I medici lo avevano previsto e oggi il morbillo è tornato a rialzare la testa. Non solo negli Stati Uniti, dove si stanno verificando focolai che hanno portato anche alle prime vittime, specie tra gli adulti non vaccinati, ma anche in Europa, dove l’Italia ha il primato di casi. Non si era mai verificato, ma per l’epidemiologo Pierluigi Lopalco non deve stupire. Al contrario, occorre agire con tempestività.

Italia, maglia nera per i nuovi casi di morbillo

Non era mai accaduto prima, neppure durante le precedenti ondate di morbillo: l’Italia sta registrando il maggior numero di casi in Europa. Secondo gli ultimi dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), tra il 1° agosto 2025 e il 31 luglio 2026 i Paesi dell’Unione europea e dello spazio economico europeo hanno contato in tutto 2.339 casi di morbillo, dei quali 2.012 confermati in laboratorio. In Italia nei primi sei mesi del 2026 ne sono stati notificati ben 537.

L’Italia supera anche Bulgaria e Romania

Sempre secondo le rilevazioni, se si considera l’intero periodo di 12 mesi monitorato dall’Ecdc, il numero delle segnalazioni di morbillo in Italia sale a 640, con 548 casi confermati. «Purtroppo la malattia è tornata a cresce anche in Europa. Il nostro Paese ora ha il primato negativo, anche rispetto a quei paesi nei quali tradizionalmente c’è sempre stata un’incidenza maggiore, come Bulgaria e Romania», commenta Pierluigi Lopalco, professore di Igiene all’Università del Salento. La Bulgaria ha infatti contato 502 casi, la Romania 310, la Spagna 243 e la Francia 174.

Perché aumenta il morbillo

Il dato non sorprende del tutto gli esperti, però, per almeno due motivi: il primo ha a che fare con le caratteristiche della malattia. «Si tratta di una patologia infettiva che ha un andamento fortemente ciclico: periodicamente ci sono momenti nei quali il morbillo rialza la testa – conferma Lopalco – Da questo punto di vista possiamo affermare che è una malattia matematica: si può prevedere quando ci sarà una maggiore diffusione negli anni a venire e il motivo è semplice. È una malattia la cui diffusione dipende esclusivamente dalle vaccinazioni».

Un boom prevedibile

Si tratta di un fenomeno che ha interessato tutto il mondo, come il Covid ha colpito ovunque: uno degli effetti della pandemia, infatti, è stata una minore copertura vaccinale, sia per l’impossibilità reale di accedere alle strutture sanitarie senza limitazioni durante il periodo del lockdown, sia per una sfiducia generalizzata nei vaccini, legata alla velocità con la quale sono stati messi a punto quelli a mRNA anti-Covid: «Anche in Italia è accaduto e si è verificato anche per le coperture di altre malattie dell’infanzia, che hanno registrato un calo. Ma con la differenza che il morbillo è una malattia che non perdona: è estremamente contagiosa. Il virus ci mette poco a diffondersi al di sotto delle soglie protettive, facendo mancare l’effetto gregge», conferma Lopalco.

Effetto Kennedy jr

A questo va aggiunto quello che qualcuno chiama l’effetto “Kennedy jr”. Proprio mentre anche in Europa sale il numero di casi di morbillo, infatti, negli Stati Uniti si registra un record senza precedenti: dall’inizio del 2026, si sono registrati 2.318 casi di morbillo, superando già il totale del 2025 (2.289), il numero più alto in oltre 30 anni. Le aree più colpite sono Carolina del Sud, Utah e Arizona, con focolai importanti anche in Texas e altre aree del Paese. «Se il Segretario alla Salute USA, Robert Kenndy jr, continua a sostenere l’inutilità della vaccinazione o la sua pericolosità, è inevitabile che calino le coperture», spiega l’epidemiologo.

La bufala dell’autismo dovuto al vaccino

Il problema è ancora una volta la paura che la vaccinazione contro il morbillo possa portare ad autismo: un nesso ormai smentito da anni, nato da uno studio del 1998 di Andrew Wakefield, pubblicato su The Lancet, ma viziato da errori metodologici e conflitti di interesse. Wakefield, infatti, aveva ricevuto finanziamenti da avvocati che stavano preparando cause legali contro i produttori del vaccino. Nonostante nel 2010, The Lancet abbia ufficialmente ritirato lo studio e Wakefield sia stato radiato dall’Ordine dei Medici nel Regno Unito per cattiva condotta professionale, «la bufala resiste ed è alimentata da Kennedy», conferma Lopalco.

Chi è più a rischio

Ma la malattia può diventare una tragedia, per i più piccoli e non solo. «I più a rischio sono i bambini al di sotto di 1 anno, l’età in cui si può somministrare il vaccino, perché potrebbero andare incontro alla terribile complicanza della panencefalite sclerosante subacuta. È rara, ma porta a una regressione dell’encefalo invariabilmente letale. Si può manifestare anche ad anni di distanza, quando i bambini sono in età scolare o sono adolescenti ed è legata a un’infezione da virus del morbillo contratta nei primi mesi di vita», sottolinea l’esperto, che mette in guardia, però, anche i 50enni.

La novità: a rischio anche i 50enni

«Il problema è che anche gli adulti, specie i 50 e i 30/40enni, rischiano molto se non sono vaccinati e non si sono mai ammalati di morbillo. È questa la novità, oggi: non è più una malattia dell’infanzia, ma anche dell’adulto – spiega Lopalco – il problema è che a questa età diventa anche più difficile la diagnosi. Quello che stiamo vedendo negli ospedali è che capita spesso di veder arrivare adulti ai quali i medici di medicina generale non hanno saputo diagnosticare subito il morbillo e magari hanno dovuto chiedere una consulenza ai pediatri, perché in passato la malattia era tipica dei bambini. Il problema sono le complicanze anche in questo caso, con possibili encefaliti».

Implicazioni e conseguenze

«Il morbillo è una malattia per nulla banale, che può dare frequenti polmoniti o forme serie di compromissione del sistema nervoso centrale. Va tenuta assolutamente sotto controllo e gli adulti che non si sono vaccinati farebbero bene a farlo. Purtroppo c’è una certa sfiducia, appunto, nelle vaccinazioni e temo che la conferma arriverà anche con le immunizzazioni per l’influenza. Non ci sono segnali per essere ottimisti e immaginare un’inversione di tendenza rispetto al calo delle adesioni che si è già verificato negli ultimi anni», conclude Lopalco.