Keith Haring spiegato da un graffitaro

Dici Keith Haring e subito pensi al bambino che gattona, al cane radioattivo, agli omini danzanti: i suoi celebri soggetti riprodotti su T-shirt, cappellini e shopper. Invece ho scoperto che il writer americano, che ha cominciato a fare graffiti di notte nelle stazioni della metropolitana di New York, è stato molto di più: un artista complesso e impegnato. Me ne sono resa conto visitando la mostra Keith Haring. About art, appena inaugurata a Palazzo Reale di Milano.

Con me, un accompagnatore speciale: Pao, giovane artista milanese che ha iniziato con la street art (famosissimi, quasi un “marchio di fabbrica”, i suoi buffi pinguini disegnati sui paracarri in cemento) per approdare poi alla pittura, al design e alla scultura, tanto che i suoi lavori sono stati esposti alla Triennale di Milano e alla Biennale di Venezia. Pao, il cui vero nome è Paolo Bordino, si è presentato puntualissimo (chi l’ha detto che gli artisti sono tipi irregolari?) con Laura Pasquazzo, web artist e socia del suo studio.

Gallery: Alcune delle opere più famose di Keith Haring

Keith Haring Foundation
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Ci perdiamo tra le opere esposte 

E realizziamo solo alla fine di aver visitato la mostra al contrario...Per fortuna l’esposizione non segue un ordine cronologico, ma tematico: la religione, l’influenza africana, le citazioni artistiche, il mondo dei cartoon. Così la direzione non conta: ogni sala è un tassello del cosmo di questo artista.

Ma un writer di oggi cosa apprezza di più di Keith Haring, morto di Aids a 31 anni nel 1990? «Sono affezionato ai suoi ciono perché trasmettono energia e forza narrativa, a dispetto dei materiali umili e deperibili che impiega. Hanno l’immediatezza tipica del writer, che agisce di nascosto e in fretta per non farsi beccare».

Foto: Keith Haring in un ritratto di Timothy Greenfield, 1986

Il suo linguaggio è pieno di riferimenti a opere del passato

Basta guardare i lavori in cui riprende opere famosissime come il Giardino delle delizie di Bosch, Guernica di Picasso o i trittici religiosi medievali. «Ma lo fa a modo suo, con uno spirito giocoso e irriverente» spiega Pao. «Accade anche in un’altra delle mie opere preferite: Andy Mouse è un omaggio a Andy Warhol, che Haring dipinge con le orecchie di Topolino, accanto al simbolo del dollaro e con la stessa serialità delle celebri serigrafie del padre della Pop Art con Marilyn Monroe o Liz Taylor. Warhol è stato il pioniere che ha permesso alla generazione di Haring di potersi esprimere».

Sala dopo sala, scopro che Haring si è divertito a dipingere sulle superifici più disparate: dai teli gommati dei camion alle lastre metalliche un po’ arrugginite, fino alle tele di mussola. Un’altra opera da non perdere? Chiedo a Pao. «Difficile scegliere tra le oltre 100 in mostra. A me piacciono le sculture e i lavori pop con i cuori giganti che, sulle tele, diventano un archetipo di amore e di energia universale immediatamente comprensibile da tutti. Haring riusciva a mescolare “alto” e “basso” senza prendersi troppo sul serio».

Video: Keith Haring spiega i suoi graffiti nelle metropolitane


È un simbolo di impegno politico

Come sottolinea Pao: «La street art è, per definizione, espressione della cosiddetta “controcultura”. E si confronta su temi forti come il razzismo, la minaccia nucleare, l’Aids». Prima di salutare lui e Laura (che decidono di fare un secondo giro) mi piace concludere con una citazione dello stesso Keith Haring: «Io non sono un inizio, non sono una fine. Sono un anello di una catena. La robustezza della catena dipende dai miei contributi, così come dai contributi di quelli che vengono prima e dopo di me».

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