Pokémon nei musei: è vera fruizione d’arte?

Da Torino a Firenze, da Milano a Napoli, fioccano i musei che inseriscono i mostriciattoli virtuali fra le opere esposte. Si staccano più biglietti, ma quanto poi i ragazzi imparano?

Da Palazzo Madama, a Torino, agli Uffizi di Firenze. Dal Museo Archeologico di Napoli al Poldi Pezzoli di Milano. Sale espositive, reperti storici, statue e dipinti infarciti di Pokémon. Molti musei hanno attuato una nuova strategia di marketing per attirare nuovi visitatori e potenziali giovani fruitori dell’arte: piazzare mostricciattoli virtuali svolazzanti fra le statue o in posa sulle pregiate tele. Il punto è: i ragazzi apprezzeranno anche Cimabue e Caravaggio? Capiranno il contenuto di ciò che è esposta? O entreranno nei musei solo per “acchiapparli tutti” questi Pikachu e colleghi, fregandosene di storia e di cultura?

Molti biglietti staccati

I direttori gongolano, perché staccano più biglietti. Al Philadelphia Museum of Art, dove la pratica è già stata sperimentata subito dopo il lancio del gioco negli Usa, è stato boom di presenze: +13% rispetto alla settimana precedente, +25% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A Torino hanno invitato i visitatori a cercar Pokémon fra le opere esposte e a condividere le foto su Instagram utilizzando l'hashtag #pokemongo e taggando @palazzomadama e @mao--torino. In palio, un biglietto gratuito. L’invasione di Pokémon ha contagiato anche il nostro Ministero dei Beni e delle Attività culturali, che via twitter ne ha segnalato la presenza agli Uffizi di Firenze, attraverso il suo account ufficiale. Insomma, dopo gli “avvistamenti” al Metropolitan e al MoMa di New York, l’app della Nintendo per giocare con i personaggi creati negli anni '90 da Satoshi Tajiri sta suscitando curiosità anche nel nostro Paese, che quanto a arte e a giacimenti culturali ne è una casa-madre mondiale.

E’ vera fruizione dell’arte?

«I Pokemon possono essere uno strumento per portarli dentro un museo, ma poi quanta attenzione riserverebbero i ragazzi ai quadri e all’arte?» si chiede Simone Benedetto, ricercatore in psicologia ed ergonomia presso Tsw, azienda del digitale di Treviso. «Quando i ragazzi si mettono alla ricerca di questi mostriciattoli non riescono a ‘vedere oltre' la cattura del mostro e non si accorgono di quello che gli capita attorno. Figuriamoci quindi se hanno il tempo di osservare quadri o resti archeologici. Certo, è un buon strumento di marketing per aumentare le vendite di biglietti, ma non un buon pretesto per affascinare i giovani visitatori sulla storia che c’è dietro un’opera d’arte». Benedetto si è occupato di PokémonGo studiando i movimenti oculari dei giocatori e rilevando un focus attentivo eccezionalmente alto su ciò che si visualizzava sullo schermo dello smartphone, a scapito di quello che accadeva nel resto del campo visivo.

Un aiuto dalla realtà aumentata

Non tutti stigmatizzano l’arrivo dei Pokemon nei musei, comunque. «E’ un tentativo per svecchiare l’approccio delle istituzioni culturali verso i giovani. La tecnologia come mezzo per arrivare anche a loro», ci spiega invece Dario De Notaris, esperto di culture digitali e assegnista di ricerca presso l’Università Federico II di Napoli. «Il game diventa un pretesto per attirare i ragazzi. Capisco le perplessità dei puristi dell’arte, ma i musei non si possono più considerare solo come dei ‘palazzoni - contenitori di storia’, vanno svecchiati e la tecnologia può aiutare il pubblico stesso a interagire con il quadro o l’opera esposta. Se ne parla da almeno 10 anni e a già abbiamo avuto buoni esempi con i QR, i codici da inquadrare che poi mostrano sullo schermo approfondimenti e ricostruzioni», aggiunge De Notaris. «Con i Pokemon in un museo, magari i ragazzi inquadrano le sale, condividono gli scatti… magari si incuriosiscono all’opera stessa. Li considero come una delle nuove forme di linguaggio per allargare la platea dei fruitori d’arte e non ci vedo un'accezione negativa».

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