Perché non si usano i fondi per i centri antiviolenza?

27 07 2016 di Flora Casalinuovo
<p>La Casa internazionale delle donne nel quartiere Trastevere, a Roma</p> Credits: Ansa

La Casa internazionale delle donne nel quartiere Trastevere, a Roma

È un paradosso che sta mettendo in pericolo centinaia di persone: i soldi per soccorrere le vittime di abusi ci sono, ma sono bloccati dalla burocrazia. Così le associazioni non possono più garantire assistenza né protezione. E il rischio di nuovi femminicidi aumenta

Bloccati. In ritardo. A volte dispersi. È l’amaro destino dei fondi per i centri antiviolenza italiani: più di 20 milioni di euro a favore delle associazioni che si occupano delle vittime di abusi, di fatto indisponibili a causa di inspiegabili lungaggini burocratiche. Eppure, nel nostro Paese l’emergenza è altissima: una ricerca dell’università romana Lumsa sottolinea che negli ultimi 12 anni 2.000 donne sono state uccise da mariti, ex compagni o fidanzati.

Non esiste una mappa delle strutture

«La legge contro il femminicidio del 2013 ha stanziato 16,5 milioni di euro per il biennio 2013-2014 e 10 milioni di euro all’anno dal 2015» spiega Titti Carrano, presidente di D.i.Re, l’associazione che riunisce 75 centri italiani. «Finora sono stati erogati quelli del primo biennio, mentre la scorsa legge di Stabilità ha ridotto a 7 milioni il budget per il 2015 e a 8 quello del 2016. La norma, poi, precisa che solo il 20% va a strutture esistenti, il resto serve per altre iniziative». Non solo: i primi 16,5 milioni sono stati dati alla Regioni che poi avrebbero dovuto distribuirli, ma soltanto 10 lo hanno fatto. Le altre? I soldi sono bloccati perché non esiste un criterio per assegnarli. La legge del 2013 obbligava alla mappatura dei centri antiviolenza per velocizzare le assegnazioni, ma l’elenco non è stato fatto.

C’è incertezza per il futuro

Da Milano a Palermo nelle associazioni che aiutano le donne vittime di abusi si respira un’aria carica di preoccupazione. «Un paio di strutture hanno chiuso e tante hanno ridotto i servizi» nota Titti Carrano, presidente di D.i.Re. «Non siamo una priorità del governo. A maggio 2015 è stato approvato un Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere: molti centri hanno presentato progetti ma non se ne è saputo più nulla. Siamo stati 2 anni senza un ministro per le Pari opportunità (aveva la delega Matteo Renzi, ndr). A maggio l’incarico è andato al ministro Boschi, che non ha risposto ai nostri appelli».

La denuncia delle onlus

Iside (Venezia) «Abbiamo dimezzato le ore di sostegno: a pagare sono le donne» «Ci decurtiamo lo stipendio, paghiamo di tasca nostra le bollette. Ma potrebbe non bastare». Genny Giordano è una delle operatrici della onlus Iside, che gestisce 3 centri antiviolenza tra la Laguna e Castelfranco Veneto. «Abbiamo chiuso l’orientamento al lavoro e dimezzato le ore di sostegno psicologico e di reperibilità telefonica. È un dramma. A noi si rivolgono donne che hanno appena lasciato un compagno violento e che attraversano quindi il momento più critico, quello a rischio femminicidio. Se perdono il nostro appoggio devono affidarsi al caso e sperare di trovare qualcuno che le aiuti. Ma quando hai smarrito la fiducia non hai nemmeno la forza di rivolgerti alla Polizia».

Erinna (Viterbo) «Accogliamo 500 persone all’anno, i soldi finiranno a febbraio. E poi?» L’associazione Erinna è nata nel 1998 e fino al 2006 non ha avuto nemmeno una sede fissa. «Eppure accogliamo 500 persone all’anno: diamo sostegno, supporto legale, facciamo corsi di alfabetizzazione per le migranti» dice la presidente Anna Maghi. «Ma dall’anno scorso non riceviamo più fondi: quelli previsti dalla legge del 2013 sono fermi in Provincia. Noi non abbiamo sponsor politici quindi non ci considerano. Dovrebbero considerare almeno le 40 donne che, negli ultimi 6 mesi, sono venute da noi disperate. Tiriamo avanti con il sostegno di fondazioni private, siamo coperti fino a febbraio. Dopo? Non so che succederà».

Le Onde (Palermo) «Lavoriamo gratis e nel weekend non garantiamo più l’assistenza» «Se una signora chiama sabato o domenica trova la segreteria telefonica». Non usa giri di parole Maria Grazia Patronaggio, presidente della onlus Le Onde, storico centro del capoluogo siciliano. «Abbiamo tagliato il servizio di ascolto, che ora funziona 6 ore al giorno da lunedì a venerdì: le nostre 16 operatrici lavorano gratis, non possiamo fare di più. Nel 2014 abbiamo chiuso una casa rifugio, nell’altra accogliamo solo ragazze con figli. Aspettiamo i fondi del 2014: il Comune deve approvare il bilancio per dare il via libera, li avremo prima della fine dell’estate? Si tratta di poche migliaia di euro e il centro ne costa 100.000 all’anno».

Le testimonianze 

«Ho detto basta a urla e botte» Lina C. ha 35 anni, è senza lavoro e abita a casa del fidanzato, un uomo violento e irascibile. Dopo mesi di colloqui con le operatrici dell’associazione Iside di Venezia, ha deciso di lasciare il compagno. «Ma è difficile» dice. «All’inizio credevo mi picchiasse per colpa mia. Poi ho compreso di avere diritto alla felicità. Prima di andare via, però, devo trovare una casa e un lavoro. Il venerdì sera entro in un tunnel perché il sostegno telefonico non c’è più durante il weekend. Prego che non succeda nulla fino al lunedì quando posso bussare alla porta dell’associazione».

«Il mio ex mi ha accoltellato» Due anni fa suo marito l’ha ferita alla pancia mentre dormiva nel letto con il figlio. Da allora la vita di Carla F., seguita dalla onlus Erinna di Viterbo, assomiglia a un volo senza paracadute. «Le operatrici mi hanno sostenuta passo dopo passo» racconta. «Mi hanno aiutato a trovare una casa e un lavoro e con il gruppo di auto aiuto sono riuscita a superare l’ansia e la paura che mi paralizzavano. Qualche settimana fa le ragazze del centro si sono persino autotassate per pagarmi l’iscrizione alla scuola guida: la patente mi darà libertà, autonomia. Sono i miei angeli».

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