Quando andremo in pensione?

14 01 2012 di Dario Biagi

A 62 anni, anzi a 66, anzi a 70... Il governo Monti ha rivoluzionato il sistema previdenziale. L’unica certezza è che lavoreremo più a lungo. Per il resto, fra contributi e anzianità, è un gran caos. Gli esperti ci aiutano a capire cosa cambia e perché

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"Per far lavorare i vostri figli sareste disposti a lasciarvi tagliare le pensioni?"

<p>Nel mondo delle pensioni cambia tutto. «La riforma fatta dal governo di Mario Monti era necessaria, il sistema era squilibrato. Le nostre aspettative di vita sono cresciute oltre il previsto e non possiamo più pagare 30 anni di pensione a chi si ritira dal lavoro a 58 anni» riconosce l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, oggi senatore del Pd e vicepresidente della commissione Lavoro e previdenza sociale. Mantenendo il precedente sistema, hanno calcolato gli esperti, nel 2020 l’Italia spenderebbe la quota più alta di Pil (il Prodotto interno lordo) tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Oltre che di sostenibilità, è una questione di equità: se lo Stato continuasse a versare le pensioni attuali, alle generazioni future potrebbe dare, a parità di anni lavorati, solo cifre molto più basse. La riforma congegnata dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero corregge drasticamente, e di conseguenza anche in modo doloroso, la rotta. Qui vi illustriamo i punti principali delle nuove norme con l’aiuto dell’esperto di previdenza Bruno Benelli, da anni collaboratore del <i>Tg5.</i></p><p><i> </i></p> Credits: Ansa

Nel mondo delle pensioni cambia tutto. «La riforma fatta dal governo di Mario Monti era necessaria, il sistema era squilibrato. Le nostre aspettative di vita sono cresciute oltre il previsto e non possiamo più pagare 30 anni di pensione a chi si ritira dal lavoro a 58 anni» riconosce l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, oggi senatore del Pd e vicepresidente della commissione Lavoro e previdenza sociale. Mantenendo il precedente sistema, hanno calcolato gli esperti, nel 2020 l’Italia spenderebbe la quota più alta di Pil (il Prodotto interno lordo) tra i 27 Paesi dell’Unione europea. Oltre che di sostenibilità, è una questione di equità: se lo Stato continuasse a versare le pensioni attuali, alle generazioni future potrebbe dare, a parità di anni lavorati, solo cifre molto più basse. La riforma congegnata dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero corregge drasticamente, e di conseguenza anche in modo doloroso, la rotta. Qui vi illustriamo i punti principali delle nuove norme con l’aiuto dell’esperto di previdenza Bruno Benelli, da anni collaboratore del Tg5.

<p> <u><b>Metodo contributivo</b></u><br /><b> </b>Dal 1° gennaio 2012 la pensione si calcola per tutti con il  sistema contributivo, ossia a seconda dei contributi versati. «Va in  archivio il metodo retributivo, che consentiva di ottenere la pensione  in base agli stipendi più alti, quelli degli ultimi 5-10 anni» spiega  Benelli. «Dunque, anche coloro che sin qui hanno fatto i calcoli per la  loro pensione con il sistema retributivo da quest’anno devono  applicare il contributivo». Finora hanno usufruito del metodo  retributivo i lavoratori che nel 1995 avevano già versato almeno 18  anni di contributi. Quindi chi risentirà maggiormente del cambiamento?  «Questa modifica colpisce solo i lavoratori più anziani, perché i  giovani stavano già nel sistema contributivo» nota Benelli. «La  diminuzione è comunque lieve. A spanne, chi deve lavorare ancora 4-5  anni avràuna pensione più bassa di 60-70 euro».</p><p><b> </b></p><p> <u><b>Indicizzazione</b></u><br />Nel 2012 e 2013 le pensioni fino a 1.405 euro lordi saranno adeguate agli aumenti dell’inflazione. Le altre resteranno bloccate  anche se il costo della vita salirà.</p> Credits: Ansa

Metodo contributivo
Dal 1° gennaio 2012 la pensione si calcola per tutti con il  sistema contributivo, ossia a seconda dei contributi versati. «Va in  archivio il metodo retributivo, che consentiva di ottenere la pensione  in base agli stipendi più alti, quelli degli ultimi 5-10 anni» spiega  Benelli. «Dunque, anche coloro che sin qui hanno fatto i calcoli per la  loro pensione con il sistema retributivo da quest’anno devono  applicare il contributivo». Finora hanno usufruito del metodo  retributivo i lavoratori che nel 1995 avevano già versato almeno 18  anni di contributi. Quindi chi risentirà maggiormente del cambiamento?  «Questa modifica colpisce solo i lavoratori più anziani, perché i  giovani stavano già nel sistema contributivo» nota Benelli. «La  diminuzione è comunque lieve. A spanne, chi deve lavorare ancora 4-5  anni avràuna pensione più bassa di 60-70 euro».

Indicizzazione
Nel 2012 e 2013 le pensioni fino a 1.405 euro lordi saranno adeguate agli aumenti dell’inflazione. Le altre resteranno bloccate  anche se il costo della vita salirà.

<p> <u><b>Pensione di vecchiaia</b></u><br /><b> </b>Dal 1° gennaio i requisiti  d’età prescritti, sulla base dei  diversi contratti nazionali  collettivi, sono: 66 anni per gli uomini (sia nel settore pubblico sia  in quello privato), 66 per le dipendenti  pubbliche, 62 per le  dipendenti private, 63 e mezzo per le autonome  (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette). Per tutti la quota  minima di contributi per potere chiedere la pensione di vecchiaia è di  20 anni. «Le lavoratrici del settore privato che nel 2012 compiono 62 anni e  hanno accumulato 20 anni di contributi possono andare in pensione, anche se non prenderanno il massimo» specifica Benelli. Per le  loro colleghe più giovani, l’età del pensionamento si innalzerà  gradualmente (per esempio, 63 anni e 6 mesi nel 2014), fino a raggiungere la parità con gli uomini nel 2016. Infatti si dovranno sommare a questi scatti anche quelli correlati alle aspettative di vita. «L’età pensionabile quindi si allungherà: nel 2013 è prevista una ulteriore “aggiunta” di tre mesi. E ogni tre anni, sia per gli uomini sia per le donne, ci sarà un incremento sulla base delle tabelle statistiche: potrà essere di due o quattro mesi» dice Benelli. «Il ritocco avrà invece cadenza biennale a partire dal 2019».</p><p> <u><b>Pensione di anzianità</b></u><br />Era quella che consentiva  di avere più soldi (versando più  anni di contributi), ma ora non c’è più: si chiama pensione  anticipata. Nel 2011 si poteva avere la  pensione di anzianità con il cosiddetto sistema delle quote: il punteggio richiesto era di 96 (97 per gli autonomi), ottenibile sommando anni di età e anni di contributi (60 + 36 o 61 + 35). Da  quest’anno, però, occorrono 42 anni e 1 mese di  contributi per gli  uomini e 41anni e 1 mese per le donne. Grande smacco psicologico per i  nati nel 1952, che compiono 60 anni nel 2012 e si vedevano ormai a un  passo dal traguardo. «Per consolarli, è stato loro concesso uno  sconto» spiega Benelli. «Se raggiungono la vecchia quota di 96 nel 2012, andranno in pensione nel 2016, cioè a 64 anni anziché  66, senza  penalizzazione economica». Penalizzati risultano invece i cosiddetti  lavoratori precoci. «Teoricamente chi ha cominciato a lavorare a 15  anni può ritirarsi a 57 o 58 anni» sottolinea Benelli. «Ma subisce una trattenuta, perché la riforma stabilisce in 62 anni il requisito per la pensione piena, per entrambi i sessi. La riduzione sarà dell’1 per cento su un anno solo di anticipo, del 2 per cento su ogni anno ulteriore». <b> </b></p> Credits: Ansa

Pensione di vecchiaia
Dal 1° gennaio i requisiti  d’età prescritti, sulla base dei  diversi contratti nazionali  collettivi, sono: 66 anni per gli uomini (sia nel settore pubblico sia  in quello privato), 66 per le dipendenti  pubbliche, 62 per le  dipendenti private, 63 e mezzo per le autonome  (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette). Per tutti la quota  minima di contributi per potere chiedere la pensione di vecchiaia è di  20 anni. «Le lavoratrici del settore privato che nel 2012 compiono 62 anni e  hanno accumulato 20 anni di contributi possono andare in pensione, anche se non prenderanno il massimo» specifica Benelli. Per le  loro colleghe più giovani, l’età del pensionamento si innalzerà  gradualmente (per esempio, 63 anni e 6 mesi nel 2014), fino a raggiungere la parità con gli uomini nel 2016. Infatti si dovranno sommare a questi scatti anche quelli correlati alle aspettative di vita. «L’età pensionabile quindi si allungherà: nel 2013 è prevista una ulteriore “aggiunta” di tre mesi. E ogni tre anni, sia per gli uomini sia per le donne, ci sarà un incremento sulla base delle tabelle statistiche: potrà essere di due o quattro mesi» dice Benelli. «Il ritocco avrà invece cadenza biennale a partire dal 2019».

Pensione di anzianità
Era quella che consentiva  di avere più soldi (versando più  anni di contributi), ma ora non c’è più: si chiama pensione  anticipata. Nel 2011 si poteva avere la  pensione di anzianità con il cosiddetto sistema delle quote: il punteggio richiesto era di 96 (97 per gli autonomi), ottenibile sommando anni di età e anni di contributi (60 + 36 o 61 + 35). Da  quest’anno, però, occorrono 42 anni e 1 mese di  contributi per gli  uomini e 41anni e 1 mese per le donne. Grande smacco psicologico per i  nati nel 1952, che compiono 60 anni nel 2012 e si vedevano ormai a un  passo dal traguardo. «Per consolarli, è stato loro concesso uno  sconto» spiega Benelli. «Se raggiungono la vecchia quota di 96 nel 2012, andranno in pensione nel 2016, cioè a 64 anni anziché  66, senza  penalizzazione economica». Penalizzati risultano invece i cosiddetti  lavoratori precoci. «Teoricamente chi ha cominciato a lavorare a 15  anni può ritirarsi a 57 o 58 anni» sottolinea Benelli. «Ma subisce una trattenuta, perché la riforma stabilisce in 62 anni il requisito per la pensione piena, per entrambi i sessi. La riduzione sarà dell’1 per cento su un anno solo di anticipo, del 2 per cento su ogni anno ulteriore».

<p> <u><b>Pensionamento flessibile</b></u><br /><b> </b>Saranno incentivati quanti vogliono ritardare l’uscita dal  lavoro anche dopo avere raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia. «Si potrà lavorare fino a 70 anni» spiega Benelli. «Percependo una piccola maggiorazione, di cui non si conosce ancora l’entità, per gli anni lavorati in più oltre il 66esimo».</p><p><b> </b></p><p> <u><b>Mansioni usuranti</b></u><br /><b> </b>Stangati dalla riforma coloro che svolgono mansioni usuranti (lavoratori notturni, addetti alle catene di montaggio, autotrasportatori). «Con la legge precedente potevano ritirarsi a 57 anni. Adesso possono farlo a quota 96, ma devono avere compiuto 60 anni» precisa Benelli. «Dal 2013 la quota sale   a 97, con l’asticella dell’età a 61». <b> </b></p><p><b> </b></p><p> <u><b>Autonomi, atipici, in mobilità</b></u><br />«Il contributo versato dai lavoratori autonomi sale dal 20 al  21,3 per cento del reddito e crescerà ogni anno dello 0,45» spiega  Benelli. «Mentre per i   co.co.co., che già versavano il 26,72 per cento, sale al 27,72». Tutti i lavoratori precari e atipici potranno contare su pensioni risicatissime. «Alcuni riceveranno solo il 30 per cento di quanto hanno versato» prevede Benelli. Loro, i lavoratori in mobilità o, peggio ancora, quelli che hanno perso il posto a 55 anni, e dovrebbero attendere altri 10 o 11 anni senza stipendio, sono i più  svantaggiati dal giro di vite previdenziale. Una parte è già stata  graziata dal governo e potrà beneficiare delle vecchie regole. Per gli altri è ancora in corso la trattativa.</p> Credits: Milestone

Pensionamento flessibile
Saranno incentivati quanti vogliono ritardare l’uscita dal  lavoro anche dopo avere raggiunto i requisiti per la pensione di vecchiaia. «Si potrà lavorare fino a 70 anni» spiega Benelli. «Percependo una piccola maggiorazione, di cui non si conosce ancora l’entità, per gli anni lavorati in più oltre il 66esimo».

Mansioni usuranti
Stangati dalla riforma coloro che svolgono mansioni usuranti (lavoratori notturni, addetti alle catene di montaggio, autotrasportatori). «Con la legge precedente potevano ritirarsi a 57 anni. Adesso possono farlo a quota 96, ma devono avere compiuto 60 anni» precisa Benelli. «Dal 2013 la quota sale   a 97, con l’asticella dell’età a 61».

Autonomi, atipici, in mobilità
«Il contributo versato dai lavoratori autonomi sale dal 20 al  21,3 per cento del reddito e crescerà ogni anno dello 0,45» spiega  Benelli. «Mentre per i   co.co.co., che già versavano il 26,72 per cento, sale al 27,72». Tutti i lavoratori precari e atipici potranno contare su pensioni risicatissime. «Alcuni riceveranno solo il 30 per cento di quanto hanno versato» prevede Benelli. Loro, i lavoratori in mobilità o, peggio ancora, quelli che hanno perso il posto a 55 anni, e dovrebbero attendere altri 10 o 11 anni senza stipendio, sono i più  svantaggiati dal giro di vite previdenziale. Una parte è già stata  graziata dal governo e potrà beneficiare delle vecchie regole. Per gli altri è ancora in corso la trattativa.

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