Pitti Uomo Vs Milano Moda Uomo
A sentire da chi c'è stato, a snocciolare i dati, a osservare le opinioni più o meno significative rilasciate nei 140 caratteri di Twitter o in prolisse dichiarazioni su Facebook, l'edizione invernale del Pitti Uomo, quella conclusasi pochi giorni fa, è stata un successo.
Pitti Uomo
Ed è vero, anche guardano il resoconto prontamente stilato e divulgato sul sito ufficiale del Pitti Immagine Uomo. L'edizione tenutasi alla Fortezza da Basso (Firenze, 12-15 gennaio) ha segnato un record sia di partecipazioni di aziende con 1.219 brand protagonisti, sia di affluenza da parte di compratori (ben 24.800 presenze), stampa e operatori vari del settore, con un totale di 36.000 ospiti in quattro giorni.
Milano Moda Uomo
Pochi giorni dopo, invece, i riflettori accesi su Milano con protagonista la moda uomo sembrano aver dato più spazio alle critiche che ai giudizi positivi. Alcuni giornalisti hanno definito, dall'alto delle loro penne digitali, la settimana della moda maschile meneghina decisamente sottotono (che non significa brutta).
Eppure, abbiamo visto in passerella collezioni tutt'altro che banali, meno spazio alla voglia d'impressionare e più alle idee, ai concetti, alle contaminazioni che non urlano ma sussurrano e ci portano in mondi nuovi, lì dove la moda con la M maiuscola dovrebbe permetterci di andare, di osare, senza per questo guardarla come qualcosa lontana anni luce dalle realtà.
Le collezioni non ostentano il lusso ma lo declinano anche in decadenti tratteggi, ombrosi passaggi che rispecchiano lo Zeitgeist: da un lato la società che va veloce, le contaminazioni, i viaggi che portano a scoprire culture nuove, assieme alla tecnologia che ci permette di scoprirci sempre più interconnessi e allo stesso tempo le guerre, le minacce, quelle insicurezze che ci portiamo tra le pieghe del cappotto, tra i fili dei maglioni e che non possono non imprimere un segno anche nella coscienza dello stilista che rappresenta l'uomo moderno.
Abbiamo assaporato la cultura del bello (che non vuole essere esibito) e del viaggio interiore tra i cappotti con enormi revers con giacche cabanne e poncho stile peruviano, di Giorgio Armani, lì dove la sartorialità e la morbidezza dei tessuti disegnano la mappa del movimento dell'uomo moderno. Abbiamo assaporato le influenze giappo dei fratelli Dean e Dan per Dsquared2, dove i cappotti parka sono ricoperti di seta e stampe orientaleggianti. Abbiamo sognato e ci siamo immersi nei mondi onirici di Alessandro Michele per Gucci e le sue collezioni che ci riportano in mente periodi recenti, come gli anni '70 e i '90, entrambi caratterizzati da forti crisi economica. Lo stilista li ha riportati in auge con un discorso genderless, ispirato ed ispirante, forse eccessivo, ma talmente curato da sfiorare l'ossessione.
Insomma, la moda di Pitti e quella di Milano hanno fatto quello che dovevano, farci sognare, portarci lì dove noi non saremmo capaci di andare, né con la fantasia, né sicuramente con i nostri mezzi economici. Ci hanno fatto scoprire nuove e vecchie realtà, ed è per questo che gli stilisti interpretano con le stoffe e le idee lo spirito dei tempi, ognuno a suo modo, mettendo in evidenza aspetti diversi, ma che poi guardandoli da lontano ci danno bene l'idea di quello che siamo.