamo tutti dei mostri» È un punto su cui concordano tutti gli intervistati anche se, alla richiesta di maggiori spiegazioni, non argomentano granché. Eppure è vero che una certa diffidenza esiste, da entrambe le parti: le ragazze confermano. «Il momento del flirt oggi sembra una sorta di caccia alle streghe» dice Miriam, 22 anni, ribaltando però la questione. «Gli uomini sono spaventati, non sanno più cosa possono e non possono dire. Finiscono per sembrare impacciati e l’imbarazzo la fa da padrone».
«Non mi piace il concetto di “minimo sindacale”: sembra che quello che faccio non sia mai abbastanza!» Tra meme e commenti social, il “bare minimum” (minimo sindacale, appunto) per soddisfarsi a vicenda è molto dibattuto. Il vero terreno di gioco è il primo appuntamento: a detta dei maschi, le ragazze avrebbero aspettative troppo alte. «Io ho molta ansia: mi chiedo se ho scelto il posto giusto, se mi sono vestito bene. Sento di dover dimostrare tutto il mio valore in poche ore» confessa Andrea, 28 anni. Anche se si passa il “test” iniziale, poi arriva implacabile il giudizio delle amiche. «Tante volte mi sembra sia andato tutto bene, poi scopro che, rispetto ad altri, non ho fatto che il minimo sindacale» si lamenta Lorenzo, finanziere di 25 anni. L’amico Sergio, informatico di 26, incalza: «Non basta semplicemente essere gentili?».
«Vorrei che le ragazze si lasciassero andare di più al primo appuntamento» Se ci fosse bisogno di una conferma dopo quanto appena scritto, eccola. La prima uscita in coppia è la più grande fonte di ansia nel rapporto con l’altro sesso. Tanto le donne quanto gli uomini sentono di dover recitare una parte, interpretare la versione migliore di sé, ma i ragazzi pensano che siano le ragazze a fingere di più. «A volte mi sembra di guardare un trailer. Poi, dopo qualche serata insieme, mi accorgo che il film è del tutto diverso» confessa Luigi, studente di 26 anni. «Preferirei vedere fin da subito qualche “stranezza” che scoprire dopo mesi una persona completamente differente da come l’avevo conosciuta».
«Perché le ragazze non mi credono quando dico che sono un bravo ragazzo?» Se molti stereotipi sui generi sono superati, quelli legati alla classe sociale di provenienza sono duri a morire. Secondo gli intervistati, spesso lei decide se troncare o meno una relazione in base al lavoro di lui. «Quando dico che sono un barista, poi devo passare le ore a giustificarmi» confida Manuel, 27 anni. «Danno per scontato che io sia poco serio e pieno di flirt, ma non è assolutamente così!». “Controinterrogate” al riguardo, molte ragazze non negano, anzi ammettono che i pregiudizi sul background economico e culturale sono tutt’altro che superati. E impregnano perfino le battute, come questa di Gioia, 25 anni: «Dopo tre medici, il prossi- mo lo vorrei idraulico!».