Mangiare il pesce fa bene ed è provato che apporta numerosi benefici al nostro corpo, ma anche questo alimento va assunto con equilibrio. Una ricerca condotta da un’università americana ha evidenziato come tipologie di pesci come tonno e salmone e, ancor di più, frutti di mare come aragoste e gamberetti contengono in misura variabile sostanze chimiche industriali chiamate PFAS. Gli stessi esperti raccomandano di consumare quantità moderate di frutti di mare in modo da “godere dei benefici per la salute senza rischi eccessivi di esposizione ai PFAS”.

Cosa sono i PFAS

PFAS è la sigla di “sostanze perfluoro alchiliche“. Si tratta di una famiglia di composti chimici utilizzata prevalentemente in campo industriale. Sono catene alchiliche idrofobiche fluorurate: in sintesi, sono acidi molto forti usati in forma liquida, con una struttura chimica che conferisce loro una particolare stabilità termica e li rende resistenti ai principali processi naturali di degradazione. Come riporta Focus.it, dagli anni ’50 i PFAS sono usati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, per rivestire le padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico, in particolare per le loro caratteristiche oleo e idrorepellenti, ossia di impermeabilizzazione. La loro pericolosità non è nell’immediato, ma nel lungo periodo.

Le linee guida sui frutti di mare

Un gruppo di scienziati del Dartmouth College, un istituto universitario del New Hampshire, negli Stati Uniti, ha ora puntato l’attenzione sulla presenza delle PFSA nel pesce e nei frutti di mare. In uno studio pubblicato sulla rivista Exposure and Health, viene spiegato che ad oggi esistono linee guida per il consumo sicuro di prodotti ittici per la presenza di mercurio e altri contaminanti, ma non per i PFAS. Secondo gli esperti è necessario che queste linee guida spieghino quanto pesce e frutti di mare possono consumare le persone.

I PFSA nel pesce

Megan Romano, autrice dello studio e professoressa associata di epidemiologia presso la Geisel School of Medicine del Dartmouth College, ha sottolineato che “i frutti di mare sono un’ottima fonte di proteine ​​magre e acidi grassi omega ma sono anche una fonte potenzialmente sottostimata di esposizione ai PFAS negli esseri umani”. Per l’esperta “comprendere questo compromesso rischio-beneficio per il consumo di prodotti ittici è importante per le persone che prendono decisioni sulla dieta, in particolare per le popolazioni vulnerabili come le donne incinte e i bambini”.

Gamberetti e aragoste i prodotti più rischiosi

Gli studiosi hanno misurato i livelli di PFAS in 26 varietà di specie marine, prendendo in esame quelle più consumate, ad esempio merluzzo, aragosta, salmone, capesante e gamberi. Quelli che contengono più concentrazioni di sostanze perfluoro alchiliche sono gamberetti e aragoste.

I rischi del consumo dei PFSA

Come detto, i PFAS non hanno conseguenze negative sulla salute nell’immediato. È, infatti, il loro consumo a lungo termine e protratto nel tempo a poter causare danni all’uomo. Diversi studi hanno dimostrato che queste sostanze chimiche possono aumentare il rischio di cancro, anomalie fetali, far salire il colesterolo e provocare disturbi della tiroide, del fegato e degli organi riproduttivi. I ricercatori hanno concluso che “le persone che seguono una dieta bilanciata con quantità moderate di frutti di mare dovrebbero essere in grado di godere dei benefici per la salute dei frutti di mare senza rischi eccessivi di esposizione ai PFAS”.