Donne pentite della maternità: il grande tabù

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A ogni donna capita, prima o poi, di scontrarsi con l'imbarazzante domanda: «Ancora niente figli?», interrogativo di solito risparmiato al sesso maschile. Abbiamo chiesto alla sociologa israeliana Orna Donath, autrice del saggio Regretting Motherhood, che cosa significa doversi confrontare con il giudizio altrui e trovarsi nella posizione di dover dare una giustificazione alle proprie scelte di vita. «Dare per scontato che una persona voglia diventare madre, e che lo diventerà, svela quanto il nostro pensiero sia stato conquistato da un'ideologia pro-nascite incapace di immaginare altre opzioni possibili» spiega la ricercatrice, che aggiunge: «Molte persone si chiedono “quando diventerò genitore”, “quanti bambini avrò” e “quali saranno i loro nomi”, ma evitano di porsi la domanda iniziale: “VOGLIO diventare genitore?” e “Perché?”. Un altro esempio. Quando una madre parla con la figlia di solito tende a dire: “Quando sarai mamma, allora...” e non “SE diventerai mamma, allora”. La parola “se” invece di “quando” è in grado di aprire un universo di possibilità più ampio per le ragazze. Nella situazione attuale una donna che non vuole diventare madre necessariamente sente di dover giustificare le sue ragioni; presumilmente non basta dire “Non voglio”. Spero che un giorno il fatto di non diventare madre inizi a essere trattato come una delle scelte legittime che è possibile prendere in merito alla riproduzione; che non si chieda e non si trattino le donne come se non avessero le competenze per essere padrone del loro corpo, delle loro vite, (dis)abilità, pensieri e sentimenti».

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Intervista con la sociologa israeliana Orna Donath, autrice del saggio Regretting Motherhood

Diventare genitore è un'avventura... e una sfida. Insieme alla responsabilità verso un figlio, ciò che appare è l'importanza di un lavoro su di sé, come donna e figlia. Perché educare alla libertà significa avere prima di tutto il coraggio di sperimentare sulla propria pelle.

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