del

Valentino Rossi

di Stefano Cardini
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Su di sé Valentino Rossi è più sfuggente che sulla moto. Noi, però, lo abbiamo convinto a confidarsi (dopo averlo inseguito per un giorno)

Su di sé Valentino Rossi è più sfuggente che sulla moto. Noi, però, lo abbiamo convinto a confidarsi (dopo averlo inseguito per un giorno)

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Durante la prima gara del Motomondiale 2006 a Jerez de la Frontera, in Spagna, è caduto. Ma l’8 aprile, sul circuito di Losail in Qatar, l’uomo da battere sarà ancora lui: Valentino Rossi, il sette volte campione del mondo che a suon di vittorie e sorrisi ha trasformato in fan delle moto perfino le nonne. Che il 27enne pilota marchigiano sia il numero 1 anche quest’anno era chiaro fin da quando, alla vigilia del Gran premio di Jerez, sono volato in Spagna per intervistarlo. Obiettivo: far parlare Vale degli argomenti su cui di solito mantiene il più assoluto silenzio. Ovvero, se stesso, l’amore, il futuro. La conferenza stampa di presentazione della stagione è fissata per le 16. Alle 10 del mattino inizio a pattugliare lo stand, il box e il tir della sua squadra, la Yamaha. Ma di Valentino non si vede neanche l’ombra. Di colpo me lo ritrovo davanti. Tuta da gara e cappellino giallo in testa, sta uscendo dal tir (quando vi sia entrato resta un mistero). Uno sciame di fotografi lo rapisce. Nonostante la ressa, conquisto la pole position in sala stampa. Vale è stanco, teso. Pensa a quella vibrazione alla ruota anteriore che sta tormentando l’inizio del suo Mondiale. È tutto un dissertare di gomme e pistoni, freni e telai. Finché riesco ad afferrare il microfono e a formulare la mia prima domanda.

In pista sei uno che rischia, in amore sembri in cerca di sicurezze. Si dice che tu stia mettendo su casa a Milano con Arianna, la tua fidanzata. Sta nascendo la famiglia Rossi?
(Risata generale. Valentino mi scruta come a dire: «E questo da dove viene?») «A una famiglia mia per ora non ci penso. Ho solo 27 anni, e le gare mi lasciano troppo poco tempo per prendermi certe responsabilità».

Una volta, però, hai detto che se un pilota si innamora va piano. È vero?

«Più che d’amore, è una questione di figli. Tra piloti si dice che per ogni bambino che ti nasce vai due secondi più lento. Però il mio compagno di squadra Colin Edwards ne ha due e corre lo stesso...». (Ride. Bene, penso: forse si sbottona).

Tu sei innamorato?

(Un po’ scocciato) «Scusa, ma non è il luogo per parlare di certe cose».

La seduta è tolta. La sala rumoreggia: le mie domande hanno rubato un bel po’ di tempo. Mi infilo tra i cameramen che hanno chiuso Valentino in un angolo per le interviste tv. Piovono domande ultratecniche sulle strategie di gara. Io non mollo.

Come ti senti a essere considerato sempre l’uomo da battere?

(Il suo sguardo dice: «Ancora tu!») «È gratificante. Ma è come avere incollato sulla schiena un bersaglio da centrare. Sai che al più piccolo errore gli altri faranno di tutto per approfittarne. A volte mi pesa».

Ed essere lo sportivo più conosciuto al mondo?

«Quello è peggio. La popolarità talvolta è una prigione. Ho deciso di vivere a Londra perché lì, se non incontro italiani, riesco a fare due passi tranquillo».

Gli altri giornalisti reclamano il campione. Mi sfilo e mi preparo a giocare il mio asso nella manica: il mazzo di rose rosse che le colleghe mi hanno ordinato di portare a Vale da parte loro. Dieci, una per ogni Motomondiale disputato. Approfitterò dell’occasione per fargli le domande più imbarazzanti. Nonostante il caldo, i fiori sono ok. Li ho affidati alle cure delle donne delle pulizie del circuito, ormai convinte che tra me e Valentino ci sia in gioco ben più che un’intervista. Quando ritorno allo stand Yamaha, la diffidenza iniziale ha ceduto il passo alla complicità. Dopo una giornata di piantonamento tutti mi sorridono e mi chiamano “lo spasimante”. Chiedo di Rossi, mi fanno accomodare nel salottino. Lui è lì, a pochi metri: sta mangiando una macedonia con lo sguardo perso nella coppetta. Poi mi viene incontro ridacchiando: «So che hai delle rose per me: me le dai o no?». «Certo» gli rispondo. «Ma devi farmi un autografo. Sennò le mie colleghe non ci credono che te le ho portate». Afferra un cappellino e un pennarello. Io torno all’attacco.

Perché hai il sole e la luna disegnati sul casco?

«Sono i due lati del mio carattere. C’è un Valentino allegro, ironico, scanzonato: più sole che luna. Ma c’è anche un Valentino riservato, malinconico, sognatore: più luna che sole».

Il tuo colore preferito?

«Il giallo».

Il programma tv?

«I Simpson».

Il cantante?

«Vasco Rossi».

Il cappellino è firmato. Vale si cala sul volto gli occhiali scuri. Sta per salutarmi.

Il titolo della tua autobiografia è Pensa se non ci avessi provato. Se non ci avesse provato con le moto, cosa farebbe oggi Valentino Rossi?

«Il calciatore, credo. Come il mio amico Ronaldo. Ma le due ruote ce le ho nel sangue. Nel 1979, l’anno in cui sono nato, mio padre Graziano è arrivato terzo al Mondiale, nella classe 250. Aveva il numero 46, lo stesso che porto io da quando gareggio».

Adesso che ti ho dato anche le rose, me lo dici se sei innamorato?

(L’uomo più inseguito del mondo è sfinito dall’inseguitore) «Diciamo che sono felicemente fidanzato».

Ora è davvero finita. Valentino mi saluta con la mano e scivola via verso i box. Più luna che sole, oggi, per lui.

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