I primi settant’anni del numero uno. Nato il 9 luglio del 1950, Adriano Panatta non ha nessuna intenzione di fare bilanci anche se si tratta di un compleanno importante: «I 70 non me li sento addosso. Sto bene, ogni tanto ho un po’ di mal di schiena. Però il tennis, alla fine, è stato gentile con me», dichiara in un’intervista al Corriere della Sera in cui racconta che i festeggiamenti saranno privati, in famiglia, al mare, con i figli, i nipoti e la compagna Anna. Non è ancora giunto il tempo di tirare le somme per colui che, a metà degli anni Settanta, rese popolare il tennis in Italia conquistando i trofei di Roma, Parigi e Davis e mettendo a segno uno dei “colpi” più eccelsi dello sport del nostro Paese.

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Romano (è nato e cresciuto al circolo Parioli ma non ama essere etichettato come “pariolino”) disincantato (si è fatto “fregare” la fidanzata, una certa Loredana Bertè, dall’amico e collega Björn Borg) e sempre un tantino accidioso (almeno questo è quello che hanno sempre pensato di lui), Adriano Panatta oltre ad avere un gioco molto rischioso, da equilibrista, che gli richiedeva di essere sempre al cento per cento, aveva tanti interessi. Sì, perché Panatta per l’Italia non è solo il simbolo di uno sport: è stato uno dei primi campioni a diventare icona del pop-marketing con i poster da appendere in camera che erano ambitissimi, le aziende che se lo contendevano per le sponsorizzazioni (anche se non erano pagate quanto oggi) e lui che era riconosciuto da tutti come il re del Foro Italico e del Roland Garros. E non scordiamoci i capelli: il mitico ciuffo “alla Panatta” era un vero e proprio simbolo di quegli anni ed era copiato da tutti i ragazzi. Insomma, Adriano Panatta è stato per molti versi un Cristiano Ronaldo ante litteram. E in un periodo in cui i social non c’erano e per farsi voler bene dalla gente dovevi davvero sudarti il loro affetto con chiacchierate post partita, cartoline autografate e fotografie scattate con una macchina vera. Altri tempi. Migliori, forse. Chissà. Certo Panatta oggi ricorda piacevolmente quelle cene con Nastase, Borg, Vilas, Gerulaitis prima di un match importante passate tra chiacchiere e risate. Oggi sarebbe impensabile: «Adesso i giocatori hanno otto coach e uno staff di 30 persone, sono distanti da tutto e fin troppo virtuali».

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Parlare di Panatta vuol dire parlare anche delle sue donne, anzi, di una sola, Loredana Berté con cui era fidanzato nel 1973. Anche se è passato molto tempo da quel trio chiacchierato sui rotocalchi (così si chiamava l’Instagram di quei tempi), Berté-Panatta-Borg restano ancora oggi oggetto di grande interesse e discussione (suo malgrado). Già, perché le storie d’amore comunque piacciono. E se i protagonisti sono belli e famosi (e in tre) ancora di più. Ecco come è andata: Adriano in quegli anni era già una stella del tennis mentre Loredana faceva solo la corista alla sorella Mia Martini. Con tanto tempo libero decide di seguire il campione a Parigi per il Roland Garros dove incontra un ragazzino svedese di soli 16 anni. Lì per lì non accade nulla, ma qualcosa tra i due scatta fin da subito tanto che si sono poi ritrovati anni dopo ad Ibiza, entrambi con un matrimonio finito alle spalle, lui un figlio da una modella svedese e lei sulla cresta dell’onda.

Da quella estate la storia tra l’ex campione e la rockstar diventa ufficiale, con tutto ciò che ne consegue: il matrimonio celebrato a Milano, la cocaina, le litigate e il tentato suicidio, la seconda chance, il trasferimento a Stoccolma tra re e diplomatici e l’addio alla carriera. Come sappiamo bene, la relazione tra il bel svedese e la cantautrice italiana non è finita affatto bene. Al contrario, Panatta, da “gran signore” quale è (non parla mai delle sue donne) ricorda con dolcezza quell’amore giovanile: «Con Loredana ci siamo voluti bene».