Che televisione, cinema e letteratura contribuiscano a cambiare il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo, è un dato di fatto. Ecco perché è importante che la battaglia tra i sessi si svolga anche sul piccolo e grande schermo. Qualche anno fa uno studio del Geena Davis Institute sulla rappresentazione delle donne nei media aveva rivelato che, su 5554 personaggi parlanti nei 122 film per famiglie analizzati, solo il 29.2% erano femminili, con una media scoraggiante di una donna ogni 2.42 uomini, quasi un terzo.

Le cose stanno cambiando: dopo essere state confinate spesso a ruoli confortanti e di supporto, talvolta svestite quel tanto che basta per stuzzicare le fantasie del pubblico, le donne sono tornate a rivendicare i propri spazi. Non è più un tabù costruire storie di genere attorno a personaggi femminili, che anzi possono avere un appeal sul pubblico generalista, compreso quello maschile. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: da Wonder Woman, primo cinecomic ad essere stato diretto da una donna (Patty Jenkins), nonché tra i maggiori incassi del 2017, al recente Nelle pieghe del tempo, storia di empowerment al femminile, tra teorie scientifiche e galassie lontane.


E intanto, in tv, trionfa una serie come The Handmaid’s Tale (la cui seconda stagione partirà a breve), ambientata in un futuro distopico dove le donne, private dei loro diritti, danno il via alla rivoluzione in un’America cupa, brutale e misogina. Insomma, si investe molto di più in storie dalla forte connotazione femminile, anche in generi solitamente dominati dagli uomini. Come la fantascienza, dove le donne sono riuscite a ritagliarsi spesso ruoli di assoluto spessore, lontani da stereotipi e cliché (nonostante le critiche legate alle scene di nudo, l’indipendente e disinibita Barbarella di Jane Fonda è diventata cult e, per alcuni, anche un simbolo femminista).


In Lost in Space, reboot targato Netflix della serie tv anni ’60 (la prima stagione è disponibile dal 13 aprile), le donne hanno un ruolo determinante. Al centro della storia una famiglia disfunzionale, quella dei Robinson: la madre Maureen (Molly Parker), il padre John (Toby Stephens), le adolescenti Judy (Taylor Russell) e Peggy (Mina Sundwall) e il piccolo Will (Maxwell Jenkins). La serie immagina che nel 2048 la Terra sarà un luogo inospitale e che gli esseri umani partiranno per lo spazio, alla ricerca di nuovi pianeti. Durante il viaggio che dovrebbe condurli verso una delle colonie, però, l’astronave dei Robinson si schianta su un pianeta alieno. Dovranno affidarsi alle proprie capacità per sopravvivere. Per fortuna Maureen, ingegnere aerospaziale brillante e compassionevole, è intelligente e piena di risorse come le sue figlie.


Si tratta di personaggi umani, complicati e non privi di difetti, che non si preoccupano di dover rappresentare nulla se non se stessi. Il reboot ha modificato una delle figure principali della serie originale, quella del Dr. Zachary Smith, riscrivendolo per una donna. A vestire i panni della villain di turno c’è ora una strepitosa Parker Posey: «Le donne nel nostro show possono fare le stesse cose degli uomini, una cosa rara nella tv e nel cinema del passato» spiega l’attrice americana. «È diverso dal Lost in Space degli anni ’60, che offriva invece una versione idealizzata della classica famiglia americana: Maureen trascorreva il tempo a chiedere ad amici e parenti se potesse preparare loro dei panini. La storia è ambientata fra 30 anni e io mi auguro che, per allora, le differenze di genere non saranno più argomento di conversazione» prosegue Posey.


Torna in mente il satirico La fabbrica delle mogli (1975), tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin e di cui è stato realizzato, nel 2004, un remake con Nicole Kidman intitolato La donna perfetta. La storia, in cui gli uomini progettano dei robot atti a rimpiazzare le loro consorti, così da avere accanto casalinghe sottomesse e obbedienti, fu scritta negli anni ’70, all’indomani delle prime rivendicazioni femministe. Tra le serie sci-fi che di recente hanno fatto parlare di sé c’è Doctor Who: il protagonista del titolo cambia spesso volto, ma dal 1963 ad oggi il Dottore è stato interpretato solo da uomini. Quando, lo scorso anno, gli autori hanno deciso di affidare la parte ad una donna (Jodie Whittaker), i fan sono insorti. Tracy-Ann Oberman, che ha fatto parte del cast, ha dichiarato al riguardo: «È un cambiamento che contiene un messaggio significativo: le nuove generazioni capiranno che le donne non devono essere relegate solo al ruolo di assistenti».


È anche il senso di alcuni titoli recenti e acclamati dalla critica come Annientamento, in cui un gruppo di scienziate guidato da Natalie Portman si avventura oltre una misteriosa barriera elettromagnetica per salvare il mondo, e Arrival, dove la linguista Louise Banks (Amy Adams) è la sola in grado di comunicare con gli alieni appena atterrati sulla Terra. Una delle eroine più famose del cinema action, la Ellen Ripley della saga di Alien, era stata invece scritta per un uomo. Il regista Ridley Scott pensò che affidare la parte a Sigourney Weaver avrebbe sorpreso gli spettatori, i quali non si aspettavano che una donna così bella sarebbe riuscita a sopravvivere. Entertainment Weekly ha definito Ripley “una delle prime eroine cinematografiche a non essere definite dagli uomini che ha intorno o dalle sue relazioni con loro”.


Accanto a lei, sul podio dei personaggi femminili iconici che hanno ispirato più di una generazione, c’è la Principessa Leia di Star Wars. Il personaggio di Carrie Fisher è quello di una principessa atipica, spesso priva di make-up, che sa badare a se stessa e che agisce, piuttosto che aspettare che qualcuno intervenga a salvarla. Inoltre la relazione amorosa con Han Solo (Harrison Ford, col quale Fisher ebbe davvero una liason al di fuori del set) non mette mai in ombra il suo coraggio e la sua indipendenza. Di donne nella fantascienza che hanno lasciato il segno, in fatto di rappresentazione, ce ne sono tante: come Uhura, tenente dell’Enterprise nella serie di Star Trek. Si tratta di una delle prime donne di colore nella televisione americana a non essere stata rappresentata secondo alcuno stereotipo. Quando Nichelle Nichols, l’attrice che l’ha interpretata tra il 1966 e il 1969, valutò l’ipotesi di lasciare la serie, Martin Luther King Jr. la convinse a restare, ricordandole come fosse diventata un simbolo per la comunità nera negli anni del movimento per i diritti civili: «Se te ne vai, ti rimpiazzeranno con una bionda qualunque e sarà come se non fossi mai esistita».


E tra i modelli più amati degli ultimi 20 anni? Di sicuro la Dana Scully di X-Files, ambiziosa, razionale e cinica, e la Katniss Everdeen nella saga di Hunger Games. L’eroina interpretata da Jennifer Lawrence ha dimostrato che a Hollywood i film incentrati sulle donne possono incassare più di quelli guidati dagli uomini ed è diventata il simbolo della lotta ad ogni tipo di dittatura. Il saluto a tre dita unite della protagonista, segno di democrazia e protesta, è stato infatti utilizzato dai manifestanti in Thailandia dopo il colpo di stato militare del 2014. Perché l’arte, a volte, influenza davvero il mondo.