Che cosa lega un’importante istituzione finanziaria a un racconto cinematografico nato attorno a una delle ferite più laceranti della nostra storia recente? Il legame esiste, ed è profondo, se la responsabilità d’impresa sceglie di farsi parte attiva di un cambiamento culturale necessario. È il caso del Gruppo Banco BPM, che con Notorious Pictures ha avviato una partnership per accompagnare l’uscita di Se domani non torno, il film ispirato al libro di Gino Cecchettin.
Banco BPM e l’impegno sociale
Un’operazione su più fronti: dal sostegno diretto all’opera cinematografica, alla mostra Continuiamo a fare rumore, con le tavole degli studenti di NABA e Scuola Internazionale di Comics e con quattro disegni originali di Giulia Cecchettin che sono stati di recente esposti nella sede centrale di Milano. Fino ad arrivare al progetto educativo che, dal 2027, le Fondazioni territoriali del Gruppo porteranno nelle scuole d’Italia. È l’approdo di un percorso interno capillare: nel Piano Strategico del Gruppo la parola guida è infatti “rispetto”, un principio identitario tradotto in misure precise.
Dal programma che ha coinvolto circa 20.000 dipendenti in attività di ascolto e valorizzazione della persona, all’accordo sindacale pionieristico che riserva il 2% delle nuove assunzioni a donne che hanno subito abusi o a figli di vittime di femminicidio. A cui si aggiungono l’adesione ai protocolli ABI per la prevenzione della violenza domestica, la sospensione dei debiti e il sostegno a progetti come Una donna, un lavoro, un conto, per garantire quell’autonomia finanziaria senza la quale non può esserci libertà.
A guidare questa visione c’è anche Umberto Ambrosoli, Presidente di Fondazione BPM e di Banca Aletti. Figlio di Giorgio Ambrosoli – avvocato che pagò con la vita il proprio dovere civico -, conosce bene il peso delle scelte etiche e il valore di chi impara a trasformare un lutto devastante in una battaglia condivisa per la comunità.
Intervista a Umberto Ambrosoli, Presidente di Fondazione BPM e di Banca Aletti
Il sostegno del Gruppo al film è un segnale forte. Cosa vi ha convinto?
«Non inseguiamo la ricerca di visibilità: il cinema, come il teatro e altre discipline artistiche, è uno strumento di cambiamento culturale a cui vogliamo partecipare. Ma ci arriviamo dopo un importante percorso interno. Da anni mettiamo al centro il valore del rispetto, principio cardine del nostro piano industriale. Una società è fatta di persone che si danno delle regole: più in alto le poni, più pervasivamente queste rappresentano la tua identità. È il motivo per cui nelle sponsorizzazioni premiamo realtà impegnate nel sociale, come la squadra femminile del Milan o Numia Vero Volley. Con Notorious è accaduto lo stesso: cercavamo un progetto culturale e sociale autentico».
Nel quotidiano di un’azienda come si costruisce la cultura del rispetto?
«Con un lavoro plurale. Prima di proporre corsi, le Risorse Umane hanno aperto una grande fase di ascolto: “Cosa significa rispetto per voi?”. Da lì è emersa anche una parola chiave: “Oltre”. Andare oltre il genere, oltre l’età, oltre il ruolo e la gerarchia della persona con cui mi interfaccio. Se c’è una mancanza di rispetto, anche la disattenzione più lieve, questa va fatta emergere subito per consentire una ricucitura: serve a evitare che chi l’ha subita la coltivi come un vulnus e che chi l’ha compiuta la reiteri come abitudine».
Continuiamo a fare rumore, Banco BPM per Fondazione Cecchettin
La vicenda di Giulia ha mostrato la natura culturale e sistemica della violenza. Come hanno reagito i colleghi a questa partnership?
«Non la prenda come una battuta, ma per capire davvero l’efficacia di questo percorso dovremmo chiederlo alle famiglie di ciascuno di loro: l’obiettivo di un approccio culturale è incidere sulla vita delle persone, non solo sul contesto lavorativo in cui agiscono. La reazione interna è stata però di straordinario orgoglio. Ed è un dato fondamentale: c’è una parte del Paese che davanti a vicende simili si dichiara estranea. Quell’orgoglio dimostra invece una reale disponibilità a mettersi in discussione, senza riflessi difensivi. Il percorso sul rispetto ha reso più bello lavorare insieme, ma l’auspicio è che generi più ascolto, inclusione e sensibilità anche nella vita privata».
A Milano avete di recente ospitato la mostra Continuiamo a fare rumore. Perché partire dalle scuole di disegno?
«L’impegno della famiglia Cecchettin e della sua Fondazione ha particolare senso se riesce a parlare ai giovani. La cultura che tollera l’orrore accaduto a Giulia non nasce da un momento all’altro e non riguarda una sola fascia d’età. Per intercettare i ragazzi bisogna andare nelle scuole e nelle università con gli strumenti a loro più adatti. L’ho sperimentato personalmente: nel 1995 è uscito un film bellissimo sulla vicenda di mio padre (Un eroe borghese di Michele Placido, ndr). Se oggi lo mostro ai miei figli, scopro che ha ritmi per loro difficili da seguire, mentre prodotti che impiegano linguaggi più recenti li coinvolgono subito. I disegni fatti da ragazzi per i ragazzi hanno un’efficacia enorme. Nel nostro salone centrale non vogliamo solo i clienti, abbiamo voluto che venissero, per quella mostra, le scolaresche. E prossimamente le Fondazioni del Gruppo replicheranno nei territori quella stessa possibilità».
La collaborazione con Gino Cecchettin
Cosa ha provato davanti all’assunzione di responsabilità di Gino Cecchettin?
«Mi ha colpito molto. In meno di tre anni quest’uomo, insieme ai suoi figli, ha fatto un percorso pazzesco per trasformare il dolore personale in valore collettivo. In un’intervista gli hanno chiesto se avesse parlato con i genitori dell’assassino. La sua risposta mi ha commosso per l’attenzione, l’immedesimazione e la comprensione: ha ricordato che, quando va in giro, la gente lo ferma perché è il papà della vittima, loro invece vengono giudicati, in quanto genitori dell’assassino. L’unico termine che mi è venuto in mente è: gigante. Nei giorni dell’attesa e della speranza di ritrovare Giulia viva, tutti noi abbiamo pensato: “Se fossi al suo posto?”, “E se, come Giulia e il suo carnefice, fossero scomparsi i nostri figli?”. I Cecchettin hanno avuto la forza di non disperdere quell’angoscia e quel dolore, di renderli in un certo senso sacri, chiedendo a ciascuno di noi di vigilare sui campanelli d’allarme, sia nelle fragilità sia nelle pulsioni di prepotenza».
Gli obiettivi: fare rumore
Guardando a questa alleanza tra cultura, comunità e impresa, qual è l’impatto più duraturo che si augura?
«Durante l’inaugurazione della mostra, Gino Cecchettin ha raccontato un episodio che spero si replichi all’ennesima potenza. A bordo di un aereo, una ragazza seduta dietro di lui gli ha messo una mano sulla spalla dicendogli: “Io sono viva grazie a lei”. Poi gli ha spiegato che ascoltare i suoi allarmi e i suoi consigli le aveva fatto capire che la relazione in cui si trovava la stava privando della libertà. E che quel volo lo prendeva per andare da un’amica che il fidanzato le impediva di vedere da anni. L’impatto che mi auguro è questo: che tante persone, fermandosi davanti a questa storia, imparino a misurare con attenzione il coefficiente di rispetto che offrono e che pretendono di ricevere».
Donna Moderna va allo stadio
La cultura del rispetto, cruciale per prevenire e combattere ogni forma di violenza, va diffusa capillarmente coinvolgendo tutti, uomini e donne nei più diversi contesti sociali. E per questo il numero di Donna Moderna che stai leggendo la sera del 28 ottobre, durante Milan Bologna, arriva a San Siro, distribuito nelle tribune rosse e in quelle delle autorità prima della partita: un gesto chiaro in questa direzione. Un gesto legato all’impegno dello stesso Gruppo Banco BPM in ambito sportivo quale partner di AC Milan e di maglia della squadra femminile di serie A del Milan.
