I bambini sono competenti

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    «È pericoloso!... Stai attento a dove metti i piedi!... Smetti di piangere!»: quante volte ci rivolgiamo ai bambini parlando per imperativi? Li strattoniamo quando sono lenti, diciamo loro cosa è bene e cosa è male, li investiamo di proibizioni e regole che spesso non ci diamo la pena di spiegare. Questa comunicazione è destinata a sgretolarsi inesorabilmente durante l'adolescenza, quando "Si fa così, perché lo so io" non basta più.

    Nato in Danimarca il 18 aprile 1948, Juul Jesper da anni svolge la professione di terapeuta familiare: nei suoi Family-Lab, centri di formazione per famiglie nati per dare sostegno ai genitori nella gestione dei conflitti, i bambini sono presenti durante i colloqui. «È davvero necessario che nostro figlio partecipi a questi incontri e ascolti tutto?»: a questa domanda, posta di frequente, Jesper risponde «Sì, ai bambini non fa male osservare come se la cavano i genitori in una situazione difficile». I bambini hanno antenne molto sensibili e, come emerge dall'esperienza di chi lavora con l'infanzia, spesso capiscono più di quanto i genitori stessi possano immaginare. Iniziare a non dare per scontata la competenza di un bambino è il primo passo per un confronto autentico, la chiave di una comunicazione familiare efficace.
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    «Parla con i bambini di cosa succederà nel prossimo futuro, devono essere messi al corrente» scrive Juul Jesper in Genitori competenti, educare i figli con responsabilità ed equilibrio. Siamo più preoccupati di dover proteggere i bambini dagli eventi negativi che disposti a considerare l'educazione come uno strumento in grado di prepararli alla vita. Il dolore, la malattia, la morte, le regole fanno parte della vita e hanno bisogno di essere spiegati. A ogni età è possibile trovare le parole e i modi per farlo: questo è il significato profondo della costruzione di un dialogo autentico, sincero, vivo. Per essere collaborativi abbiamo bisogno di spiegazioni e, dettaglio non meno fondamentale, per diventare adulti abbiamo bisogno di commettere errori. I nostri sbagli fanno parte della nostra storia, perché è dalle cadute e dai passi falsi che impariamo la direzione in cui vogliamo andare.

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    Mettere in guardia un bambino è importante, soprattutto da piccolissimo, ma ancora più utile è aiutarlo a capire che cos'è un pericolo e insegnare a valutare il rischio. Saper valutare in maniera autonoma i rischi rende un figlio, bambino o adolescente, più forte, capace di cavarsela da solo, anche nei momenti in cui i genitori non saranno presenti a dire che cos'è giusto e cosa sbagliato. Il concetto di giusto e sbagliato avrebbe bisogno, in realtà, di una profonda riflessione, perché prima di essere genitori siamo individui, con una certa storia e certi valori. Quante volte nella vita ti è capitato di capire, solo dopo, che qualcosa di cui eri convinta in realtà non era come la pensavi? Le convinzioni che abbiamo fanno parte dell'esperienza che abbiamo accumulato negli anni, ma non è detto che valgano in qualsiasi situazione… o per sempre. Questo è il valore delle nuove generazioni: i "giovani" ci insegnano a pensare in modo diverso, rivedere le nostre posizioni, cercare nuovi sensi nelle cose.

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    «Sia nella letteratura scientifica sia in quella popolare abbiamo considerato i figli più come individui "in potenza" che di fatto» spiega Jesper: «In altre parole, gli adulti cercano di educare i figli in modo che imparino a comportarsi come veri esseri umani (cioè adulti). A questo scopo abbiamo messo a punto alcuni metodi educativi che spaziano dal "permissivo" all'"autoritario". Ma non ci siamo mai fermati a riflettere sulla validità di questo presupposto».

    «Chi arriva in Scandinavia può pensare che gli adulti si comportino con i figli in un modo che, a prima vista, appare incoerente, titubante, senza nerbo» racconta l'esperto fra le pagine del libro Il bambino competente: «In realtà, per la prima volta nella storia gli adulti stanno seriamente considerando il diritto inalienabile dell'individuo alla propria formazione». Cambiare il modo in cui vediamo noi stessi e i nostri figli significa immaginare un nuovo modo di vivere la famiglia.

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    Dalle ricerche mediche degli ultimi cinquant'anni emerge che un neonato non può essere considerato una tabula rasa, un vuoto da riempire o costruire: fin dalla nascita abbiamo competenze cognitive ed emotive, è quello che in natura potremmo chiamare istinto naturale. Come un seme ha in sé le possibilità di auto-realizzazione previste dalla natura stessa, possiamo iniziare a considerare un bambino come un essere vivente in evoluzione, capace di sentire, pensare, orientarsi positivamente verso la vita. Un bambino piccolo ha bisogno di essere accudito, nutrito e amato, così come di regole, tuttavia in questa chiave essere genitore diventa capacità di sostenere e accompagnare. Avere il coraggio di mettersi in discussione migliora la comunicazione con gli altri perché insegna a confrontarsi con i figli senza nascondersi dietro un ruolo, bensì con l'autorevolezza conquistata a livello personale. Aiutare un essere umano, a partire da noi stessi, a trovare la sua strada, acquistando, giorno per giorno, sempre più autonomia, capacità di scelta, pensiero critico, ecco il senso di un'educazione consapevole.

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Inizia a considerare tuo figlio come un essere pensante: educare con consapevolezza per crescere più felici

Come ricorda Paolo Sarti, specialista in pediatria, capricci e atteggiamenti violenti nella maggior parte dei casi sono legati alla mancanza di autorevolezza. Crescere un bambino in modo consapevole significa prima di tutto attuare un lavoro su di sé, alla conquista di un'autonomia che noi per primi abbiamo bisogno di scoprire.

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