La maternità penalizza ancora le donne?

04 06 2019 di Eleonora Lorusso
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Lavorare fino al nono mese vuol dire cogliere un'opportunità o rinunciare a un diritto? Intanto le aziende offrono soluzioni per ridurre gli effetti dell’assenza delle lavoratrici

Niente più discriminazioni per le atlete in gravidanza. La Nike, colosso nel mondo dello sport (e delle sponsorizzazioni) ha deciso un cambio di rotta nelle politiche di ingaggio dei testimonial donne, dopo le proteste di diverse atlete per i compensi drasticamente ridotti o sospesi in caso di gravidanze. A sollevare le polemiche era stata l’americana Allyson Felix, che aveva duramente criticato l'azienda. Ora ha appena ottenuto una vittoria, inducendo Nike a fare marcia indietro per non compromettere la propria immagine.

La notizia ha riaperto la discussione sulle penalizzazioni delle donne in maternità.

Donne al lavoro in gravidanza: una scelta o un obbligo?

Da quando in Italia è stato modificato il congedo di maternità, con la possibilità di lavorare fino al nono mese di gravidanza, si è aperto il dibattito tra chi la ritiene una possibilità in più per le donne e chi invece pensa che l’attesa e la nascita di un figlio siano momenti da vivere “a pieno”, con i giusti tempi e negli spazi adeguati, che non sono l’ufficio o il posto di lavoro in genere. Molte sono poi le future madri che semplicemente non hanno la possibilità di restare a casa, perché vittime di ricatti più o meno espliciti da parte dei datori di lavoro. Il rischio, raccontato sottotraccia ma presente, è di perdere l'impiego se rimangono per troppi mesi lontane dall'azienda. 

Ma la maternità rappresenta ancora un problema per le donne che lavorano? La nuova legge è un’opportunità o un boomerang? Stare a casa è ancora una (libera) scelta oppure rischia di compromettere il futuro professionale delle donne? 

Lavoro o famiglia?

I dati indicano che nel nostro Paese la maternità rappresenta ancora un momento di scelte delicate e per nulla facili da prendere per le lavoratrici: 7 donne su 10 (70%) ricorrono alle dimissioni volontarie quando nasce un figlio, contro il 20% degli uomini. Ma la scelta non è sempre fatta a cuor leggero: secondo i più recenti dati dell’Ispettorato del Lavoro (2017) su 37.738 dimissioni volontarie da parte di genitori con figli con meno di 3 anni, poco meno di 25mila sono donne, che motivano la scelta con la mancanza di servizi (in particolare nidi) e costi troppo elevati (come per una baby sitter a tempo pieno) per potersi permettere di tornare in ufficio. In 5.000 circa, invece, decidono di cambiare posto di lavoro, optando per un impiego meno impegnativo e più facile da conciliare con la famiglia.

Tra il 2011 e il 2016 circa 115.000 neomamme si sono dimesse. Sono spesso under 35 (1 su 2) che non riescono a conciliare la cura dei figli con la professione.
Tra gli uomini, invece, solo 7.859 hanno lasciato il lavoro e di questi 5.609 lo ha fatto per scegliere una nuova azienda. La gestione della famiglia, dunque, ricade ancora troppo spesso sulle spalle delle madri.

Non va meglio, poi, per le lavoratrici autonome, mentre chi lavora in una grande azienda può avere a disposizione politiche a supporto delle neomamme. Che possono fare la differenza.

Quale congedo? A ogni scelta la sua conseguenza

 “Il congedo di maternità rappresenta inevitabilmente una battuta d’arresto" ammette Sandra Mori, presidente di Valore D, la prima associazione italiana di grandi imprese che promuove la diversità, il talento e la leadership femminile. Di fronte alla scelta se restare a casa per l'intero periodo del congedo di maternità o se rientrare al lavoro subito, la manager conferma che a fare la differenza sono le conseguenze della "scelta" della lavoratrice: "Entrambe le scelte sono rispettabili, ma le conseguenze che possono avere sono diverse. Nel primo caso, quando si torna al lavoro è naturale che le condizioni siano cambiate, specie se si gode di tutto il periodo di congedo consentito dalla legge (che pure è la metà rispetto a quello, ad esempio, previsto in Germania dove si arriva a due anni), mentre nel secondo caso si può scegliere di restare in contatto con il mondo del lavoro. Ci sono infatti aziende che consentono di mantenere contatti e aggiornamenti per le donne in maternità. Naturalmente si tratta di grandi multinazionali". 

Le opportunità delle grandi aziende

Esistono aziende nelle quali "su base volontaria si offre alle donne in congedo di maternità la possibilità di tenersi aggiornate sull’attività in ufficio, incaricando un mentor, che telefona con cadenza settimanale o quindicinale, o invia mail alla futura mamma o neomamma. Altre realtà, invece, non solo continuano a inviare alla dipendente le informazioni di base, ma considerano quello della maternità come un periodo di acquisizione di nuove competenze, come la capacità di essere multitasking o di prendersi cura dell’altro. Certo, c’è ancora molto da fare, ci vorrà tempo perché si tratta di un cambiamento culturale che non può avvenire solo grazie a una legge, ma qualcosa si sta muovendo” dice Mori. Si tratta, però, di "isole felici", mentre nella maggior parte dei casi le donne lavoratrici si ritrovano spesso penalizzate dalla maternità.

Con 458mila nascite nel 2017, l’ltalia è il paese dove si fanno meno figli in Europa e anche quello in cui le donne lavorano meno (e sono meno pagate rispetto agli uomini). A pesare proprio la maternità, che spesso è vista dai datori di lavoro come un “problema” economico e di produttività, e dalle lavoratrici stesse come un “ostacolo” alla propria crescita professionale e alla carriera.

I sensi di colpa e la sindrome da “super donna”

Una donna lavoratrice che sceglie di lavorare fino al nono mese di gravidanza si trova spesso a fare i conti con un forte "senso di colpa", verso il bambino ma a volte anche verso l'azienda. "Personalmente, quando è nata la mia seconda figlia ed ero dipendente, la mia scelta è stata di non usufruire del congedo di maternità, neppure quello obbligatorio per legge, andando incontro a non poche battaglie. Mi sentivo a disagio perché ero stata assunta da poco quando sono rimasta incinta: se tornassi indietro non lo rifarei, perché mi sono privata di un diritto” racconta la presidente di Valore D.

Ma tornando al lavoro così presto (o congedandosi così tardi) non si rischia di incappare nella sindrome da “super donna”? “In effetti non bisognerebbe mai estremizzare. L’opportunità di lavorare fino all’ultimo giorno è giusta, ma deve anche essere una scelta personale e fatta con serenità e convinzione”. Non la pensano così i sindacati e le donne del movimento Non una di meno

Niente "ricatti" in maternità

Il movimento Non una di meno è contrario al provvedimento che consente di lavorare fino al termine della gravidanza, anche quando le condizioni fisiche lo consentono. "La modifica è propagandata come un’opportunità per le lavoratrici. Ma fenomeni come le dimissioni in bianco e i tassi altissimi di disoccupazione femminile, le enormi quote di lavoro nero e grigio e la disparità salariale, testimoniano quanto le donne paghino nella vita professionale la prospettiva della maternità. In un mercato del lavoro che penalizza le donne, lavorare fino al parto rischia di diventare un obbligo, altro che scelta!" hanno spiegato, aggiungendo che la legge ha solo l'effetto di far sì che la cura dei figli sia sempre più a carico delle donne.

E i padri?

L’Italia con la legge di Bilancio 2019 ha introdotto alcune novità: ha allungato il congedo obbligatorio per i padri italiani a cinque giorni al 100% dello stipendio (per genitori naturali, adottivi, affidatari), introducendo la possibilità di usufruire di un sesto giorno, che va scalato da quelli che spettano alla madre. C’è però il limite che la misura riguarda i lavoratori dipendenti: “È troppo poco: bisognerebbe aumentare almeno a cinque settimane, se non a uno o due mesi come nel nord Europa” dice Isa Maggi, coordinatrice degli Stati Generali delle Donne. 

Più flessibilità: dal co-working al cambio dei turni

Per le donne lavoratrici, dunque, c'è ancora molto da fare. Qualche opportunità in più è offerta dalla tecnologia, che in alcuni casi permette di lavorare anche da casa grazie a Internet, al wi-fi, agli smartphone e alla possibilità di essere costantemente aggiornati e in contatto con l’ufficio.

“Aumentano le imprese che offrono la possibilità di telelavoro, a prescindere dalla maternità o dai permessi per l’allattamento, perché il modo di lavorare si sta rivoluzionando. Certo dipende dal tipo di attività: per quelle d’ufficio è più semplice" dice Mori. Ma come fare nei casi di lavori per i quali si richiede una presenza fisica? La proposta di alcuni di chiedere cambi turno, magari lavorando di notte, in modo da occuparsi dei figli di giorno, pare poco realistica. "Occorre poter contare sulla presenza del padre nelle ore del sonno” ammette la presidente di Valore D. Certo, i padri di oggi sono spesso presenti e di reale aiuto, ma rappresentano una minoranza.

Una possibilità del genere non rischia di diventare un boomerang?

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