Tutti pazzi per l’hip-hop

11 08 2016 di Giulia Pivetta
Credits: Olycom

Una volta era un ballo, fenomeno di nicchia nei ghetti di New York. Ora è una tendenza globale, che conquista l’arte. E anche il nostro guardaroba

Su Instagram #hip-hop è un hashtag da 27 milioni di post. E in ogni spiaggia o campo estivo persino i ragazzini, berretto in testa e pantaloni a vita bassa, si cimentano a suon di «Yo, fratello!», «Yo, sorella!», mimando i passi di questo ballo su basi rap.

Ebbene sì, ne è passato di tempo dagli anni Settanta, quando l’hip-hop è nato tra i giovani afro e latinoamericani dei sobborghi di New York. Era un fenomeno culturale di nicchia: nel Bronx si facevano i “block party”, feste di strada con canti, stereo a palla e breakdance per ribellarsi alla crisi economica e sociale.

«Oggi è un linguaggio globale, uno stile di vita. Che ha varcato i confini americani, per essere reinterpretato in tutto il mondo» spiega Arianna Piazza, storica dell’arte e autrice del nuovo libro Hip-Hop Stilography (24 Ore Cultura).

Una scena del film New York Academy.

Il libro Hip-Hop Stilography di Arianna Piazza (24 Ore Cultura).

La popstar Rihanna, nuovo direttore creativo della linea donna Puma e ambasciatrice del Brand

Street art in mostra all’Hangar Bicocca di Milano.

Look hip-hop di Tommy Hilfiger.

Foto

NELLA MUSICA

Li vediamo nelle vie del centro nelle nostre città: gruppi di giovani scatenati che si dimenano al ritmo di playlist hip-hop. Fra di loro spesso si sfidano a colpi di volteggi, intonando rime baciate. Le sfide si chiamano “battles” (battaglie), come quelle dei talent show. Non a caso un apripista del genere in Italia, negli anni Novanta, è stato J-Ax, coach di The Voice e poi di Amici.

«Questa musica raduna sempre più appassionati» osserva Fabio Flori, tra gli organizzatori di Hip-Hop Kemp, uno dei maggiori festival europei che si tiene dal 18 al 20 agosto vicino Praga (www.hiphopkemp.it). «Ai nostri concerti siamo passati dalle 3.500 presenze del 2002, alle 25.000 attuali».

NELLA MODA

Catene d’oro al collo, diamanti al dito, marchi in bella vista sulla maglietta o sul muro di un marciapiede. Lo stile hip-hop si fonda sull’ostentazione, che diverse griffe assecondano. Polo Ralph Lauren e Tommy Hilfiger tra i primi. Fino a Gucci, che ha arruolato un graffitaro newyorkese per reinterpretare il logo delle 2 G nella collezione invernale.

Le opere dei writers sono persino pezzi da museo, come l’Hangar Bicocca di Milano, dove è in corso la mostra Efêmero (www.hangarbicocca.org). E gli artisti che le realizzano, muniti di pennarelli e felpe oversize, hanno ispirato l’ultima collaborazione tra la cantante hip-hop Rihanna e Puma.

AL CINEMA

Sul grande schermo l’hiphop ha inaugurato un filone che, dal film Wild Style del 1980, arriva alle odierne saghe patinate modello Step Up, dove gang di giovani ballerini gareggiano con spettacolari coreografie. Il prossimo è New York Academy, nelle sale dal 18 agosto.

Invece, per i fan delle serie tv su Netflix il 12 agosto arriva The Get Down di Baz Luhrmann, il regista de Il grande Gatsby.

Insomma l’hip-pop mette d’accordo tutti. Sarà perché nelle giungle di cemento in cui viviamo la sua rivoluzione ci appare più che mai attuale.

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