Lasciare il lavoro per i figli: giusto o sbagliato?

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    Le mamme hanno un vizio tremendo: tendono a etichettarsi. Pare proprio, infatti, che siano le stesse donne e madri a giudicarsi in modo spietato. Siamo noi donne le prime nemiche di noi stesse e, in un tale contesto, la misoginia intrinseca nel mondo del lavoro e nella società in generale, ha terreno fertile per crescere e diventare immortale.

    Quindi, la prima considerazione riguardo a maternità e lavoro, è abbandonare ogni tipo di giudizio, condanna, etichetta, luogo comune. E iniziare a guardarsi vicendevolmente come semplici esseri umani, portatori di diverse risorse e desideri.

    Parleremo di quelle mamme che decidono, per un periodo breve o a lungo termine, di abbandonare il lavoro per dedicarsi solo ai figli. Non sono donne migliori o peggiori di altre, sono soltanto donne che hanno fatto una scelta. Peraltro neppure irreversibile.

    Ma i dati del mondo del lavoro cosa ci dicono? Secondo recenti rilevazioni Istat, circa 6 mamme su 10 rimangono a casa dal lavoro volontariamente (anche qui, sarebbe il caso di aprire un capitolo a parte sulla questione mobbing e su quanto si tratti realmente di una scelta personale).

    Gli addetti ai lavori inseriscono di default le suddette mamme in una categoria poco "sana": le Neet (Not in Education, Employment or Training). In Italia le Neet sono più del 60% delle giovani madri con figli sotto i tre anni di età, mentre i Neet tra i papà si fermano al 15%.

    Forse ribellarsi allo stesso concetto di Neet, sarebbe già un'ottima premessa per liberare la donna dalle catene dei ruoli. Ma per questo tipo di rivoluzione, occorre essere unite e non divise da sterili considerazioni su ciò che è giusto e ciò che è vagamente sbagliato.

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    Ma davvero si tratta di una scelta tra "dentro o fuori"?

    Lasciare l'impiego, per una mamma, potrebbe anche non significare mollare la professione per volersi dedicare solo ed esclusivamente a famiglia e figli. Magari si decide di lasciare la professione di sempre perché si hanno altri desideri e ambizioni, perché si vuole testare una diversa flessibilità, perché crescendo si cambia.

    Questo tipo di fluidità è sempre sottovalutata nelle statistiche e nei "discorsi tra madri" e, invece, può essere la molla d'azione principale per chi sceglie di licenziarsi quando ha un figlio. Perché diventare madre non è soltanto entrare in un ruolo di accudimento ma significa anche scoprire nuove dimensioni di sé e, perché no, ambizioni diverse.

    In breve, dietro a quella che appare una scelta tra bianco e nero potrebbe nascondersi invece del grigio o un altro colore. Considerare la propria vita una continua opportunità è la base per crescere.

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    Il tempo delle mamme

    L'ansia da prestazione della nostra società ha ormai invaso anche il mondo della maternità. Quando una mamma decide di lasciare il lavoro, allora ci si aspetta immediatamente da lei che sia una mamma migliore e per migliore, si intende più efficiente.

    I pasti sempre sani e sempre in orario, amichetti dei figli a casa tutti i pomeriggi, pulizie meticolose, attenzione a ogni tipo di dinamica scolastica, presenza costante ovunque. Perché una mamma che non lavora, che cosa dovrebbe fare tutto il giorno? Anche nulla, in quanto il ruolo materno è fluido e si imposta soprattutto sullo scambio di emozioni con i figli.

    I bambini non penserebbero mai "Mamma non lavori, perché non hai avuto tempo per preparare una cena decente?". I bambini afferrano il momento, sentono l'essenza, sono forse gli unici a portare dentro un valido "giudizio" sulle loro madri.

    Gli adulti, invece, si etichettano e si giudicano ormai corrotti dall'ansia di prestazione che pervade la vita, sia al lavoro sia fuori da un contesto competitivo.

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    La dimensione sociale

    Uno degli appunti che vengono spesso mossi alle madri che lasciano il lavoro, è che quest'ultime rinuncino a una dimensione sociale necessaria per condurre una vita dignitosa.

    Ovvero, la società immagina queste donne come mamme che trascorrono la maggior parte del tempo in casa, al supermercato, al parchetto. Incapaci di impostare un discorso che tocchi argomenti diversi da pannolini, pappe, scuola...

    Ma non solo chi lavora fuori casa, ha una vita sociale degna di questo nome. Anzi, esistono donne cosiddette in carriera (e anche in questo caso, non è corretto dare definizioni rigide) che non sono in grado di impostare un discorso ampio, informato e interessante. Ci sono, invece, "solo mamme" con una vita di relazione intensa e foriera di spunti, passioni e riflessioni che esulano dalla maternità.

    La più comune (e odiosa) considerazione sulle mamme che lasciano il lavoro è che queste donne stiano abbandonando la possibilità di sentirsi anche donne e non "solo" mamme. Come se l'essere donne o, più correttamente, esseri umani fosse una condizione definita da circostanze esterne e non invece dalla consapevolezza di avere un valore a prescindere. Lavoratrici e non.

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Lasciare la professione di sempre per fare la mamma a tempo pieno. Primo passo, per una vita sana e felice: abbandonare i giudizi e rifiutare ogni tipo di etichetta

Non sono poche le mamme che decidono di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente ai figli. Spesso giudicate ma, ancora più spesso, autocondannate da tentativi di etichettarsi. Si sceglie il lavoro? Si è arriviste ma si tiene al proprio essere "donna e non solo mamma". Si sceglie di fare la mamma a tempo pieno? Si è deciso allora di fare la casalinga a vita e di parlare solo di pannolini, scuola e pappe. Non si sceglie e ci si barcamena tra mille ruoli? Si è maestre del multitasking, mamme contemporanee ma sicuramente si penalizzano il lavoro, i figli e persino il marito. Queste considerazioni, è curioso ma vero, arrivano soprattutto dalle stesse donne

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