Come si combattono le fake news?

«L'indifferenza della giovane musulmana»: la foto risale al 22 marzo, durante l’attentato a Londra sul ponte di Westminster. La ragazza è sotto shock, ma il suo atteggiamento è stato interpretato in modo fazioso e diffuso ad arte da un account Twitter russo 

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Simone Cosimi

Si moltiplicano le bufale che rimbalzano dai social e arrivano sulle pagine dei quotidiani. Sono “bombe” che distorcono la nostra percezione della realtà. Ma disinnescarle si può. Con l’educazione dei ragazzi fin dalla scuola. E con un giornalismo più responsabile verso i lettori. Parola di 3 esperti

Ha fatto notizia, e suscitato polemiche, la foto della ragazza musulmana sul luogo dell’attentato del 22 marzo a Londra. Il motivo? È stata rilanciata su Twitter da un account russo che accusava la giovane di camminare indifferente, guardando il cellulare, accanto alle vittime per terra. Niente di più sbagliato: in realtà, ha spiegato l’autore dello scatto, la ragazza era sotto shock. È solo l’ultimo esempio di fake news: notizie false in cui le informazioni sono inventate di sana pianta o in parte manipolate o ancora distorte, e poi date in pasto alla creduloneria dei social network. Dove, rivela il Censis, si informa il 35% degli italiani (contando solo Facebook). Ci sono poi le bufale di Adolf Hitler vivo e vegeto in Sudamerica, di Alvaro Vitali morto. E le numerose sparate che ruotano intorno a Donald Trump e Vladimir Putin (le fake news di provenienza russa che hanno avvelenato la campagna elettorale Usa sono state viste da 126 milioni di utenti).

Ma perché queste panzane diventano virali in un batter d’occhio? E chi c’è dietro?

«Dipende: può esserci qualcuno interessato ad aumentare le visualizzazioni oppure la propaganda ideologica e politica» spiega David Puente, informatico e cacciatore di bufale col suo blog davidpuente.it. «Ma ci sono anche quelli che le spargono per divertimento, creando enormi problemi. Fanno leva sulle emozioni: individuano un target e diffondono un contenuto che possa attecchire. Le fake news sugli immigrati, come quella dei 37 euro al giorno regalati dallo Stato, puntano sulla paura e l’odio verso il diverso». Il problema è che chi abbocca a una notizia falsa si trasforma da vittima in alleato. Secondo Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratorio di data science e complexity all’università Ca’ Foscari di Venezia, quello che rende le fake news così forti è il nostro atteggiamento ad accettare ciò che ci va bene. «Non ci sono studi scientifici che confermino che le fake news siano favorite dagli algoritmi dei social. Io credo che invece sia un’altra la chiave per capire perché e come fanno presa: le persone tendono a informarsi scegliendo fonti e notizie che assecondino la loro visione del mondo».

Cosa si può fare a riguardo?

La soluzione su argomenti come immigrazione, politica e salute può essere quella di trovare modi diversi di raccontare certi temi che dividono la gente. Qualcosa si muove. In ambito istituzionale la Camera dei deputati e il ministero dell’Istruzione hanno lanciato un progetto che coinvolgerà 8.000 studenti per insegnare loro a scovare una bufala, verificando le fonti e imparando a condividire solo le notizie verificate. Ed è approdato anche in Italia il Trust Project (thetrustproject.org), che unisce 75 testate giornalistiche internazionali: seguiranno 8 “indicatori di fiducia” per consentire agli utenti di valutare la loro affidabilità. La Stampa per esempio fornisce dati sull’autore dell’articolo, le fonti, i principi etici seguiti dalla testata. Ma ci sono altri modi per sconfiggere il fenomeno delle fake news? Rispondono 3 esperti.

maria elena boschi funerale totò riina fake news

«Boldrini e Boschi ai funerali di Totò Riina» La foto girata sui social e “datata” ai funerali del boss mafioso, è del 2016. Laura Boldrini e Maria Elena Boschi erano a Fermo per le esequie del nigeriano Emmanuel Chidi Namdi, picchiato a morte da un italiano

Gabriela Jacomella, presidente di Factcheckers.it: «Bisogna stimolare lo spirito critico nei ragazzi»

Come insegnare ai più piccoli a difendersi dalle notizie false? E come individuarne una? Gabriela Jacomella, giornalista, co-fondatrice e presidente di Factcheckers.it, autrice di Il falso e il vero (Feltrinelli) e della rubrica Osservatorio Fake News sul nostro magazine, spiega che non occorre terrorizzare i ragazzi vietando loro di usare i social, ma bisogna insegnare a utilizzare gli “strumenti” che già esistono sul web: «L’obiettivo è sviluppare uno spirito critico, come si è sempre fatto a scuola nello studio dei testi. Approfondendo il contesto e spiegando ai ragazzi che su quelle bufale c’è chi ci specula». I primi segnali di una panzana stanno «nei titoli urlati che dicono senza dire spingendo a cliccare, nell’uso scorretto della lingua italiana che può segnalare una traduzione approssimativa e nelle immagini che c’entrano poco, appiccicate a forza. Esistono poi strumenti per la ricerca inversa, per scoprire da dove viene un’immagine che ci insospettisce». Per esempio, la presunta foto delle 2 ragazze statunitensi violentate a Firenze era uno scatto risalente al 2010.

Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica: «Non serve censurare, ma puntare sulla qualità»

La Germania ha approvato una legge molto severa con multe fino a 50 milioni di euro per chi diffonde una bufala. E in Italia la deputata Nunzia De Girolamo ha appena firmato un disegno di legge sulla falsariga. C’è chi pensa che la strada per sconfiggere le fake news passi attraverso i tribunali. Per Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica alla università Statale di Milano non è così: «Non si può pensare a “commissioni per la verità” che decidano il vero e il falso né si possono assegnare troppe responsabilità oggettive alle piattaforme, caricandole di inapplicabili obblighi di controllo. Le responsabilità delle fake news sono altre e vanno cercate in una parte del giornalismo e negli utenti di social e chat. Ma poi bisogna anche discutere del pluralismo dei media e della libertà di pensiero. Per disinnescare queste notizie false ci vuole prima di tutto un giornalismo di qualità capace di approfondire e fare critica».

Walter Quattrociocchi, esperto di data science: «Oltre ai bollini rossi, occorre trovare un altro modo di raccontare»

Anche Facebook ha lanciato una battaglia contro le notizie false. Si va dalla segnalazione da parte degli utenti (e dal bollino rosso per una notizia sospetta) alla penalizzazione di chi sfrutta le bufale per portare traffico sul proprio sito: a loro viene impedito di fare pubblicità sul social. «Sono strumenti che non funzionano» dice Walter Quattrociocchi. «Il social network ne ha dovuti addirittura eliminare alcuni dopo i primi mesi perché non facevano che contrapporre gli utenti. Perciò funziona di più farsi delle domande e affrontare certi temi raccontandoli in modo diverso». Tesi confermata anche da uno studio dell’università di Yale. A questo si aggiungono gli accordi con gli editori e le associazioni di fact-checking. Google News ha sfornato un’etichetta che certifica gli articoli che sbugiardano le frottole. Twitter chiude tonnellate di account e moltiplica il finanziamento alla ricerca nel settore. «Proteggere la nostra comunità è prioritario anche rispetto ai profitti» ha spiegato di recente il grande capo di Facebook Mark Zuckerberg. Vedremo.

3 libri per approfondire

Il falso e il vero di di Gabriela Jacomella (Feltrinelli) spiega cosa sono le fake news, chi ci guadagna e come evitarle.

#Iocredoallesirene di Andrea Fontana (Hoepli) sostiene che le fake news sono legate alla contemporaneità dispersa su più media.

Cacciatori di bufale di Fulvia Degl’Innocenti e Chiara Segré (Sonda) si rivolge ai ragazzi, per aiutarli a riconoscere le notizie false sul web.

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