Crescere non è mai stato così complicato. E non perché ai ragazzi manchino le opportunità, ma perché, a volte, ne hanno talmente tante da restarne paralizzati. È ciò che ha rivelato l’Osservatorio permanente di Unhate Foundation, l’ente del Terzo Settore fondato da Alessandro Benetton e sostenuto da Edizione, Mundys e Aeroporti di Roma, nato per contrastare odio e violenza e creare opportunità concrete per le nuove generazioni. Realizzata insieme al sociologo Mauro Magatti e a un team multidisciplinare di pedagogisti, psicologi e sociologi, la ricerca ha coinvolto oltre 1.500 ragazze e ragazzi tra i 13 e i 24 anni.

Fotografando una realtà molto più sfaccettata di come viene spesso raccontata. Lo studio ha analizzato il mondo giovanile attraverso due coordinate. Da una parte, il grado di apertura al mondo, cioè le opportunità che ogni ragazzo ha davanti a sé; dall’altra, la capacità di trasformarle in esperienze concrete. Ed è così che è emersa una realtà quasi sorprendente: ben due ragazzi su tre continuano a guardare con fiducia a se stessi e al futuro, mentre uno su quattro vive una condizione di “blocco”.

Unhate Foundation e Sport Senza Frontiere: insieme per fare la differenza

La domanda, quindi, non è più perché alcuni giovani stiano bene e altri no, ma che cosa distingua realmente queste due traiettorie. «Ci siamo chiesti che cosa faccia davvero la differenza. E perché, a parità di contesto, alcuni ragazzi riescano a cogliere le possibilità a loro disposizione e altri no», racconta Irene Boni, Consigliere Delegato di Unhate Foundation. «Di sicuro contano le risorse economiche e il capitale culturale, ma ancora di più quello che chiamiamo capitale relazionale. Avere attorno persone, in particolare adulti, che accompagnino ragazze e ragazzi nella costruzione del proprio senso rispetto al mondo». L’adulto, precisa Boni, non deve avere necessariamente molti anni in più. «Può essere anche un giovane poco più grande, un “quasi adulto” capace di diventare un punto di riferimento credibile». Ed è da questa intuizione che nasce la collaborazione con Sport Senza Frontiere, una realtà che da oltre 15 anni utilizza l’attività sportiva per sostenere bambini e adolescenti in situazioni di fragilità.

Non solo sport

Definirlo unicamente un progetto sportivo, però, sarebbe riduttivo. «Lo sport è sicuramente centrale» sorride Boni. «Ma, se posso usare questa espressione, è quasi una “scusa”, utile a creare un gancio, un’occasione. Il vero fulcro del lavoro risiede nella dimensione relazionale». Si tratta di una distinzione importante. Perché quando un bambino viene segnalato ed entra a far parte di Sport Senza Frontiere non è semplicemente “iscritto” a un corso di calcio, basket o pattinaggio. L’associazione costruisce attorno a lui una rete fatta di educatori, psicologi, società sportive e servizi sanitari. «La presa in carico è globale e non riguarda soltanto il bambino» spiega Valeria Ciocchetti, responsabile dell’area educativa dell’associazione. «Se ci fermassimo a lui, perderemmo tutta la parte più importante del suo contesto relazionale. Noi lavoriamo anche con la famiglia, con la scuola e con il territorio: è l’insieme di queste reti e relazioni che permette davvero a un bambino di crescere. Per questo motivo abbiamo deciso come UHF di portare il programma di Sport Senza Frontiere a Fiumicino. Un territorio importante per ADR, nostro sostenitore, dove alimentare le opportunità per i ragazzi che vi vivono. Specialmente se provenienti da contesti fragili».

La nascita di Next Gen

Con il passare degli anni Sport Senza Frontiere si è trovata davanti a una sfida inattesa. I primi bambini accolti nei progetti erano cresciuti, molti avevano compiuto ormai 18 anni e, pur non avendo più l’età per essere “beneficiari”, continuavano a sentirsi parte di quella comunità. «Ci siamo allora chiesti che cosa fare con questi ragazzi» racconta Ciocchetti. «Da lì è nato NextGen: un percorso formativo curato da psicologi ed educatori che permette loro di passare “dall’altra parte”, diventando a loro volta tutor e punti di riferimento per i più piccoli». Il percorso comprende momenti di formazione, attività di gruppo, esperienze condivise e occasioni di volontariato.

Ma il passaggio al ruolo di tutor non è mai automatico. «Indossare la maglia di Sport Senza Frontiere significa essere, agli occhi dei bambini, un modello educativo» spiega la responsabile. «Perciò valutiamo con attenzione quando un ragazzo è davvero pronto a diventare educatore». La responsabilità, del resto, si costruisce un pezzo alla volta, mettendosi in gioco (letteralmente, in questo caso). Per questo, tra le attività pensate per i più grandi, c’è anche un corso per arbitri. «Avere quel ruolo in campo genera un forte senso di responsabilità» osserva Irene Boni. «E indossare quella maglia aiuta ad assumere una postura diversa. Insegna a prendere decisioni, gestire i conflitti e a diventare un punto di riferimento per gli altri».

Lo sport per crescere e creare un contesto sociale migliore

Uno spirito che anima anche i Joy Point, i campus estivi in cui bambini provenienti da contesti molto diversi trascorrono insieme giornate di sport, laboratori e attività educative. «Ricordo che a Roma, l’anno scorso, un bambino del quartiere Parioli piagnucolava perché voleva una caramella in più e, prima che intervenisse un educatore, una bambina nera con le treccine gli ha regalato la sua. È stato un gesto piccolo, ma che ha dimostrato ancora una volta come dietro a un pallone i bambini siano tutti uguali» ricorda Boni.

Questo percorso “spontaneo” di inclusione e integrazione porta anche a risultati inattesi. Come nel caso di Denis Kovalenko, giovane pattinatore ucraino arrivato in Italia nel 2022, subito dopo lo scoppio della guerra. Conosciuto durante un Joy Point, oggi grazie a Sport Senza Frontiere è stato convocato nella Nazionale italiana dopo aver ottenuto la cittadinanza per meriti sportivi e continua a gareggiare indossando con orgoglio anche la maglia dell’associazione. È proprio questa la filosofia che accomuna Unhate Foundation e Sport Senza Frontiere: «Lo sport, come ricorda anche il nostro presidente Alessandro Benetton, non è solo performance» conclude Irene Boni. «È uno strumento per far evolvere l’individuo e creare un contesto sociale migliore».

Un percorso di crescita, formazione e volontariato: NextGen è il progetto promosso da Sport Senza Frontiere, con il sostegno di Unhate Foundation, dedicato ai ragazzi del triennio delle scuole superiori. Nato a Roma e attivo anche a Milano, Napoli e Fiumicino, accompagna gli adolescenti in un percorso di crescita che unisce formazione, cittadinanza attiva e volontariato. I partecipanti seguono incontri con psicologi ed educatori e, quando pronti, affiancano lo staff nei Joy Point, i campus estivi dedicati ai bambini più piccoli, sperimentandosi nel ruolo di tutor e punti di riferimento.