Sarà un caso, ma tra i miei più bei ricordi di viaggio molti non sono legati all’estate, ma alle partenze “fuori stagione”. C’entrerà la componente emotiva: essere in vacanza quando gli altri lavorano o strappare a un gelido inverno la finestra di un ponte ben messo per migrare al caldo o a un’altra latitudine. Si prova un po’ la stessa ebbrezza del bigiare la scuola un giorno di compito in classe. Quando trovi riparo in un bar con pochi avventori e persino il caffè o il cappuccino ti sembrano di un altro sapore. Il gusto dolceamaro del proibito. Delle cose rubate, delle regole non rispettate, della libertà conquistata con spirito zingaro e clandestino.
Quell’inverno gelido a Vienna
Ripesco frammenti a memoria, senza ordine cronologico. La volta che scappammo a Vienna a dicembre con una vecchia auto col riscaldamento rotto. E facemmo oltre 800 km con guanti e cappello, tutta una tirata, fermandoci ogni tanto nelle aree di sosta a scaldarci con zuppe bollenti e cioccolate calde, che così buone non le ho provate più. E poi la neve, appena arrivati, che cadeva dal cielo a secchiate con fiocchi grandi come meringhe.
Avevo dovuto indossare strati di maglie per non morire di freddo, un freddo assassino, che mi entrava sotto i vestiti e mi dava la scusa per infilarmi nelle sale da tè o incollarmi ai funghi dei locali all’aperto dove servivano vin brulé. E poi, una volta in hotel, mollare gli ormeggi e immergersi fino al collo in quella vasca antica coi piedini d’ottone in cui l’acqua fumava, esalando essenze e vapore. Mi sembrava di cuocerci dentro, come i Frankfurter dei chioschi in centro.
Il suk colorato di Marrakech
Il cielo di febbraio a Essaouira, solcato da uccelli e nuvole in viaggio. I baracchini del pesce appena entrati, venduto nei cartocci per pochi soldi. Le spezie del suk di Marrakech, ammonticchiate come piramidi, disposte in bella mostra accanto a couscoussiere e ciotole e teiere, babbucce colorate, pouf di pelle di capra, monili berberi, piatti, tazze, tagine di terracotta decorate a mano, cosmetici all’olio di argan, tappeti, kaftani, pashmine, kilim.
La piazza gremita di venditori di cibo e tatuaggi all’henné, gli occhi bistrati delle ragazze col capo coperto, il canto lamentoso dei muezzin, il dolce del tè alla menta che ti restava incollato alla bocca e i denti venduti per strada come pietre preziose o noccioline, denti usati, denti di persone.
Tra i traboules di Lione in comitiva
Quella scappata a Lione con un gruppone di mamme e papà della scuola, coi figli ancora piccoli, approfittando di una chiusura a ridosso del weekend e di un autunno mite. Le file davanti alla boulangerie per rifornirsi di pain au chocolat e di baguette per tutta quella ciurma chiassosa e scapestrata dai 6 ai 40 anni, da cui ogni tanto qualcuno scappava e bisognava riacciuffarlo tra i vicoli e i traboules, facendo finta di arrabbiarsi, minacciando punizioni. Quanta giovinezza e quanta allegria nelle foto che ancora appaiono sul telefonino, ora che abbiamo a che fare con i capelli bianchi e sono tutti grandi quei bambini che quasi fai fatica a riconoscerli per strada e per davvero non li riacciuffi più.
In Israele senza paura
E, ancora, quell’inverno ad annaspare sulle ciaspole cercando di camuffare la fatica, guadagnando passo dopo passo, in salita, lo splendore di una distesa immensa e rilucente di neve fresca e intatta, in cui sprofondare beata assaporando il silenzio di un giorno felice. Il deserto del Negev in un “pontone” di vari anni fa, quando si poteva ancora andare in Israele senza paura, superando i checkpoint con le guardie annoiate che ti lasciavano passare in territorio palestinese quasi senza alzare gli occhi dal telefonino; il corpo appannato dal sale dopo aver galleggiato leggeri leggeri sull’acqua densa del Mar Morto, le preghiere masticate come caramelle gommose dalle donne e dagli uomini con la kippah davanti al Muro del Pianto, le spiagge con la musica a palla e i monopattini di Tel Aviv.
L’importante è partire
La sauna nudi in un albergo tra i monti, il freddo fuori dai vetri e il fumo che saliva dalle pietre roventi. Nessuna vergogna per quel corpo svestito e imperfetto, solo una gran beatitudine che entrava in circolo dai pori spalancati. La voglia di restare lì per sempre. Intrappolata, come un insetto sotto vetro, in una vacanza senza fine, rubata alla corsa quotidiana, alla noia, al tran tran della stagione che s’immola per tradizione e per meteo al lavoro e al dovere. Se anche voi avete voglia di scappare, andate subito allo Speciale Viaggi del numero in edicola. E non inventate scuse, non rimandate, scegliete una meta, una qualsiasi, e partite!