L’ernia del disco è una patologia che colpisce i dischi intervertebrali, ovvero quella sorta di cuscinetti che ammortizzano l’attrito tra le vertebre.

Questa struttura è formata da due parti concentriche, ovvero il nucleo polposo, una massa gelatinosa costituita per quasi il 90% da acqua, e l’anello fibroso, che circonda il nucleo polposo. Quando a causa di un cedimento dell’anello fibroso si verifica la fuoriuscita del nucleo dal disco intervertebrale, si parla di ernia del disco.

Seppur possa essere anche asintomatica, l’ernia del disco solitamente si manifesta con dolore localizzato nella parte bassa della schiena, sciatalgia (ovvero un dolore irradiato lungo il nervo sciatico, dal gluteo alla parte posteriore della coscia, fino alla caviglia) e cruralgia (cioè un dolore avvertito lungo la parte anteriore o interna della coscia, lungo il decorso del nervo crurale).

Per approfondire questa problematica, abbiamo chiesto un consulto al dottor Paolo Gaetani, responsabile Chirurgia Vertebrale, Istituto di Cura Città di Pavia. Ecco cosa ci ha risposto.

Che cos’è 

L’ernia del disco deriva dalla fuoriuscita della parte centrale del disco intervertebrale (che rappresenta l’ammortizzatore posto tra due vertebre), il cosiddetto nucleo polposo che, andando incontro a processi degenerativi, può “spingere” la parte più esterna, l’anulus fibroso, fino anche a superarlo (ernia espulsa).

Il disco entra così a contatto con le radici dei nervi e genera la sintomatologia più comune, conosciuta come dolore radicolare, ovevro un dolore intenso e trafittivo che si distribuisce lungo il decorso dei nervi principali nell’arto inferiore: il nervo sciatico e il nervo ischio crurale.

La sciatalgia e la cruralgia rappresentano pertanto i sintomi, e non la causa, dell’ernia del disco.

Sintomi

Il dolore è in genere il primo sintomo che compare come espressione di una ernia del disco e può durare anche qualche settimana.

Oltre al dolore, i sintomi tipici comprendono le parestesie (formicolii), la perdita della sensibilità tattile e dolorifica, fino alla perdita di forza a carico dei muscoli innervati dalle radici nervose: in questi casi il paziente non riesce a salire e scendere le scale, non mantiene una corretta postura sulle punte dei piedi e sui talloni e si osserva una riduzione del tono e della dimensione dei muscoli della gamba.

Cause

La formazione dell’ernia discale avviene principalmente per fattori degenerativi, quindi per l’impoverimento dei costituenti del disco.

Le cause di questo impoverimento sono molteplici, spesso collegate tra loro, e vanno dai lavori pesanti a quelli sedentari con problemi posturali. Lo scarso esercizio fisico fa sì che i muscoli non sostengano la colonna e può facilitare la degenerazione.

Poi ci sono gli eventi traumatici, come gli incidenti, o i traumi indiretti con sforzi fisici importanti. Lo starnuto e la tosse ripetuta, determinano un aumento di pressione all’interno del canale e sul disco, che può fuoriuscire.

Un capitolo a parte riguarda i cosiddetti fattori di predisposizione genetica. Molti ricercatori sono convinti che i fattori genetici possano influenzare significativamente il processo degenerativo del disco intervertebrale, agendo come fattori predisponenti in un contesto multifattoriale dove anche fattori ambientali e costituzionali giocano il loro importante ruolo.

Cosa fare e quando operare

La localizzazione più frequente dell’ernia discale è a livello lombare, ma può colpire anche la cervicale.

L’ernia del disco è una patologia molto “democratica” perché colpisce indifferentemente uomini e donne, con un picco d’incidenza tra i 40 e i 50 anni.

In caso si soffra di mal di schiena, se ci si sottopone a una risonanza ed è diagnosticata una protrusione o un’iniziale ernia del disco, non è necessario intervenire chirurgicamente, se non in casi particolari. È sopra i 40 anni le protrusioni discali sono presenti nell’80% delle persone che non hanno mal di schiena, quindi giustificare sempre un intervento sarebbe scorretto.

Dal canto loro, le protrusioni fanno parte del normale invecchiamento: pertanto si interviene chirurgicamente quando l’ernia del disco genera una sintomatologia radicolare, ovvero quando si verifica l’interessamento di una o più radici dei nervi, con una distribuzione all’arto inferiore (o all’arto superiore in caso di ernia cervicale) ben definita, e in presenza di un deficit neurologico, cioè di una limitazione in termini di forza muscolare. Ma soprattutto, si pone indicazione all’intervento chirurgico quando la sintomatologia non migliora né con il trattamento farmacologico (a base di anti-infiammatori, steroidi e miorilassanti) né eventualmente alle tecniche di terapia del dolore.

L’intervento chirurgico consiste nella rimozione dell’ernia. Le modalità applicate sono diverse. Le tecniche percutanee sono le meno invasive: non prevedono un taglio vero e proprio, ma si raggiunge il disco entrando nel canale con una ago-cannula sotto controllo radiologico. La tecnica percutanea si applica in casi di ernia contenuta.

Quando invece l’ernia è fuoriuscita completamente, la tecnica tradizionale è quella della microdiscectomia, che viene effettuata con l’ausilio del microscopio operatorio.

Ci sono poi altri tipi d’intervento, ad esempio quello endoscopico, riservato alle ernie molto laterali.

Il decorso in ospedale è molto breve, dopo uno o due giorni il paziente è dimesso. La convalescenza dura tre settimane, seguita da una fisioterapia-rieducazione posturale che ha l’obiettivo di rinforzare la muscolatura che sorregge la colonna, per non gravare sul disco che deve rigenerarsi.

La prevenzione si avvale della fisioterapia, che deve essere seguita con costanza per tutta la vita, anche dopo la rieducazione. La fisioterapia è di per sé prevenzione, deve essere fatta quando si sta bene senza aspettare di ammalarsi.

Terapie alternative

L’utilizzo di terapie non convenzionali nella cura del mal di schiena e della patologia discale è generalmente sintomatico: puntano a mitigare il sintomo doloroso senza intervenire sulla causa specifica che lo determina.

Spesso nel mare magnum di queste offerte terapeutiche regna una grande confusione: dato che l’obiettivo è la risoluzione del dolore, queste terapie complementari rivestono un ruolo secondario e devono affiancarsi in modo propedeutico alle altre strategie terapeutiche tradizionali.

Tra queste terapie le più comunemente utilizzate sono le terapie fisiche: le opinioni sulla loro utilità non sono del tutto concordi perché l’impatto delle energie fisiche sui tessuti genera reazioni tuttora non ben dimostrate, perché non esistono precise indicazioni sui dosaggi delle singole metodiche nelle diverse fasi della patologia e perché le modalità di applicazione sono spesso basate sull’empirismo.

Tra le forme di agente fisico più utilizzate ricordiamo:

– il calore (Termoterapia) che nel dolore lombare permette di incrementare l’estensibilità dei muscoli, dilatare i vasi sanguigni e contribuisce a ossigenare le fibre muscolari;

– la Laserterapia, che ha effetto antalgico, antiinfiammatorio e biostimolante, vaso dilatando e incrementando il drenaggio linfatico dei tessuti;

– l’Elettroterapia, utilizzata a scopo antalgico per facilitare la penetrazione delle sostanze farmacologiche attraverso la cute; la tecnica di elettroterapia per via transcutanea (TENS) agisce a livello dei nervi periferici “ostacolando” la trasmissione del messaggio del dolore lungo le vie nervose;

– la Magnetoterapia, che migliora la circolazione, esplica azione antiinfiammatoria stimolando le funzioni cellulari migliorandone l’ossigenazione;

– di più recente introduzione è la Tecarterapia (Trasferimento Energetico Capacitativo Resistivo) che impiega radiofrequenze per limitare i processi infiammatori generati nelle strutture muscolari e articolari.

Un commento a parte meritano la Chiropratica e l’Osteopatia, discipline che di recente hanno acquisito una validità terapeutica e il riconoscimento legislativo di discipline mediche.

Nello specifico, la Chiropratica utilizza le capacità di recupero specifiche del corpo, nonché la relazione tra le strutture scheletrico-muscolari e le funzioni corporee, quindi tra colonna vertebrale e sistema nervoso. Il concetto di sublussazione a livello delle articolazioni vertebrali genererebbe impulsi errati provenienti dal sistema nervoso, creando scompensi “a cascata” che possono essere interrotti solamente riducendo manualmente queste sublussazioni articolari con aggiustamenti specifici.

L’Osteopatia mira invece a ristabilire con un paziente lavoro manuale l’armonia del corpo che si è perduta. La dottrina osteopatica riconduce qualsiasi disturbo a una disfunzione del sistema “cranio-sacrale” che è mantenuto insieme dal tessuto connettivo che ingloba ossa, muscoli e visceri.