Smarrita. Così si è sentita Marta Civettini quando ha ricevuto la diagnosi di celiachia: «Avevo 19 anni e un diploma di maturità appena conquistato. Il gastroenterologo era stato chiaro: dovevo escludere il glutine dalla dieta per evitare conseguenze anche gravi. Non si era dilungato nei consigli pratici, le informazioni in rete erano scarse: non capivo quindi come costruire pranzi e cene, evitare contaminazioni, mangiare fuori casa. Mi sentivo persa e ho deciso che avrei studiato la materia per mettere le mie conoscenze al servizio degli altri».
Oggi Marta ha 31 anni, un profilo Instagram, “dietista dei celiaci”, con più di 77mila follower. È passata dallo spaesamento alla consapevolezza, cosa molto comune tra chi è intollerante al glutine. Secondo un’indagine su 3mila persone promossa da Nutrifree, brand di riferimento nel mondo del “free from”, il 60% dei celiaci e dei caregiver davanti alla diagnosi prova ansia e confusione. Sentimenti che dopo un anno vengono soppiantati dalla fiducia in se stessi (68%), l’assenza di paura (81%), la determinazione ad affrontare il momento con forza (59%). Per sottolineare questo senso di fierezza, per promuovere normalità e inclusione è nato il Manifesto dell’orgoglio free (lo trovi sulla pagina Facebook e sull’account Instagram @nutrifree), un progetto che celebra i successi delle persone intolleranti al glutine, invitandole a unirsi e a non aver paura di ricominciare. Con un punto fermo: la celiachia non deve spaventare.
Celiachia: viverla con serenità è possibile
«Quando arriva la diagnosi si prova anche sollievo, perché si dà un nome a qualcosa che non si conosce, da gestire con l’alimentazione. E affrontare una condizione, senza subirla, migliora l’autostima» spiega Laura Pelagotti, psicologa e psicoterapeuta. «La comunità, poi, offre supporto, rafforza l’identità ed evita l’isolamento». Condivisione e conoscenza: sono le parole magiche che mettono a tacere le ansie. Non a caso, l’81 per cento di chi soffre di celiachia, dice l’indagine, frequenta i social dedicati all’argomento. «Gestire la malattia è una sfida sociale oltre che nutrizionale» puntualizza Marta Civettini.
«A casa sai cosa mangi e come cucinerai, andare a cena con gli amici, a un aperitivo è complicato. Quando decido di uscire, chiamo prima e mi informo sugli ingredienti e le tecniche di preparazione. Fare domande, con gentilezza, è un nostro diritto. Anche se a volte mi sento mal sopportata». Il Manifesto dell’orgoglio free vuole abbattere anche i pregiudizi. Commenti come: «Che male fa un po’ di glutine?» o «Il gluten free è una moda», sono frequenti e infastidiscono il 77 per cento degli intervistati. La cosa migliore? Rispondere come fa Marta: «Chiarisco che la mia è una malattia e che lo sgarro non scatena solo un mal di pancia ma può aumentare il rischio di infertilità e disturbi gravi. E che anch’io ho diritto di mangiare bene e divertirmi. Senza preoccupazioni».
Cosa sappiamo della malattia
In Italia sono in 600mila, di cui il 70 per cento donne, a soffrirne (stime dell’Aic, Associazione italiana celiachia). Ma esattamente cosa intendiamo con celiachia? Si tratta di un’infiammazione cronica dell’intestino tenue causata dal consumo di glutine, proteina presente nel grano, nell’orzo, nel kamut, nella segale, nel farro e in alcuni tipi di avena. I sintomi sono variabili: diarrea, crampi, gonfiore addominale, perdita di peso, anemia, infertilità, mal di testa. In alcuni casi la malattia è asintomatica. La diagnosi si effettua con esami del sangue per cercare specifici anticorpi e con la biopsia dell’intestino tenue. Una volta accertata la malattia, l’unica cura è la dieta senza glutine da seguire per tutta la vita.
