Reggio Calabria, anni ’50. In una sartoria affacciata su uno degli scorci più belli d’Italia, un bambino osserva sua madre lavorare. Non lo sa ancora, ma sta imparando tutto. Si chiama Gianni Versace, cresce tra il blu del mare e l’oro dei mosaici delle chiese. E diventerà uno degli stilisti più influenti del ’900. Fino al 6 settembre il Musée Maillol di Parigi gli dedica la prima grande mostra francese dal 1986: 450 pezzi tra abiti originali, accessori, bozzetti, foto e video. Gianni Versace Rétrospective arriva alla vigilia del 30° anniversario della sua scomparsa, il 15 luglio del 1997, quando Andrew Cunanan gli sparò davanti alla sua villa di Miami Beach, ma soprattutto a pochi mesi dall’80° della nascita, il 2 dicembre prossimo. Due ricorrenze che prendiamo come “scusa” per ripercorrere la sua rivoluzionaria visione.
Bellezza è resistenza
Mentre l’Italia trattiene il fiato per il rapimento di Aldo Moro, il 28 marzo del 1978 al Palazzo della Permanente di Milano va in scena la prima sfilata di Gianni Versace. In quel contrasto tra il buio della storia fuori e l’esplosione di colore in sala c’è già tutto il senso di ciò che Versace rappresenterà per i decenni a venire: la bellezza come atto di resistenza.
Non ha frequentato accademie, si è costruito da solo una cultura vorace e trasversale, da cui nasce una moda che non assomiglia a niente di ciò che esisteva: sgargiante, sensuale, opulenta, fieramente anti-minimalista in un’epoca che va in tutt’altra direzione. Le stampe, le greche classiche, i motivi barocchi, le catene dorate, i mosaici bizantini diventano una firma riconoscibile a colpo d’occhio. Così come i tessuti da lui inventati: per esempio, l’Oroton, una maglia metallica fluida come la seta. E poi c’è la Medusa, simbolo della maison: come lei, la moda di Versace deve fermare il tempo, incantare, rendere impossibile distogliere lo sguardo.

Il passato inventa il futuro
Versace mette in dialogo linguaggi opposti: la scultura greca con Andy Warhol, il Barocco con il punk, Botticelli con le stampe animalier, mentre si intrattiene con Elton John, Prince, Madonna… E Lady Diana, che in lui trova il linguaggio estetico della sua nuova libertà dopo la separazione da Carlo: silhouette sensuali, moderne, lontane dall’immagine ingessata dei primi anni a corte. Versace lavora con i più grandi fotografi: Richard Avedon, Helmut Newton, Irving Penn, Mario Testino. Con Avedon, in particolare, costruisce un sodalizio visivo che produce alcune delle foto di moda più belle del secolo scorso: il sarto calabrese e il fotografo newyorkese raccontano una donna nuova, sicura di sé, femminile, dirompente. Gianni collabora anche con il balletto e il teatro, disegna costumi per Maurice Béjart e ama definirsi «come Marco Polo», un viaggiatore che attraversa culture diverse mescolandole continuamente. Guarda al passato per inventare il futuro.
La moda diventa spettacolo
Quando Versace arriva a Milano nel 1972, la moda italiana è ancora lontana dall’essere un fenomeno globale. Lui capisce prima degli altri che l’abito, da solo, non basta più. Serve un racconto. Serve spettacolo. E così mette in scena sfilate che cambiano tutto: non più semplici presentazioni per compratori e giornalisti, ma eventi esclusivi pieni di musica, luci, star internazionali. E loro, le super top, che Versace trasforma in dee e rockstar: Naomi Campbell, Linda Evangelista, Cindy Crawford, Claudia Schiffer non sono più mannequin anonime, ma divinità contemporanee strapagate e osannate.

Se qualcuna ricorda la sfilata del 1991 sulle note di Freedom! ’90 di George Michael o l’abito nero tenuto insieme da spille da balia dorate che Liz Hurley sfoggiò alla première di Quattro matrimoni e un funerale (cancellando per sempre ogni convenzione sul concetto di vestirsi per un red carpet) può spiegare alle giovani di oggi la potenza di questo approccio. Sono tra le immagini più iconiche della cultura pop. E quelle donne dalla sensualità travolgente non stanno semplicemente indossando abiti: stanno incarnando un’epoca. Che simbolicamente si chiude il 6 luglio del 1997 al Ritz di Parigi, quando la sfilata della linea di haute couture Atelier Versace si chiude con Gianni in nero che abbraccia le “sue” modelle e saluta il pubblico per l’ultima volta.
L’eredità si rinnova
Dopo la morte di Gianni, è la sorella Donatella, distrutta dal dolore ma con una forza incrollabile, a prendere le redini dell’azienda, riuscendo a mantenerne vivo il linguaggio e ad accompagnarlo nel nuovo millennio. Oggi quella storia familiare ha aperto un nuovo capitolo con l’acquisizione della maison da parte del gruppo Prada: un ritorno simbolico sotto un grande polo italiano del lusso che, in qualche modo, riporta Versace dentro il racconto industriale e culturale del Made in Italy. La nuova proprietà ha annunciato la nomina di Pieter Mulier, ex direttore creativo della maison Alaïa, che ricoprirà il ruolo di Chief Creative Officer dal 1° luglio. Il designer belga sostituisce Dario Vitale, primo creativo ad aver preso le redini di Versace dopo l’addio di Donatella nel marzo dell’anno scorso, proseguendo una stagione di profondo rinnovamento per la Medusa.
Il genio non muore mai
E se Gianni fosse ancora qui? È la domanda che resta, dopo aver percorso le sale del Musée Maillol. Cosa avrebbe fatto lui, se avesse attraversato questi ultimi 30 anni? Impossibile saperlo, ma facile immaginarlo: sarebbe andato avanti con la stessa curiosità, lo stesso amore viscerale per la vita e la bellezza. Quanto si sarebbe divertito un visionario così! Riguardando il suo lavoro, colpisce quanto fosse avanti rispetto al presente che viviamo.
Gianni Versace aveva capito il potere dell’immagine decenni prima dei social, la centralità delle celebrities, l’importanza delle collaborazioni artistiche, la spettacolarizzazione delle sfilate, la contaminazione tra lusso e cultura pop. Aveva già immaginato il mondo contemporaneo. Per questo la retrospettiva parigina non ha il sapore nostalgico di un tributo al passato, al contrario restituisce la sensazione di qualcosa di vivo e attuale. Lui è ancora lì, in ogni spilla, in ogni stampa barocca, in ogni abito che continua a far girare la testa. È in 80 anni non festeggiati, in 30 anni di assenza e in una mostra che ci ricorda – se mai ce ne fosse bisogno – quanto ci manca.