Io, al concerto dei Måneskin con mio figlio

18 04 2018 di Maria Giulia Comolli
<p>Il cantante dei Måneskin Damiano durante un concerto</p>

Il cantante dei Måneskin Damiano durante un concerto

Una giornalista (49enne) è andata in compagnia di un ragazzino (12enne) al live della band lanciata da “X Factor”. E qui racconta perché Damiano & Co. conquistano 2 generazioni di fan. Fra travestimenti hot, sfrontate pole dance e schitarrate alla Rolling Stones

Hanno 70 anni in 4, e l’unico maggiorenne, 19 anni compiuti a gennaio, è il frontman Damiano David. Quindi, cosa ci fa una giornalista 49enne con figlio 12enne, cresciuti entrambi a pane e Depeche Mode, insieme ad altre 600 persone al primo concerto milanese dei Måneskin? Fa quello che fanno gli altri (anzi le altre, visto che il pubblico, prevalentemente di fascia liceale, è al 95% femminile): il pieno di rock-pop-soul, certo, ma soprattutto di divertimento ad altissima carica ormonale. Senza preoccuparsi per il clamoroso gap generazionale.

«Hanno lavorato un sacco per arrivare al successo»

Sul palco ecco Damiano (voce) e Thomas “Er Cobra” Raggi (chitarra, il preferito di mio figlio «perché sembra timidissimo ma in scena diventa un demonio!») in giacca rossa glitterata con Ethan Torchio (batteria) in vestaglia/kimono di velluto - tutti con occhi bistrati e addominali nudi - più Victoria De Angelis (basso) in hot pants e top. Appena si sentono le prime note della cover di Let’s get it started dei Black Eyed Peas, la sala esplode. E non resta traccia di dovere di cronaca, istinto materno o fascinazione adolescenziale: ci si diverte e basta. Tutti. Per non parlare di quando Damiano e Thomas spruzzano l’acqua di una bottiglietta sul pubblico, neanche fosse champagne dal podio di Formula 1, e mio figlio e io ci chiediamo: «Non è che alla fine spaccheranno le chitarre come i vecchi rocker?». Mentre scorrono una ventina di brani, dalle cover di Vengo dalla luna di Caparezza e Dirty Diana di Michael Jackson agli inediti Chosen, Recovery e il nuovo Morirò da re, si balla, si salta, si fotografa e si filmano schitarrate e movimenti pelvici. Già. Perché la band romana, seconda a X Factor 11 ma per tutti vera vincitrice del talent, fa di sfrontatezza e allegra provocazione sessuale un fiore all’occhiello. A questo si aggiunge una sicurezza da star consumate. «Non confondete la sicurezza con l’arroganza» avvisa il frontman rispondendo chi li bolla come “gasati”. E il messaggio fa presa. Non tanto su noi mamme, che siamo già conquistate, ma sul preadolescente e i suoi amici perché «Damiano è un figo vero e loro hanno lavorato un sacco per arrivare lì: fare i falsi modesti è da sciocchi». Il tutto è condito con un’estetica che va dal vintage dei mercatini, da cui provenivano camicie e cappelli folk con cui si sono presentati ai casting di XF, fino alle pellicce e giacche firmate che oggi si possono permettere.

«Sono sicuri di sé»

Il momento clou del concerto è quello in cui Damiano, sceso dal palco, riappare alle nostre spalle in hot pants di pelle, stivali con tacco a spillo e nient’altro addosso salvo una catena che accarezza i pettorali, e canta Kiss this dei The Struts facendo la pole dance. È la stessa esibizione che durante il talent ha portato alcuni a ritenere la band troppo ambigua. Ma persino un 12enne e i suoi amici proclamano che «il fatto stesso di divertirsi a travestirsi significa che sono così sicuri di sé e della loro virilità da poter giocare fregandosene dei giudizi» (grande lezione di autostima, «e bravi Måneskin» dico io). Quella sera in tv quei 4 scatenati hanno dichiarato di non seguire la scia dei Gazosa, ma neanche dei Take That. Semmai, e ci perdoni chi lo considera un sacrilegio, quella di Jim Morrison o Robert Plant, con una gioiosa spruzzata di The Rocky Horror Picture Show.

«Ricordano i mostri sacri del rock»

Per i più giovani tutto questo è una novità, e i Måneskin piacciono perché «cantano e suonano bene, ballano benissimo, si vestono fighissimi, osano, stupiscono». Per la mia generazione è un rimando consapevole e piacevolissimo a qualcosa che non vedevamo dagli anni ’70. Ma alla fine il risultato è lo stesso. «E perché scandalizzarsi se si ispirano a mostri sacri? Propongono la loro idea di Morrison o Plant o Mick Jagger, e va bene così: personalizzano un’immagine » osserva Claudio Cecchetto. Che al concerto c’era «perché loro sono la cosa più interessante uscita dal X Factor e dal vivo non si sono smentiti». Qualcuno dice che puntino troppo sull’immagine... «La sensualità e l’estetica sono armi potenti. Ma è il momento di alzare l’asticella. Morirò da re è un brano molto radiofonico, funziona bene, come Chosen. E se lo si associa al modo di presentarsi, va ancora meglio. Fate la prova inversa e guardate un loro video con l’audio abbassato: vi verrà voglia di alzare il volume». Detto questo, un maschio eterosessuale 65enne non sembra il loro target, se non fosse un addetto ai lavori. «Mi sono divertito, è questo che conta» conclude Cecchetto. «E dal prossimo tour mi aspetto uno show ancora più costruito e maturo». Nell’attesa, i Måneskin si allenano a vivere da star: il loro van è in bella vista fuori dal club del concerto, con le portiere aperte sui divanetti rossi. Così le groupies, dopo l’ultimo brano, li aspettano in strada per guardarli salire in macchina come nella più classica tradizione. Alla domanda su come si vedano tra 10 anni, rispondono: «10 anni più vecchi. E con tutto questo 10 volte più grande». Mio figlio e io, per controllare, torneremo a vederli in autunno. E ci aspettiamo che spacchino le chitarre.

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