Dopo la bufera per il Fertility Day, arriverà quella per la contraccezione? Potrebbe. Perché con una circolare del 27 luglio scorso, passata quasi sotto silenzio, l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha portato alcune pillole anticoncezionali dalla fascia A, quella dei medicinali mutuabili, alla fascia C, quella dei prodotti che il cittadino paga di tasca propria. L’elenco è piuttosto lungo: da Triminulet a Planum, da Ginoden a Milvane, fino a Practil e altri ancora. Chi li usa, ora dovrà acquistarli a prezzo pieno.

L’Agenzia italiana del farmaco ha parlato di un laconico «riallineamento dei prezzi (la maggior parte delle pillole anticoncezionali erano già in fascia C, ndr), legato alla razionalizzazione della spesa». Ovvero, si cerca di contenere i costi. Ma in Rete, e non solo, è scoppiata la polemica, trascinata soprattutto da “No grazie pago io” (www.nograzie.eu), un’associazione di medici che da anni si batte per l’indipendenza della sanità dall’industria farmaceutica.

Allora, cerchiamo di capirne di più. «È tutto vero: con una circolare criptica e sibillina, l’Aifa ha passato in fascia C le ultime pillole anticoncezionali che erano fascia A. In pratica, oggi non ce ne sono più passate dal Servizio sanitario nazionale» spiega Emilio Arisi, ginecologo e presidente della Società medica italiana per la contraccezione. «Per precisione, si tratta di preparati sul mercato da tempo, che sono utilizzati da una piccola percentuale, e il cui costo si aggira al massimo sui 7/8 euro. Ma per alcune donne, come le più giovani, le straniere o quelle senza un lavoro, questa cifra può fare la differenza: magari doverla sborsare ogni mese diventa un problema. Non dimentichiamoci, poi, che la pillola viene spesso prescritta per curare disfunzioni ormonali, endometriosi, cisti e fibromi. E al di là di numeri e patologie, non mi piace il messaggio che trapela da questa novità: così la contraccezione è un problema del singolo e la donna deve sempre pagare. Invece pensarci con la testa vuol dire anche tutelare la propria salute».

Parole che fanno riflettere. Soprattutto se guardiamo l’ultimo rapporto della Società italiana di ginecologia e ostetricia, presentato proprio nei giorni scorsi: un’italiana su 4 ha le idee confuse sull’argomento e si affida a metodi poco sicuri, come il coito interrotto; la pillola è un’abitudine per il 16,2% delle donne, mentre in Francia si supera il 40%; il 42% delle under 25 non ha usato precauzioni durante il primo rapporto sessuale.