C’è un nuovo virus in Italia: il disamore

01 07 2014 di Sara Peggion
Heart shape wrapped in brown paper, return to sender --- Image by © James Nazz/Corbis
Heart shape wrapped in brown paper, return to sender --- Image by © James Nazz/Corbis

I dati dicono che in Italia ci separiamo e divorziamo di meno. Percentuali piccole, rispettivamente meno 0,6 per cento e 5,7 per cento, che farebbero pensare a una buona notizia: finalmente meno coppie che scoppiano, mogli e mariti che imparano a capirsi invece che a litigare, genitori che non coinvolgono i figli in terribili contese come bene ci spiega Silvia Calvi nel suo post  La separazione vista con gli occhi di una bimba.

Già: sarebbe bello se fosse così.

Dietro a queste percentuali ho l'impressione che si nasconda una verità più triste: ci separiamo di meno perché spesso non abbiamo altra alternativa che restare. Vuoi per un problema di tipo economico, uno dei tanti e pesanti effetti collaterali della crisi, vuoi per motivazioni più emotive: si resta a casa per paura di turbare l'equilibrio della famiglia o per l'incapacità di affrontare le conseguenze di una solitudine, anche se si hanno appena 30 o 40 anni e tutta la vita davanti.

Non conosco bene Marco ma ogni volta che ci incontriamo il suo umore non sembra migliorare. Tre figli, una moglie che oggi chiama ex moglie, un tetto in comune ma un mutuo solo sulle sue spalle, nessun contatto affettivo, di loro rimangono giusto gli ordini di servizio necessari per gestire la famiglia. Marco non può permettersi una separazione anche se il suo matrimonio è palesemente finito. Marco non può concedersi un'altra storia perché non ha un spazio personale e forse neanche mentale per accogliere una nuova compagna. Così i giorni scivolano via, il senso del tempo si perde, ci si concentra sui bambini, si dorme in camere separate, ci si ignora per quelle poche ore che ci si vede la sera. L'indifferenza riempie i vuoti.

Elisabetta ha lasciato l'ufficio anni fa, dopo la seconda maternità. Il bambino man mano cresce e così la sua voglia di riprendere a lavorare. Ha la necessità di rendersi indipendente: con il marito non vanno più d'accordo e una separazione sembra a entrambi la strada più dolorosa, eppur la migliore. Ma il mercato del lavoro, intanto che lei si dedicava ai bambini, è cambiato. Elisabetta si ritrova a fare colloqui surreali: per la stessa posizione concorrono almeno quattro generazioni, dai 20 ai 50 anni. Il curriculum vale poco, passa chi si adatta meglio a fare gli orari peggiori, turni di notte e domeniche, paga da miseria. Il senso di impotenza e di sconfitta paralizza ogni possibilità di cambiare vita. Me lo dice sconsolata sulla panchina del parco dove ogni giorno si sgretolano i suoi sogni di libertà. Fortuna che ho i bambini, mi dice. Sappiamo entrambe che è una mezza verità. Che i bambini prima o poi diventeranno ragazzi. Che il suo matrimonio lasciato andare alla deriva si rianimerà a fatica.

Francesco ama un'altra donna, sono mesi che la incontra di nascosto, le scrive lettere appassionate, vive in funzione dei loro brevi momenti insieme. Sua moglie l'ha scoperto, forse lui nemmeno simulava tanto e poi si sa, le donne hanno le antenne. Sono volate parole pesanti, accuse reciproche, un teatro che la coppia ha già sperimentato altre volte. Francesco è un fedifrago recidivo e la casa la sua prigione dorata: anche volendo, non sa andarsene. Vive relazioni intense al di fuori della famiglia, costruisce un mondo parallelo per resistere, ma non si sposta mai da lì. Francesco e sua moglie sono una coppia perfetta, dicono gli amici. La facciata li tiene insieme meglio dell'attak. L'ipocrisia cementa il loro legame e concorre a nutrire l'equivoco su quel piccolo calo delle separazioni in Italia.

Sono tre storie molto diverse, certo. Ma insieme mi hanno fatto venire un dubbio che non vuole essere giudizio né pregiudizio (sono separata e l'ho fatto a 38 anni assumendomi tutte le conseguenze del mio gesto): forse oggi non ci si lascia di meno perché ci si ama di più di prima, ma perché si impara a reggere il disamore più di prima?

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