Non è mai troppo tardi per diventare scrittrici

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    Credits: Maurizio Camagna

    Raffaella Marchese 80 anni

    Il libro arriva in libreria il giorno del suo ottantesimo compleanno. Raffaella, che effetto fa essere scrittrice a 80 anni?
    «Effetto sogno. Ma che differenza c'è tra uno scrittore di venti e uno di novanta? La scrittura è un talento. Come essere intonata, come avere i capelli biondi o neri. Certe volte è così potente che scappa fuori da giovanissima. Certe altre rimane nascosta per sempre nelle tue frustrazioni. Nel mio caso la scrittura ha vagato una vita nell'incertezza e poi è affiorata non proprio in tenera età. Per vere ragioni tecniche».

    Ragioni tecniche?
    «Da piccola non ho imparato a scrivere, anche se il mio sogno di bambina povera era sapere e studiare. Invece già a sei anni mi alzavo alle 4 e lavoravo tutto il giorno. Così quell'ora è rimasta per me l'inizio di tutto. Ieri sveglia all'alba per il lavoro, oggi per scrivere sul mio quadernone».

    Come ha fatto una signora d'età, che non ha studiato, a scrivere un libro?
    «Ha imparato da sola a scrivere e ha spiato una vita intera "i saputi" per raffinarsi. E siccome la bambina del bar è diventata moglie e poi madre di tre figli meravigliosi, per scrivere un libro ci ha messo circa 70 anni».

    Che vuol dire spiato?
    «Rubavo giornali e libri a tutto spiano. Leggevo ma soprattutto ascoltavo. Se mi scontravo con una parola difficile correvo a scriverla sul mio quadernetto e poi interrogavo chiunque finché non capivo. Poi ho preso la licenza media. Quando ho fatto l'esame quei ragazzini mi hanno pure fatto copiare. Fino all'università della terza età...».

    Racconta che le sue compagne erano signore impellicciate e che lei si sentiva un'aliena sola.
    «Ma poi incontrai una donna meravigliosa: la professoressa Antonia Mazza Tonucci. Un giorno ha letto un mio scritto davanti a tutti. "Devi scrivere la tua storia" mi ha detto commossa».

    Lei racconta di una donna che trova la sua felicità nella scrittura.
    «E nella libertà da un marito che forse non ha capito. Il libro è dedicato a tutte le donne come me. Non proprio giovanette. A  80 anni si può ancora scrivere, si può volare, si può tornare a ridere».

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    Credits: Maurizio Camagna

    Franca Rossi Galli 77 anni

    Marguerite Yourcenar diceva che la scrittura ti cova dentro e affiora quando vuole lei. A trent'anni, a ottanta...
    «La passione della scrittura era con me sin dal liceo. Ma c'era anche quella per la medicina. E siccome pensavo che se avessi fatto il medico nessuno sarebbe più morto, mi sono detta: prima salvo il mondo e poi salvo me stessa. Diventerò grande scrittrice dopo».

    Allora l'età non è stata un ostacolo?  
    «Se dovessi dirle che avere la mia età mi rallegra mentirei. Ma il tempo non è un male per lo scrittore. Qualcuno diceva che bisognerebbe scrivere o da giovanissimi, perché purezza e sogni sono interi. Oppure da vecchi, perché aver perso entrambi ti fa essere più libero. La verità è che per una donna come me la scrittura diventa cura, riscatto del  passato e senso di infinita vitalità».

    Dal bisturi alla penna. La scrittura non ha bisogno anche di tecnica?«Intanto faccio la sessuologa, lavoro dove il bisturi non è ben visto. E poi di allenamento ne ho fatto. Ho scritto poesie. Ma il segreto del primo romanzo sono stati gli annullamenti di matrimonio».

    Come? Come?
    «Vede, io ho scritto molte perizie per la Sacra Rota. E per decidere che un matrimonio non è mai stato vero devi scavare molto nelle vite degli altri, dall'infanzia alle nozze. E ogni storia diventa un romanzo. Quando sono arrivata al mio è stato solo un godimento».

    Un godimento durato quanto?
    «Forse un anno. Un libro si comincia poi è lui che  fa di te quello che vuole e che legge nei tuoi ricordi. Mia madre Nina mi ha lasciato lettere, documenti e appunti. Mettendoli in ordine ho scoperto che i fatti rinati nella memoria diventano più forti e intensi. Gli amori di Nina, le ville palladiane, Venezia e le calli strette nell'ombra.  E poi la guerra: Caporetto e quei soldati che invadono la casa con l'odore dalla paura addosso. Ma il ricordo  indelebile è l'orrore della spagnola. Mia madre ne parlava come d'un mostro a sette teste».

    Nina sarà il primo e ultimo romanzo?
    «Mi è rimasta nella penna la storia dello zio Walter. E lui era più birichino di Nina. Potrebbe essere un libro più allegro. Più giovane...».

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    Credits: Maurizio Camagna

    Cesarina Minoli 85 anni

    Da dove arriva il bisogno di scrivere a ottantacinque anni, Cesarina?
    «A quest'età o si cade nelle sabbie mobili dei rimpianti o si decide di riattivare la spina. Così ho fatto io. E sono entrata in un territorio sconosciuto, la scrittura, in cui ritorni a imparare e a vivere anche a 85 anni».

    Qualcuno in particolare l'ha spinta?
    «Qualche merito lo do a un'amica. Mi diceva: "E smettila con quell'inutile bridge. Mettiti a lavorare una buona volta: scrivi un libro"».

    Grande merito anche al baule di zinco che dà il titolo al suo libro.
    «Il baule in realtà era un comò dove, dopo la morte di mia madre, ho scoperto quattro cassetti traboccanti di lettere, documenti, atti notarili, bilanci e contabilità di tre generazioni. È stata per una vita la guardiana silenziosa di quei tesori. Del resto la stessa cosa ho fatto io. Per vent'anni mi sono fatta passare addosso una vita alquanto movimentata: tre figlie, Torino, New York, Roma e poi il divorzio. Un'esistenza piuttosto turbolenta che mi ha strappato di qua e di là. Be' diciamo che questo libro ha raccolto i miei pezzi».

    Prima di scrivere lei è stata grande lettrice. Quali scrittori ci sono dentro l'anima della sua scrittura?
    «Nessuno. Non ho queste presunzioni. Se c'è una mia grazia di scrivere la devo ad aver tradotto molti libri. Quando devi interpretare una prosa immensa come quella di Melville in Moby Dick, forse anche una signora di una certa età può rimanerne contagiata».

    Il suo romanzo scopre anche la grande storia: la guerra, il nonno sarto di Garibaldi. Ha puntato alto, Cesarina...
    «Ho puntato dov'ero. Lo so, mi dicono che il mio non è un romanzo vero. Che non c'è giusta distanza tra le mia memoria e la commozione di attraversarla. Me ne farò una ragione! Ho scritto a questa età per pareggiare i conti col passato. Perché volevo capire meglio le persone che ho conosciuto e amato. E, raccontando loro, ho ritrovato e capito meglio anche me. Troppo tardi? Forse è stato un vantaggio».

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Si può scrivere il primo romanzo anche a ottant'anni. Anzi: aiuta a fare i conti col passato. A capire e capirsi. Ad attraversare con la memoria i grandi fatti della storia. Perché narrare è un talento che emerge quando vuole. E avere molti anni sulle spalle può essere persino un vantaggio. Lo dimostrano le storie di tre donne che si sono scoperte romanziere a questa età

 

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