Chi è Kendrick Lamar e perché ha vinto un Pulitzer

22 04 2018 di Isabella Fava
Credits: Photo by Kevin Winter/Getty Images for NARAS

Il rapper americano ha vinto uno dei più prestigiosi premi "letterari". Merito delle sue liriche che raccontano la società afro-americana di oggi

Kendrick Lamar ha vinto un Pulitzer. Così di primo acchito le due cose sembrano non c’entrare affatto. Kendrick Lamar è un rapper afroamericano, il premio Pulitzer è il massimo riconoscimento per giornalisti e scrittori made in Usa, quasi un Nobel. Finora i due mondi non si erano mai parlati. Il Pulitzer per la musica era andato a jazzisti o artisti classici che hanno fatto dell’avanguardia la loro missione. Il rap non era contemplato. E insomma è stata una bella sorpresa per tutti: chi si occupa di musica, chi di giornalismo, chi di letteratura. Ma chi è questo Kendrick Lamar? Che c’entra col Pulitzer? È la domanda che mi sono sentita rivolgere in questi giorni.

Anche io, lo ammetto, ho dovuto ripassare perché Kendrick Lamar non è uno dei musicisti più facili da capire, soprattutto per chi, come me, non mastica rap e trap dalla mattina alla sera. Una cosa però posso dire: scordatevi il rap di casa nostra.


Il rap di Lamar è quello che affonda nell’America dei ghetti, che denuncia il razzismo, che indaga sull’identità afroamericana e sulle origini.


Kendrick Lamar ha 30 anni (ne compie 31 il 17 giugno), è nato a Compton, in California, dove la guerra tra gang è la realtà quotidiana, ha vinto 12 Grammy ed è considerato uno dei migliori artisti hip hop di sempre. Il Time l’ha inserito fra le 100 persone più influenti del mondo. Ha tra i suoi fan Barack Obama e ogni musicista sogna di collaborare con lui. Il Pulitzer arriva come riconoscimento per l’album Damn, uscito nell’aprile 2017. Un album che qualche esperto considera meno bello dei precedenti, meno incisivo per quanto riguarda il “flow”, il flusso e ritmo della musica. Ma sicuramente più forte e complesso dal punto di vista delle parole.

Perché è di questo che si tratta: testo e parole.


Un po’ di tempo fa Paola Zukar, la manager di Fabri Fibra e Marracash, grande esperta della cultura hip hop americana, mi spiegava:

«prova a considerare il rap come una poesia.


Puoi essere d’accordo o meno su quello che dice. Ma ascolta l’intensità delle frasi, l’immediatezza. Come riescono a colpire».
Il rap come forma di poesia moderna. Quello di Damn ho cercato di capirlo grazie a un sito che si chiama Genius e riporta tutte le liriche, con i loro significati. Mi si è aperto un mondo dove Kendrick Lamar addirittura scomoda la Bibbia, la fede, la spiritualità, il padre e la madre (Dna), affronta la politica, l’amore, esperienze personali. Come quando racconta la paura di morire, il fatto di essere sopravvissuto alla prigione, dei genitori che lo hanno in qualche modo aiutato a starne fuori. Canta con Rihanna e suona con gli U2. Un capolavoro non c’è dubbio.

Meritava il Pulitzer? Evidentemente sì.


Con la motivazione «una virtuosistica raccolta di canzoni caratterizzata da una autenticità del gergo e dalla dinamicità ritmica, capace di offrire immagini che colpiscono e che catturano la complessità della società afro-americana oggi».


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