Beyoncé con il marito Jay-Z, rapper e produttore, e la prima figlia Blue Ivy,
Beyoncé con il marito Jay-Z, rapper e produttore, e la prima figlia Blue Ivy, 10 anni. La popstar, mamma anche di Rumi e Sir, adora postare le foto
di famiglia su Instagram, dove ha 247 milioni di fan.

Sharenting, la mania di pubblicare sui social le foto dei figli

Cosa c’è dietro l’irresistibile tentazione di pubblicare sui social le foto dei propri bambini? Non è solo un vizio delle celeb come Beyoncé e Kim Kardashian. È un vezzo di qualsiasi genitore

Se l’apparizione di Naomi Campbell con i suoi 51 anni e la sua pupetta di 9 mesi non fosse stata questa notizia di gran rilievo? Certo, per celebrare il suo felice status di mamma la Venere Nera ha usato nientemeno che la cover di British Vogue, ma la verità è che la maggior parte delle celeb posta sui social foto di neonati da spupazzarsi, bambine agghindate da principesse, ragazzini in azione sul campo da calcio.

I vip e lo sharenting

Vedi i profili di Beyoncé, Kim Kardashian e sorelle ma anche, ça va sans dire, dei Ferragnez. Si chiama sharenting, parola nata dalla crasi di due anglismi - parenting (genitorialità) e sharing (condivisione) - nonché sintesi di un trend sempre più diffuso. Anche tra noi comuni mortali.

Kim Kardashian con la primogenita North. Ha altri 3 figli: Saint, Chicago, Psalm. Tutti super protag
Kim Kardashian con la primogenita North. Ha altri 3 figli: Saint, Chicago, Psalm. Tutti super protagonisti del profilo Instagram da 297 milioni
di follower della mamma.

Cosa c'è dietro lo sharenting

Ma, esattamente, cosa c’è dietro questo irrefrenabile bisogno? La risposta sta nel titolo di un saggio illuminante: Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili (Luiss Press). Del resto, a cosa ambiamo quando andiamo a caccia di un like se non a quel “carino” - cute, in inglese - da strappare nei commenti? «A ispirarmi è stata la donna a cui ho dedicato il libro: si chiama Mimi Durand Kurihara, è metà francese e metà giapponese. Non è mia moglie, sono divorziato, piuttosto direi che condivido con lei un’affinità elettiva» racconta l’autore Simon May, filosofo e docente al King’s College di Londra. «Mi ha fatto riflettere su questa ricerca di un modo di essere gentile e giocoso nata in Giappone dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando si manifestò forte il bisogno di lasciarsi alle spalle la violenza del conflitto. Nella categoria del “carino” rientra tutto ciò che ci appare piccolo, vulnerabile, buffo: penso a personaggi come Hello Kitty, la gattina dei manga, o Baby Yoda con le sue orecchie grandi. E cosa c’è di più tenero e innocente dei bambini?». Simon May non è padre e non usa i social, ma per il suo libro ha intervistato molti genitori. «E tutti hanno risposto che postano le foto dei figli perché per loro sono cute, nel senso di dolci e puri. Alla base, a mio avviso, c’è però qualcosa di più profondo e misterioso, che da un lato si richiama al culto dell’infanzia, ritenuta sacra nell’Occidente moderno, dall’altro esprime una crisi di identità generata dalla nostra società individualista. Le persone non si riconoscono più come appartenenti a una famiglia, a una classe sociale o a una religione: hanno sempre più bisogno di costruirsi come individui, il che implica il massimo dell’autopubblicità».

Mettere in piazza la vita dei figli

E i social fanno da cassa di risonanza. «Quello che mi colpisce non è tanto la condivisione, quanto la leggerezza con cui si fa» osserva Laura Brambilla, psicologa che collabora con Alice Onlus e formatrice in corsi per genitori, bambini e adolescenti. «Ai genitori dico: portereste mai vostro figlio nudo sul vasino in una piazza affollata? No, ma è esattamente quello che succede se mettete una sua foto sui social. «L’adulto che cede a questa tentazione ha spesso bisogno di curare il proprio ego con i commenti lasciati dagli altri. E quasi sempre non si rende conto che i propri figli si ritroveranno un’immagine digitale costruita dai genitori. Non mancano i casi di adolescenti che si ribellano alla messa in piazza della propria vita, senza dimenticare che dai 14 anni in su serve il loro consenso. Per trattare i bambini come persone, più che come trofei social, forse bisognerebbe pensare in prospettiva: ovvero al loro futuro».

Dietro le foto, molta superficialità

Accade così che lo sharing, modello ambìto in economia, diventi la formula più abusata sui social: il prezzo è il “sacco” dell’intimità. «Io posto pochissimo, men che meno pezzi di vita con i miei tre figli. A chi dovrebbero interessare visto che a me non interessano le foto dei figli degli altri?» dice Cristiano Cavina, autore di La parola papà (Bompiani). «Cedo solo a mia madre che mi chiede se può condividere le foto che si fa con i nipoti, so che per lei è importante, un segno di affetto... Ma ammetto che, quando leggo certi racconti dei genitori sui social, penso che parlino dei figli solo per parlare di se stessi. Dietro le foto fintamente spontanee e il linguaggio brillante, però, si resta in superficie».

Sotto il cielo del cute alla fine ci si ritrova tutti, questa è la verità: oggi subisci le smorfie leziose della bambina della tua migliore amica, domani farai subire agli altri quelle del tuo cucciolo di Bichon frisé. Alla bellezza assoluta, scrive May, preferiamo un tiepido “carino”. Ed è il segnale di tante cose. Di una crisi del nostro tempo, prima di tutto: usiamo il cute, che siano le emoticon proliferanti o le foto tenere, come giocosa arma di seduzione di massa. Ma non solo. L’esplosione del “carino” rispecchia uno dei grandi sviluppi della nostra epoca, almeno in Occidente: il culto del bambino. Che è il nuovo oggetto supremo del desiderio, il luogo dove abita il sacro, l’amore senza il quale si pensa che la vita non sia vissuta a pieno. E allora Lady Gaga che sfoggia un total look rosa alla Hello Kitty fa pendant con il figlio della vicina che su Instagram appare tutto guance e sorrisi. Convenite? Fa niente poi se urla come un disperato giorno e notte: è cute a vederlo lì, in foto.

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