Non ci sono più le stagioni di una volta, ma forse non ci sono neanche più gli accessori di una volta, perché mai avremmo pensato di desiderare un ombrello in estate. E non stiamo parlando di quello da spiaggia, ma uno di quelli che siamo abituate a mettere in borsa, a lasciare in auto, a infilare in valigia o dimenticare su un treno. Con l’innalzamento delle temperature degli ultimi anni, camminare in una giornata splendente sotto il sole può essere una sfida e cercare ombra ancora più complicato. E allora perché non farlo sotto un ombrello? Sì, esattamente lo stesso che ci protegge quando all’orizzonte il cielo non promette nulla di buono e in un attimo ci troviamo nel bel mezzo di una pioggia “tropicale”. Non è un caso che in Oriente, dove sole, umidità e monsoni convivono, le donne da sempre usano gli ombrelli-parasole come scudo non solo per il caldo, ma anche per la loro pelle che cercano di mantenere giovane il più a lungo possibile. Un invito alla protezione che arriva anche dalle passerelle delle sfilate uomo della prossima primavera/estate 2027. Lo stilista americano Thom Browne, in una bollente giornata milanese, ha aperto il suo défilé con un gruppo di modelli copertissimi da capo a piedi. In testa un cappello di paglia, una rete protettiva da apicoltore e un ombrello ton sur ton. Che sia un consiglio di stile per le prossime estati torride? Vedremo, intanto a seguire ecco la storia di questo accessorio cosi versatile da portare sempre con sé.

La storia dell’ombrello

C’è un oggetto che attraversa i secoli con la leggerezza di una piuma e la caparbia fedeltà di un cane pastore: l’ombrello. Nasce come scudo contro il sole, si traveste da simbolo di potere, diventa vezzo civettuolo, poi baluardo borghese e infine accessorio pop. La sua storia è un romanzo d’avventura. In Non ti scordar di me (il Saggiatore), colta e divertente divagazione storico-letteraria della scrittrice inglese Marion Rankine, l’ombrello compare come una presenza silenziosa e teatrale, «una piccola cupola privata sotto cui riparare i pensieri». All’inizio fu parasole. Nelle corti orientali era un privilegio di sovrani, sacerdoti e guerrieri. Per i Signori della dinastia cinese Ming (1368-1644) era in magnifica seta rossa, per il popolo di semplice carta. Non riparava dalla pioggia ma dal cielo stesso, come se il sole fosse una divinità da dosare con prudenza. Aprirlo era un gesto sacrale: un clic che suonava come una dichiarazione di rango.

A ogni continente il suo ombrello

Attraversando i continenti, l’ombrello cambia pelle ma non ambizione. In Europa diventa raro, poi curioso e infine indispensabile. Nel ’700 il naufrago Robinson Crusoe, nato dalla penna di Daniel Defoe, rimediava alla solitudine costruendone uno rudimentale con le pelli di animali e trasformandolo in un simbolo di ingegno e sopravvivenza. Eppure, nello stesso secolo, si guardava con sospetto l’uomo che lo usava: troppa grazia, troppa prudenza. Ma l’ombrello non si è lasciato intimidire, nato com’è per aprirsi controvento. Possederlo equivaleva a elevarsi di rango. Persino il grande autore inglese Robert Louis Stevenson ci scrisse un divertente saggio, La filosofia degli ombrelli, in cui lo definì «l’indice riconosciuto della posizione sociale ». Nell’800 l’ombrello si fa bastone, compagno di passeggio, strumento per indicare vetrine e orizzonti. I manici si scolpiscono, le sete si tingono e le stecche si irrobustiscono. Fu l’inventore inglese Samuel Fox a brevettarle in acciaio temperato. La tecnica corteggia l’eleganza: dalle ossa di balena ai meccanismi a molla, alle chiusure sempre più rapide.

La democratizzazione del lusso

Grazie alla rivoluzione industriale e alla produzione su larga scala, l’ombrello diventa un oggetto democratico, ma senza rinunciare al lusso. Può essere nero e severo, oppure fiorito e candido come nei quadri di Monet. La sua estetica racconta le epoche. Quello vittoriano, con pizzi e frange, parla di una femminilità schermata e insieme esibita. Quello minimalista del Dopoguerra sussurra rigore e ricostruzione. Il modello trasparente degli anni ’80 gioca con l’idea di visibilità: protegge senza nascondere. Può accompagnare un funerale, un ballo o una giornata al mare, come nella celebre foto di Robert Capa in cui Picasso segue sulla spiaggia l’amante-musa Françoise Gilot con in mano un ombrellone. Era il 1948, si trovavano in Costa Azzurra e Picasso si muoveva come se lei fosse una novella regina e lui il suo devoto schiavo.

Protagonista di storia e storie

Mentre la moda lo reinventa, storia e realtà lo mettono alla prova. Sotto gli ombrelli si sono firmati trattati e scambiati baci clandestini. Nel 2014, nelle piazze di Hong Kong, quelli gialli hanno sfilato nelle manifestazioni, diventando scudi improvvisati e simboli di protesta. Gli ombrelli hanno aspettato treni in stazioni fumose e ascoltato promesse sotto portici gocciolanti. «Sotto la pioggia impariamo a riconoscerci» si legge in Non ti scordar di me: sembra la didascalia perfetta per certe fotografie in bianco e nero di Henri Cartier-Bresson, dove le coppie si stringono sotto un unico riparo, negoziando la distanza tra i corpi. Chi non ha condiviso un ombrello troppo piccolo, spalla contro spalla, con l’acqua che scivola lungo il bordo? È un oggetto che impone prossimità e obbliga a rallentare il passo. «Sotto l’ombrello il tempo cambia ritmo» e in quella sospensione si infilano confessioni, risate, silenzi. Diventa complice, testimone, talvolta alibi. E «tra le sue stecche si tende il filo sottile della nostalgia», come se ogni apertura fosse anche un gesto di ricordo. In effetti, l’ombrello conserva un archivio segreto: macchie di pioggia, graffi di vento, etichette di alberghi dimenticati. Non a caso, la scrittrice Marion Rankine afferma che «ciò che ripara custodisce», frase breve come uno scroscio ma densa come una nuvola carica.

L’incontro con la moda e il cinema

Nel ’900 l’ombrello affronta la sfida dell’industrializzazione. Si piega, si accorcia, entra nelle borse. Diventa telescopico, tascabile, quasi timido. La moda lo adotta come segno grafico: dai pois alle righe, dalla stampa Burberry ai monogrammi di Vuitton e Chanel, dall’ombrello Medusa di Versace a quello trasparente di Moschino, fino a quello asimmetrico della tennista Naomi Osaka. Eppure, in qualsiasi forma o colore, non perde mai teatralità: basta un temporale perché le strade si trasformino in un campo di fiori scuri che sbocciano all’unisono. È una coreografia urbana, una danza di aperture simultanee che il cinema ha reso immortale: come dimenticare il travolgente numero di Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia? O il volo di Mary Poppins, portata dal vento dell’Est con il suo ombrello dal manico a forma di testa di pappagallo parlante? E ancora: l’ombrello rosa di Hagrid in Harry Potter, quello nero del Pinguino in Batman Returns, quello dalla punta avvelenata della saga Kingsman. Perfino Rihanna l’ha immortalato nella hit Umbrella.

Come una casa-à-porter

Ma non lasciatevi ingannare dal suo successo mediatico. Ha dovuto affrontare anche sfide inaspettate: in certi periodi è stato deriso, soppiantato dai cappucci tecnici, accusato di essere ingombrante. Eppure torna sempre, come certi amori ostinati. Forse perché racchiude un gesto antico e rassicurante: aprire uno spazio personale nel caos del mondo. «Un cerchio intimo sotto il cielo» scrive Rankine, dove attendere che passi il temporale o decidere di attraversarlo con più grazia. «Non c’è pioggia che duri per sempre» e l’ombrello ne diventa la prova concreta. La sua storia ci affascina perché parla di noi: siamo creature che cercano riparo e orizzonte insieme; lui ci offre entrambi, in miniatura. È una casa portatile e una finestra sul cielo. Oggetto umile, certo, ma capace di grandi gesti. «Le cose che sembrano piccole tengono insieme il mondo». E sotto la cupola discreta di un ombrello, tra una goccia e l’altra, possiamo quasi crederci.