Lisa Vittozzi è bronzo nella staffetta mista alle Olimpiadi invernali

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Marina D’Incerti

Lisa Vittozzi in staffetta con la Nazionale di biathlon ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi invernali di PyeongChang 2018. È la più giovane campionessa della nazionale italiana di biathlon. L'abbiamo incontrata prima della sua partenza per la Corea del Sud

Alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018, la staffetta mista di biathlon ha conquistato la medaglia di bronzo, dopo la Francia (oro) e la Norvegia (argento). Il nostro quartetto, con Lisa Vittozzi, Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch ha potuto festeggiare un grandissimo traguardo come quattro anni fa a Sochi, dove si era piazzato sempre al terzo gradino del podio.   

La medaglia di oggi rappresenta il compimento di un ciclo, il traguardo per una generazione di biathleti che negli ultimi anni ha portato l’Italia nelle prime posizioni delle classifiche mondiali.

Leggi i nostri ritratti delle campionesse italiane alle Olimpiadi invernali. 

Lisa Vittozzi è la più giovane tra le ragazze della nazionale italiana di biathlon. Un grande talento unito a una grazia rara. Eravamo riusciti a conoscerla prima della sua partenza. Ecco il racconto del nostro incontro. 

Lisa Vittozzi è alta, ha gambe lunghe che definire da gazzella non è un luogo comune. È bella, più che in tutte le foto del suo account Instagram. La inquadri da capo a piedi e proprio laggiù, su quel paio di sneakers ben oltre il 40, realizzo che il biathlon non è la Cenerentola degli sport invernali.

Di essere bella lo sa perché quando glielo dici si mette a ridere e alza gli occhi al cielo, ma soltanto un po’. Sopracciglia perfettamente truccate, unghie azzurro-teamitalia.

È la più giovane nella nazionale di questa particolare specialità che unisce lo sci di fondo e la carabina. In Italia il biathlon è uno sport che richiama attenzione solo durante le Olimpiadi, la gli atleti vengono solo dall’Alto Adige. All’estero e soprattutto in Germania è amatissimo: per rendere l’idea, sul canale Eurosport, nelle discipline della neve, ha la seconda priorità subito dopo lo sci alpino.

Lisa è una promessa già mantenuta: nella classifica generale della Coppa del Mondo sta al 7° posto, appena dietro alla punta di diamante della squadra italiana, Dorothea Wierer, che è quinta e di anni ne ha 27. «Il top si raggiunge intorno ai 28, 30 anni» spiega. «Io ho dimostrato che posso essere ad alti livelli anche se ne ho 22». Si potrebbe cogliere una punta di (agonistica) cattiveria mentre sottolinea il suo vantaggio anagrafico rispetto a Dorothea, che comunque qualcosa le ha insegnato: fortissima sugli sci, controllata al poligono ma sempre femminile, e perché no, sexy nell’aspetto. L’affiatamento con la nazionale di biathlon è fuori discussione e vincente. Ma l’autostima di sicuro a Lisa non manca. E se i suoi occhi, per carattere e disciplina, difficilmente tradiscono emozioni, quando si parla di vincere, scintillano.

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«Sono una che non riesce a perdere» dice. «È così che sono entrata nel professionismo: vedevo i risultati. Ho cominciato tardi, in seconda media. Ma già nei primi anni delle superiori ho iniziato a impegnarmi di più. Alla mattina frequentavo ragioneria a Santo Stefano di Cadore, tornavo a casa, mangiavo, mi cambiavo, andavo ad allenarmi, tutti i giorni. Mi divertivo e mia madre mi ha lasciato fare, senza pressioni: è stata la mia fortuna. Molte famiglie stanno addosso agli atleti. Ma non sempre trasmettono energia positiva. Quando sono cominciati i sacrifici, per esempio non uscire la sera, non è stata una grande rinuncia. L’ho fatto volentieri perché la passione è tanta».

Il biathlon è uno sport di fatica allo stato puro. Ma per fugare il dubbio che questa splendida ragazza si stia perdendo qualcosa della vita, diciamo subito che ha un fidanzato storico, Marco, che con il biathlon non c’entra niente e che la porta in vacanza al caldo, al mare, sull’Adriatico, in Messico, in Brasile, in quell’unico mese di aprile in cui le è permesso staccare da sci e carabina.

«A 18 anni sono entrata nella forestale, poi sono passata ai carabinieri, stare in un corpo militare mi ha dato una gran mano per sostenere le spese delle trasferte. Dopo la maturità gli allenamenti si sono presi la giornata intera» continua la sciatrice. «Da marzo a maggio, con punte di 25-27 ore settimanali. Per un’ora di allenamento sugli sci, ne devi aggiungere due o tre al poligono, sempre all’aperto. Con la nazionale la routine è 10 giorni di raduno con la squadra, 10 a prepararsi per conto proprio. Più le gare in cui stai via circa 3 settimane di fila. Questo sport ti occupa la vita. Cerco di mantenere i rapporti ma non è facile, quando torno gli amici non mi risparmiano le battute: “Oh, eccola, è tornata a casa…”».

Casa per Lisa è Sappada, un angolo di Friuli Venezia Giulia al confine con il Veneto e l’Alto Adige, appena dietro le Tre Cime di Lavaredo, un po’ più in là di Cortina. Mentre lo descrive sembra di vederlo con i suoi occhi: «Un paesaggio molto bello, vasto, aperto, di montagne e boschi. Quando mi alzo al mattino e c’è una bella giornata, non vedo l’ora di andare a sciare anche se non devo allenarmi. A Milano ci sono stata una volta. Non mi ci vedo a vivere in città, andrei fuori di testa».

Sappada non è posto qualunque in Italia per lo sci di fondo. «Da noi i campioni Silvio Fauner e Pietro Piller Cotter sono dei miti. Molti bambini iniziano a fare fondo per imitarli. E poi è uno sport meno impegnativo per le famiglie. Lo sci di discesa non è per tutti, ha un costo diverso» racconta Lisa.

«Io vivo con mia madre. Siamo 4 fratelli molo uniti, una più grande che è fuori casa, un maschio e una femmina piccoli. I miei sono separati da quando ero bambina. Mio padre lo vedo, sì. Altri figli, no, non ne ha. Ha una fidanzata. Difficoltà ce ne sono state ma non per questo non potevo permettermi lo sci da discesa. Anzi, mia mamma mi ha incoraggiata. Però in una libera mi sono rotta una gamba e l’incidente mi ha traumatizzata. Visto che ero un maschiaccio uno sport lo dovevo fare comunque: mi piaceva il calcio, tifo ancora per la Juventus. Però da noi non ci sono strutture adeguate. Alla fine ho scelto il fondo perché lo facevano i miei amici».

In un paese dove tutti sono iscritti allo sci club, le glorie olimpiche ti stringono la mano quando vinci una gara e le medaglie, anche quelle dei ragazzini, si festeggiano in piazza, dedicarsi al biathlon anima e corpo può diventare una scelta rassicurante.

Sicurezza e tranquillità a Lisa sono congeniali. Non è un caso se è al poligono che dà il suo meglio. Quando le chiedo di spiegare come si svolge quella particolare successione di sciate e spari che è il biathlon, quasi arranca nel trovare le parole per descrivere movimenti interiorizzati in anni di pratica e ripetizioni, il suo mantra.

«Arrivi nella piazzola, ti metti in posizione, e respiri. Devi calmare l’affanno, abbassare le pulsazioni e sparare i 5 colpi. Tra un colpo e l’altro controlli il respiro e la pressione del grilletto» dice. «Al poligono sei pieno di emozioni e devi gestirle. C’è il pubblico che ti guarda, tanti rumori, magari ti stai giocando la medaglia e lo speaker della gara urla il tuo nome proprio mentre stai mirando. Ci riesci solo se sai isolarti. C’è chi deve lavorarci, io ce l’ho dentro. Casomai, il mio problema è l’eccesso di sicurezza. È lì che arrivano errori che non mi aspetto».

L’allenamento a cui si sottopongono questi atleti è molto sofisticato. Il controllo del proprio corpo è così estremo che lo sparo perfetto dovrebbe stare tra un respiro e l’altro. Anche la forza è importante: grande capacità aerobica e sviluppo della muscolatura addominale, dorsale, delle spalle. «Visto che la capacità di concentrazione non mi manca è soprattutto sulla condizione fisica che mi alleno e sono molto migliorata» spiega Lisa.

Il poligono è anche il luogo dove le differenze di genere non esistono: 50 metri di distanza, 5 bersagli e uguale regolamento. Nella staffetta mista, una delle prove del biathlon, a volte le donne vengono lasciate nell’ultima frazione proprio per sfruttarne l’abilità nella carabina, una particolarità eccezionale nello sport, dove la superiorità fisica dell’uomo non è mai in discussione «Allo sparo maschi e femmine sono allo stesso livello e una donna può essere anche più forte di un uomo» spiega Lisa con naturalezza. «Noi ragazze non ci sentiamo inferiori e loro non si sentono superiori. Io mi alleno spesso con un compagno di squadra che abita vicino a me, Giusppe Montello».

Nella squadra olimpica, la parità non solo numerica, 5 atleti e 5 atlete più una riserva, qualificati ai giochi, sembra acquisita. Dominik Windisch è il campione da medaglia, ma alla partenza per le Olimpiadi di PyeongChang le aspettative per le ragazze erano altrettanto alte. 

Il 4 febbraio, il giorno dopo la partenza per la Corea, Lisa ha compiuto gli anni. «E già questa è un’emozione» aveva detto. «Le aspettative me le creo da sola: l’hanno scorso siamo andati a provare la pista e mi sono sognata le gare anche di notte. Desideravo andare alle Olimpiadi fin da piccola e ci sono arrivata. Spero sia solo la mia prima volta».

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