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L’intervento che salva il fegato 

Oggi si operano anche i tumori più difficili. Con uno speciale ecografo il chirurgo elimina soltanto i tessuti malati. Fino all’ultima cellula

di Cinzia Testa  - 12 Novembre 2010
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C’è una nuova tecnica per operare il fegato togliendo solo il tumore e salvando il più possibile quest’organo così prezioso. Merito di un ecografo speciale, che è in grado di guidare la mano del chirurgo con precisione millimetrica, nelle zone che fino a oggi non erano visibili. Con risultati che sono ottimi. Gli studi fatti finora dicono che le ricadute della malattia si hanno solo in due casi su 100.
«Quando il tumore aggredisce la parte alta del fegato spesso coinvolge anche le vene sovraepatiche» spiega Guido Torzilli, responsabile della sezione di Chirurgia epatica dell’istituto Humanitas di Milano, che con la sua équipe ha messo a punto la tecnica. «In casi come questo fino a oggi non si riusciva a operare il paziente oppure c’era un rischio di mortalità molto alto. In più si doveva asportare metà se non due terzi dell’organo ». E qui entra in gioco la nuova tecnica. Che è stata messa a punto grazie a una scoperta fondamentale. Quando il tumore comprime una delle vene che scorrono in questa zona, per cercare di mantenere la circolazione regolare l’organismo crea dei piccoli ponti che trasportano il sangue dalla parte schiacciata ad altri vasi che scorrono paralleli. Nel caso di queste forme tumorali grazie allo speciale ecografo si individuano e si lasciano intatti questi by-pass naturali. E non si è più costretti a “sacrificare” delle parti di fegato che prima venivano eliminate.

Quei ponti preziosi. L’intervento viene sempre eseguito nel modo tradizionale. Subito dopo aver effettuato l’incisione, però, il fegato viene esplorato con l’ecografo. In questo modo il chirurgo vede tutti i noduli tumorali, compresi quelli che sono nella parte più nascosta dell’organo e che hanno aggredito una delle vene. E individua i vari by-pass nati per saltare i punti schiacciati. «Si tolgono così esclusivamente i segmenti di vena aggrediti dal tumore, senza intaccare i ponti» dice il professor Torzilli. «E si rimuove solo, o quasi, la porzione di organo intaccata dalla malattia, a tutto vantaggio della funzionalità del fegato». L’intervento è in anestesia generale ed è necessario rimanere in ospedale una decina di giorni. Dopo l’operazione, è l’oncologo a decidere quali cure prescrivere e se è necessario un ciclo di chemioterapia. «Un ultimo vantaggio è che, se si formano altri noduli, il fegato che è stato preservato durante il primo intervento è in grado di sopportarne un secondo» conclude il professor Torzilli, «Cosa che con l’operazione tradizionale non succedeva».  

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