Phi: leggi il primo capitolo

22 01 2019

La trama

Can Manay è uno psicologo con molte ombre nel passato. Grazie alla sua filosofia di vita e ai suoi insegnamenti, ha ormai la popolarità di un guru ed è una potente – e capricciosa – star mediatica. Un giorno, mentre visita una proprietà da acquistare in un quartiere defilato della città, scorge tra le foglie una ragazza, una ballerina, che con una grazia e un’armonia uniche si esercita nel giardino di casa. Per Can è una vera e propria rivelazione: davanti a sé c’è l’incarnazione della perfezione estetica, di ogni ideale di bellezza, il PHI. L’uomo non può far altro che ricorrere a tutti i suoi mezzi e la sua ricchezza per conquistarla… Ma c’è qualcosa di più spietato dell’amore per una sola persona? Inizia così la travolgente storia di Can e Duru, del suo fidanzato Deniz e di Özge, una giornalista che scoprirà scottanti segreti sul conto di Can. Quattro personaggi intramontabili perché ci somigliano da vicino, ciascuno con i suoi traguardi da raggiungere e le sue ossessioni. Una storia di passione, speranza, tradimento, come la vita vera, che condurrà il lettore a muovere i primi passi verso un percorso di consapevolezza. Come i personaggi di PHI, infatti, “ciascuno, nella vita, ha una cosa che gli riesce molto bene. Una soltanto. Ce la portiamo dentro sin dalla nascita” e il nostro compito è riconoscerla; in una parola, scoprire chi siamo davvero. PHI è il viaggio di chi, senza paura, è padrone della propria esperienza, e non si perde nei suoi mille rivoli.

L'autrice

"AKILAH" AZRA KOHEN (1979) è una psicologa cognitivo comportamentale turca che ha studiato in Gran Bretagna e si è specializzata in studi motivazionali. La trilogia PHI, CHI, PI ha avuto un enorme successo in Turchia arrivando a vendere due milioni di copie. Da PHI è stata tratta una popolarissima serie tv.

Leggi l'intervista

Prima Parte

1 Siamo uguali solo nelle nostre mancanze

Can Manay aveva da poco superato i trent’anni e già aveva capito come giravano le cose: il mondo era un mercato e tutti avevano qualcosa da vendere. Il segreto era pretendere la cosa giusta dalle persone giuste e non dare in cambio nulla più del dovuto. Una transazione. La maggior parte dei suoi pazienti era gente che in questa transazione aveva perso la strada, dato troppo di sé, o si era creata delle aspettative, dimenticandosi che si trattava di uno scambio. Per Can Manay, la vita se la godeva solo chi imparava a gestire questo dare-avere; gli altri erano destinati a un’esistenza misera.

Seduto comodamente sul sedile posteriore della sua auto di lusso, osservava il traffico che nella corsia opposta procedeva a fatica, e il pensiero di vedere delle nuove case lo rilassava. Finalmente avrebbe potuto procedere con una nuova transazione: far entrare nel suo letto per qualche ora e qualche posizione le donne che voleva, senza però lasciarle entrare nella sua vita. Ora stava andando a vedere quattro case che gli aveva trovato Kaya, il suo assistente.

Quando l’auto si fermò al semaforo, alcune liceali che attraversavano la strada si accorsero di lui e subito circondarono il veicolo. Si misero a picchiettare sui vetri sperando in un autografo o in qualche parola e Can, senza scomporsi, indossò la solita maschera del mezzo sorriso. A mano a mano che l’auto si allontanava, abbandonò l’espressione professionale che aveva messo a punto per proteggersi dal mondo esterno. Nonostante fossero trascorsi undici anni, non si era ancora abituato a questo interesse eccessivo nei suoi confronti: lo faceva sentire un alieno. Il suo sguardo scivolò sullo specchietto retrovisore e incontrò quello di Ali.

«Lei è molto amato. Sono giovani e curiose» gli disse l’autista con un sorriso comprensivo. «Ciò che ci avvicina a Dio è la stessa cosa che ci allontana dagli altri: la curiosità. Dalla curiosità ha origine il nostro potenziale. La nostra identità consiste in ciò che ci incuriosisce e nel perché ci incuriosisce. Queste ragazze non mi amano, sono solo curiose. Ma la loro è una curiosità sviata, sfocata, tutto qui. Non ha nessun significato, dipende solo dal fatto che sono un personaggio televisivo» rispose Can.

«Di questi tempi la televisione è il luogo del potere. Se gli dèi scendessero sulla terra l’unico posto dove vorrebbero stare sarebbe la tivù: abbastanza vicini da essere visti ma lontani al punto da non essere raggiungibili. La fama è la prima cosa che dà vita agli dèi, la seconda è il fatto che la gente creda in loro. Lei le ha entrambe, in più è un essere umano» disse Ali divertito. Can Manay rispose con un mezzo sorriso, ma questa volta autentico.

«Lei dimostra che una vita migliore, una vita degna di essere vissuta, esiste. Offre loro una splendida prospettiva e, anche se non l’hanno sperimentata di persona, queste ragazze vogliono farne parte seguendo lei, oppure, se ne hanno l’occasione, colpendo il finestrino, attirando la sua attenzione in qualunque modo... Per loro lei è un esempio a cui ispirarsi». «Ma quanto siamo romantici, Ali! Ispirarsi per cosa, poi?» rispose Can prendendo in giro l’autista, del quale stimava l’intelligenza. «Io non offro niente a nessuno! Se avessi trovato la cura per il cancro, se fossi stato il primo uomo sulla terra a lavorare il ferro, insomma, se avessi fatto qualcosa di concreto, credi che mi accoglierebbero così? Certo che no! Loro vogliono solo essere notate. Notate da qualcuno che è già noto. Vogliono che qualcun altro certifichi la loro esistenza.» Poi si accomodò in una posizione che gli permetteva di vedere meglio Ali e disse: «C’è una storiella tibetana che mi piace molto». Ali si mise ad ascoltare.

«Un giorno un dio era seduto sul monte più alto del pianeta e rifletteva su alcuni semi che aveva appena creato, finché arrivò un amico, un dio dispettoso. L’amico gli chiese cosa fossero. “Sono semi” rispose. “Semi di che?” “I semi delle mie potenzialità... dentro di me ho così tante possibilità che a ogni seme ne ho associata una, e una volta che saranno cresciuti osservandoli conoscerò me stesso.” E il dio dispettoso commentò: “Semi divini! Questa, amico mio, non mi sembra una grande idea”. “Perché, cosa c’è di più sensato per un dio che conoscere se stesso?” “Quei semi si svilupperanno, ma non potranno mai realizzare appieno il tuo potenziale!” “Cosa ti rende così sicuro?” “Questi semi dovrebbero modificarsi di continuo per trasformarsi in ciò che tu vuoi che diventino. Come possono trasformarsi in tutto ciò che tu sei in grado di essere, che motivazione avrebbero, che cosa li spingerebbe?” commentò il dio dispettoso. “Non credo che funzioneranno.” “Li pianterò in una serra e li nutrirò con la curiosità.” “La curiosità per cosa?” chiese il dio. E l’altro: “La curiosità per il proprio potenziale”.

Il dio era convinto che i semi da lui creati un giorno avrebbero acquisito consapevolezza, diventando a loro volta divini. L’altro invece insisteva che sarebbero stati semplici anelli della catena alimentare e che non avrebbero mai potuto avere un’essenza divina. Il dialogo tra i due in pochi minuti divenne una scommessa e dopo alcuni secoli si trasformò in una sfida. Insomma, il dio creatore piantò i semi in una serra e li coltivò con la curiosità...».

Il silenzio e il profondo sospiro di Can Manay indicarono ad Ali che la storia era terminata. Indeciso se parlare, Ali lanciò un’occhiata a Can nello specchietto retrovisore. Lui guardava fuori dal finestrino. «E che ne è stato dei semi?» gli chiese alla fine. «Quando la questione si trasformò in una sfida, il dio dispettoso creò la quotidianità. Quelli che sono riusciti a preservare la propria curiosità dalle distrazioni di tutti i giorni, chissà, probabilmente ce l’hanno fatta.» Detto questo sorrise, e chiuse il discorso.

Ali ci pensò su. “Certo, siamo assediati dai compiti di ogni giorno, per dare un senso alla vita non facciamo che lavorare e anche quando non lavoriamo vediamo gli altri solo per stordirci: così sfuggiamo alla solitudine, ma se indirizziamo la nostra curiosità sempre e solo verso gli altri finiamo per sacrificare il nostro potenziale. Il personaggio di un film spesso ci sembra più interessante di noi stessi. Il genere umano è in una situazione orribile, e non per la fame, le calamità, le malattie... ma perché la curiosità di capire chi siamo veramente, il desiderio di consapevolezza, è stato accantonato, mentre qualsiasi stupidaggine sembra incuriosirci. Siamo smarriti. Nel nostro mondo, estranei a noi stessi, siamo in balia degli imperativi della quotidianità...”.

I pensieri di Ali furono interrotti dalla voce di Can, che guardando la gente alla fermata del bus commentò: «Aspettano di prendere il loro posto nella catena alimentare». Ali osservò il gruppetto e, infastidito da quello spietato snobismo, spinse sull’acceleratore e superò la macchina davanti. Nutriva molto rispetto per l’intelligenza di Can, ma i suoi giudizi taglienti su persone di cui non conosceva nulla lo avevano sempre irritato. In realtà a infastidire Ali non era tanto Can, quanto il fatto che con il tempo aveva iniziato a dargli ragione. E così proseguirono nel loro percorso, senza sapere che una delle persone in attesa del bus avrebbe stravolto la vita di Can Manay. Quando a un incrocio riconobbero l’auto di Kaya, capirono di essere arrivati. Kaya li stava aspettando davanti alla porta della casa. Era un quartiere ordinario, ma questo corrispondeva ai desideri di Can: pochi addetti alla sicurezza e scarso personale di servizio. Erano loro a fornire la materia prima alle riviste scandalistiche. Can Manay aveva imparato la lezione da molto tempo e teneva la sua vita privata così nascosta che a volte anche lui dimenticava chi ne facesse parte.

Da fuori era impossibile vedere il giardino. Il grande portone in ferro si apriva su una scalinata coperta in cima alla quale si trovava il giardino e da lì, percorso un breve tratto, si raggiungeva la porta d’ingresso. Can decise di non entrare prima ancora di arrivare alla porta: il fatto che la casa fosse costeggiata da due ville lo metteva a disagio. Il lato sulla strada era protetto ma il giardino non era abbastanza isolato, anche se era diviso da quello dei vicini da inferriate coperte di rampicanti. Ancora ignaro del fatto che quella casa avrebbe cambiato la sua vita, si arrabbiò prima con se stesso e poi con Kaya per avergli fatto perdere tempo. Mentre l’agente immobiliare parlava senza sosta, Can ebbe voglia di prenderlo a schiaffi. E decise di regalarsi una delle due sigarette che si concedeva nei momenti speciali, di vittoria. In fondo il solo fatto di aver trovato il tempo per vedere una casa era da ritenersi una vittoria. Fece cenno a Kaya di seguire l’agente e si accese la sigaretta.

La prima boccata era sempre piacevole, anche se poi gli sarebbe arrivata allo stomaco come un pugno. Mentre aspirava, sentì della musica provenire dal giardino accanto. Era un brano molto bello, che non aveva mai sentito prima e che destò la sua curiosità. Guardò l’orologio e, stanco di aspettare, si incamminò verso la fonte del suono. La vegetazione fitta gli impediva di vedere, per un istante gli sembrò che qualcosa si muovesse dietro le foglie, ma quando provò a osservare con più attenzione non scorse nessuno.

Mentre si avviava verso l’uscita, pensò che gli sarebbe piaciuto sapere di chi fosse quella musica stupenda. Sbirciò ancora una volta tra il fogliame. E poi la vide. L’immagine non era nitida, lo spiraglio da cui guardava era molto piccolo. Era la musica, la sigaretta fumata a stomaco vuoto, oppure Lei? Non l’avrebbe mai saputo, in un millesimo di secondo processò tutti i file della sua mente per capire cosa stesse provando e gli si parò davanti una sola parola: “colpito”. Can era profondamente scosso.

Mentre la guardava, si rese conto di trattenere il respiro. Prima la sigaretta gli cadde di mano, poi si aggrappò all’inferriata; per un attimo pensò che intorno potesse esserci qualcuno, ma non gli importava, non poteva importargli. Avrebbe continuato a guardare, non aveva scelta.

La ragazza era in equilibrio su una gamba sola, su un tronco, dritta come una statua, poi sollevò, lentamente ma senza tremare, l’altra gamba, con un’apertura di centottanta gradi. Il vestito non poté resistere alla gravità e scivolò, scoprendo quella gamba perfetta. Era muscolosa, solida, affusolata e femminile, come doveva essere... il Phi.* Con l’abito bianco che lasciava intravedere le forme, quel corpo divino, la pelle diafana e i capelli in movimento, la ragazza pareva irreale. Prendendo velocità all’improvviso, abbassò la gamba a mezz’asta e fece un giro di trecentosessanta gradi. Poi piegò quel corpo magnifico in avanti, la testa si chinò sulle gambe drittissime fino a raggiungere i piedi, aprì le braccia e in un colpo solo volteggiò in aria e raggiunse il terreno. Spalancò le gambe e appoggiò il sedere sul tronco e, in un unico movimento fluido, passò in verticale sulle mani, mentre il vestito scendeva completamente...

Per la seconda volta in vita sua, Can si sentì intossicato da una sensazione che sfuggiva al suo controllo. Quella creatura splendida era così senza eguali da sembrare quasi mitologica. L’impotenza e il senso di inadeguatezza erano talmente forti da rasentare il dolore fisico. Can non riusciva quasi a respirare e l’aria che gli entrava nei polmoni non era sufficiente di fronte all’emozione che gli esplodeva dentro. Si sentiva soffocare, eppure era in pace. Di lì a breve il dolore alle mani che stringevano le sbarre e il respiro corto lo fecero riavere e si ricordò dove si trovava. Con tutte le sue forze distolse lo sguardo da quella scena ipnotizzante, si girò e poggiò la schiena contro la recinzione. Sapeva che non doveva continuare a guardarla, ma tutto in lui reclamava a gran voce un punto di osservazione migliore. Mentre procedeva lentamente verso la casa, cercò di riacquistare il controllo di sé, poi ordinò a Kaya e all’agente: «Devo rivederla da solo, andatevene!». Non appena gli uomini uscirono, richiuse la porta velocemente e si precipitò su per le scale. Non sapeva dire se la musica che proveniva dal giardino fosse reale o solo nella sua testa. Entrò in una piccola camera. Dalla finestra si vedeva la ragazza danzare. Nascondendosi, ricominciò a guardarla. Era la cosa più bella che Can avesse mai visto. I piedi nudi, la pelle di porcellana e le proporzioni perfette lo stregavano. Mentre sentiva crescere il desiderio, decise di godersi la scena e si arrese a quella visione. Era la prima volta dopo tanto tempo che aveva un’erezione così naturale. Per un attimo pensò di masturbarsi, ma poi decise di no. Avrebbe pagato qualsiasi somma per fare l’amore con lei. Ma una creatura simile non la si poteva comprare, andava conquistata.

D’un tratto la musica finì. Un uomo alto raggiunse la ragazza, e quando la abbracciò Can si sentì tradito. Era sconvolto. Chi era quest’uomo? Come poteva toccarla così, senza riguardo? Kaya lo stava chiamando ma lui non ci badò, completamente concentrato sulla scena. Kaya lo chiamò di nuovo. Can si ricompose e urlò nervoso: «Che c’è?». Dopo un attimo di silenzio, Kaya salì le scale. «Tutto bene?» chiese. Can gli rispose seccamente di aspettarlo fuori. Quando sentì la porta richiudersi si voltò subito verso il giardino, ma non c’era più nessuno. La ragazza se n’era andata.

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