E se fossimo noi femmine a essere sempre contro i maschi? 

Tanto vale ammetterlo. Il nuovo film di fausto Brizzi dice la verità: la guerra dei sessi la combattono per prime le donne. Un po’ per spirito di rivalsa, un po’ per la fissa di redimere i partner. Ma il modo di vincere c’è: usare le loro stesse armi (ovvero fregarsene)

di Alessandra Appiano  - 07 Marzo 2011
 

La domanda da mille punti è sempre la stessa, riciclabile in ogni corso e ricorso storico, attuale in tempi progressisti e pure revisionisti. Siamo maschi contro femmine o femmine contro maschi? Un quesito così pregnante che Fausto Brizzi, il regista delle suggestioni da botteghino, ci ha costruito sopra due film a breve distanza: prima Maschi contro femmine, uscito a fine 2010, e adesso Femmine contro maschi, nelle sale dal 4 febbraio. Ma noi, che siamo femmine e optiamo per la sintesi verace, non abbiamo dubbi: siamo proprio noi le paladine della guerriglia sentimentale, noi le eroine della schermaglia romantica. Gli uomini, si sa (e i protagonisti maschili di Brizzi lo dimostrano una volta di più), aborrono le iniziative: dormono davanti alla tv mentre “gli altri” sparecchiano la tavola, dimenticano di dare i croccantini al micio che miagola disperato, escono dalla doccia lasciando dietro di sé laghi alpini, vagano sperduti alla ricerca di camicie e calzini in un trilocale di 90 metri quadri.

 

Sinceramente, perché dovrebbero fare eccezione sulle spinose questioni esistenziali, la specializzazione delle fanciulle inquiete? Perché dovrebbero sbattersi in sterili RAMA (Recriminazioni Amorose a Mano Armata)? Passivi e vagamente codardi, i mariti lasciano lo scettro delle noiose proteste alle mogli, assieme a un tot di terrificanti incombenze pratiche. Non c’è da stupirsi se le signore in questione, sfinite da prosaiche rotture di scatole e da critiche inascoltate, diventino aggressive. Senza dimenticare che il rancore litigioso affonda le sue radici in ataviche vessazioni: abbiamo sul groppone migliaia di anni di sacrifici a senso unico, tipo pancioni che sformano, travagli che sfondano, marmocchi che strillano nel cuore della notte (e chi si alza dal letto, secondo voi?). Quando c’è di mezzo la sopravvivenza, la tolleranza latita. Del resto, analizziamo con lucidità la situazione imperante.

 

Secondo le contraddittorie indicazioni dei mass media, le femmine del terzo millennio dovrebbero emulare le 20enni anche in menopausa, dimostrarsi colte ma frivole, con letture degne di Virginia Woolf e addominali simil Madonna, sexy come Belen Rodriguez e intelligenti come Margherita Hack, provocanti anche quando cucinano le lasagne (che però non possono mangiare, dal momento che mirano a un’ipotetica taglia 42 anche se virano a una concreta 46). Gli uomini di fronte a richieste così folli arretrerebbero: non le donne, che invece si galvanizzano nelle sfide ardite. In primis, nella guerra persa in partenza per migliorare il maschio, essere non migliorabile per definizione.

 

Perché cercare di trasformare dei fenomenali racconta-balle, dei sostanziali tirapacchi, degli eterni bambinoni che vanno in deliquio per un gol, quando potremmo accettarli così come sono e batterli sullo stesso campo d’azione? Basterebbe giocarsela da inattendibili, lasciare la lavatrice scassata, il frigo vuoto, il lavandino intasato: insomma, lasciarli nudi di fronte all’entropia domestica, glissare sulle loro dimenticanze romantiche o sulla bruttezza dei loro regali. E diventare noi dei geni dell’espediente positivo, tergiversando, adulando, aggirando l’ostacolo. Eppure le donne, perfezioniste indefesse, volontarie del “ti salverò” a tutti i costi, pioniere del pronto intervento risolutivo, hanno la fissa di redimere gli uomini. In Femmine contro maschi Luciana Littizzetto riesce, complice una provvidenziale perdita di memoria, a trasformare il marito noioso e fedifrago nel perfetto amante-cuoco-maggiordomo... Ma siccome alla maggior parte di noi le delusioni cocenti provocano sempre un certo rancore, per smorzare i toni della rissa vorrei ricordare, a titolo consolatorio, una serie di indubbi svantaggi del cosiddetto sesso forte. Intanto ricordiamoci sempre che l’uomo è un soggetto devastato dal complesso d’inferiorità per eccellenza: l’incapacità di procreare.

 

Un poveraccio obbligato a ridicole performance per fingersi il re della foresta quando è un basico coniglio da cortile, pronto a darsi alla macchia di fronte alle prime avversità. In secondo luogo, mettiamoci per un secondo nei panni di un maschio odierno: di fronte a una défaillance sessuale un simpatico avo poteva dare la colpa alla trepida inesperienza della compagna di talamo; ma adesso, che pesci, pardon che pillole, pigliare per scampare al pubblico ludibrio? E se vi sentite ancora piene di rabbia per le bugie di qualche traditore recidivo, visualizzate subito il ring del taroccamento estetico, dove metterlo ko è facilissimo. Potete indossare le calze coprenti 50 denari e dichiarare con inaudita faccia tosta di non avere un filo di cellulite; millantare un’altezza da top model con l’aiuto di zeppe chilometriche, ostentare un look acqua e sapone quando siete state ore davanti allo specchio, fingervi bionde naturali quando siete nere come la pece... E se neppure questo bastasse, tenete a mente la frase con cui si apre il divertente film di Brizzi. È di Charles Darwin e dice così: «Il maschio scelto dalla femmina non è colui che le sembra più attraente, ma colui che la disgusta di meno». Non è la parola di un uomo (ovviamente lascerebbe il tempo che trova), ma di uno scienziato.  

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