Wonder Woman fumetto
Particolare della cover di un albo della serie Wonder Woman: Agent of Peace (2020)

Wonder Woman compie 80 anni. Alle origini del mito

Creata nel 1941 da uno psicologo per “ingentilire” l’universo dei fumetti, la principessa delle Amazzoni Wonder Woman è la prima supereroina della storia. Dirompente e piena di contraddizioni

Wonder Woman oggi ha 80 anni

La prima missione di Wonder Woman è stata rassicurare. Mentre incombeva l’intervento degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, i genitori dei bambini americani si preoccupavano perché nei fumetti di supereroi c’era troppa violenza. Per tranquillizzarli, la All-American Publications, una delle 2 case editrici poi fuse nella DC, chiamò a fare da “consulente educativo” il professor William Moulton Marston, psicologo laureato a Harvard e inventore di una delle componenti del poligrafo, cioè della macchina della verità. Marston era convinto che il problema dei fumetti fosse la loro «raccapricciante mascolinità» e nel 1941, insieme al disegnatore Harry G. Peter, offrì la soluzione: una supereroina.

Wonder Woman oggi ha 80 anni, e a Milano c’è una mostra - Wonder Woman. Il mito - per celebrarla. In tutta la sua gloria e le sue contraddizioni.

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Le donne reali che hanno ispirato i creatori di Wonder Woman

Nel canone dei supereroi, la storia di come quel personaggio ha quei superpoteri è parte integrante della caratterizzazione. Superman è caduto sulla Terra dopo la distruzione del suo pianeta, e quindi protegge gli umani; Batman ha visto i suoi genitori morire ammazzati per strada, e quindi combatte il crimine.


Diana è la figlia della regina delle Amazzoni, cresciuta tra sole donne: il suo mito si fonda su un’utopia femminista


Il mito di Wonder Woman, invece, si fonda su un’utopia femminista. La principessa Diana di Themyscira, questo il suo nome di battesimo, è la figlia della regina delle Amazzoni: cresciuta tra sole donne nell’Isola Paradiso, salva un pilota imbranato precipitato lì per caso e poi lo segue nel mondo degli uomini. Marston era molto sensibile al fermento femminista di quegli anni, anche perché in casa viveva - in un solido ménage poliamoroso - con la moglie Elizabeth Holloway, brillante psicologa e avvocata in carriera, e con la seconda compagna Olivia Byrne, una sua ex-studentessa che aveva smesso di lavorare per occuparsi dei 4 figli complessivi, 2 per mamma. Byrne era altresì la nipote dell’attivista Margaret Sanger, sostenitrice dei «diritti erotici» delle donne, il cui contributo è stato cruciale nello sviluppo della pillola anticoncezionale.

1 di 4 - Copertine cult / 1
Il primo albo a fumetti dedicato alla principessa delle Amazzoni nel 1941.
2 di 4 - Copertine cult / 2
Il primo numero della rivista Ms. fondata dalla femminista Gloria Steinem nel 1972.
3 di 4 - Wonder Woman in tv
Il primo disegno di Wonder Woman, realizzato nel 1941 da Harry G. Peter, con le note dello psicologo William Moulton Marston. 
4 di 4 - Wonder Woman ora in mostra
La cover di un albo della serie Wonder Woman: Agent of Peace (2020). È esposta, insieme a disegni, costumi e gadget, nella mostra dedicata alla supereroina, fino al 20 marzo a Palazzo Morando a Milano.

Il superpotere di Wonder Woman

Sono queste le donne reali che hanno ispirato i tratti caratteristici di Wonder Woman (e dovremmo tenerlo presente, quando ci mettiamo in testa di riuscire a “fare tutto”: per costruirne una, ce ne sono volute 3). Ma il femminismo di Marston non si basava sul principio di uguaglianza: lui era convinto che le donne fossero moralmente superiori agli uomini, e che la popolarità del fumetto avrebbe preparato i giovani all’inevitabile ascesa del matriarcato.

Il superpotere di Wonder Woman è l’amorevole sottomissione (il professore avevaanche una passione privata per il bondage) e il “lazo della verità” la sua arma d’elezione: un richiamo al poligrafo, certo, ma anche una metafora della sessualità. Non una visione particolarmente progressista, va detto - e d’altra parte, Wonder Woman è disegnata come una pin-up in stivaletti - ma comunque inserita in un contesto di inequivocabile emancipazione.

La lotta per la parità, tra fumetto e realtà

Quando Marston muore, nel 1947, la moglie Elizabeth chiede alla DC di poterlo sostituire, ma quelli le preferiscono un tal Robert Kanigher, che trasforma Wonder Woman in star del cinema, modella, baby sitter: tutti ruoli più adatti a una signora. Anche nel mondo reale la lotta per la parità si impantana: i mariti tornati dalla guerra vogliono indietro i loro posti di lavoro; le mogli devono ritirarsi mansuete in casa, per garantire stabilità al Paese. La controversa ma indubitabile portata dirompente di Wonder Woman si affievolisce e alla fine degli anni ’60 la nostra (ex) eroina rinuncia ai suoi poteri per rimanere devota al fidanzato. Dismette il nome di battaglia insieme al costume da amazzone e come Diana Prince, per non farsi mancare nessun cliché, apre una boutique. Non rappresenta più una critica alla società patriarcale: è un ingranaggio del sistema.

La svolta negli anni '70

Bisognerà aspettare gli anni ’70 perché Gloria Steinem e altre intellettuali decidano di riappropriarsi della supereroina che ha modellato le aspirazioni della loro generazione, convincendo la DC a ripristinare nei fumetti la Wonder Woman amazzone delle origini. Nel 1972 ne annunciano il ritorno sulla copertina del primo numero di Ms., un magazine dedicato agli argomenti che alle donne importano davvero: politica, salute, economia. Il titolo è suggestivo: Wonder Woman for President (meno trionfale la considerazione che, 50 anni dopo, quello specifico traguardo non sia ancora stato raggiunto).

Lynda Carter è Wonder Woman in tv

Accantonando gli aspetti più controversi del personaggio originale, la nuova Wonder Woman diventa la mascotte del movimento. E nell’incarnazione televisiva di Lynda Carter, nel 1975, anche un pilastro della cultura popolare. In cambio deve cedere un po’ di umanità. Wonder Woman è una creatura straordinaria, paladina del bene che lotta contro il male: di fatto, un modello irraggiungibile.


È proprio in questa tensione irrisolta tra autonomia e compiacenza che Wonder Woman rimane un simbolo attuale


E mentre nella versione della statuaria Lynda Carter l’alter ego Diana Prince conserva almeno gli stilemi della ragazza dimessa (i capelli raccolti, gli occhiali da vista, i completini un po’ smunti), nella più recente interpretazione cinematografica di Gal Gadot è perennemente sventola, ché in sala bisogna portarci i maschi come le femmine. Ed è proprio in questa tensione irrisolta tra autonomia e compiacenza che Wonder Woman rimane un simbolo attuale. Perché il femminismo non ha vinto - forse non ha neanche pareggiato - e ogni giorno siamo chiamate a trovare un punto d’equilibrio tra la necessità di essere Wonder Woman, per arrivare incolumi fino a sera, e la frustrazione che nel 2021 sia ancora necessario ispirarsi a Wonder Woman, quando invece la parità è un diritto. Mica un superpotere.

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