Giulia Cecchettin potevamo essere noi. Potevo essere io, che alla stessa età di Giulia avevo un fidanzato come Filippo Turetta, faccia “normale”, genitori “normali”, studente universitario con la 24ore in pelle. E come Turetta , anche lui esercitava dinamiche di controllo e potere: dove vai, non andare all’università, studiamo a casa mia, non uscire con le tue amiche.

Ieri come oggi: la stessa dinamica di potere

A quei tempi i cellulari non c’erano, 43 pagine di messaggi (tanti sono i messaggi della chat con Giulia raccolti nella sentenza che l’ha condannato all’ergastolo), per noi dell’era analogica erano fiumi di parole dette a voce, telefonate sul numero di casa, con noi che cercavamo di nasconderci in una stanza, e poi tante lettere. Io l’ho scampata per un pelo, Giulia è morta.

A due anni dall’uccisione di Giulia Cecchettin, quella ragazza col sorriso da bambina diventata il simbolo di tutti i nostri sogni fatti a pezzi da 75 coltellate, dobbiamo chiederci ancora il perché. Nonostante la sua morte sia diventata un simbolo, nonostante da allora il femminicidio sia diventato un reato, nonostante suo padre Gino abbia creato una Fondazione, nonostante noi giornalisti continuiamo a parlarne, dobbiamo chiederci ancora perché in Italia vengono uccise 2,89 donne alla settimana. Dobbiamo ancora chiederci perché questa media matematica che fa a pugni col dolore non si abbassa.

Giulia Cecchettin

Niente cambia se gli uomini non si sentono coinvolti

Nessuna legge, nessun panpenalismo, nessun deterrente può mettere al riparo noi donne, e le nostre figlie, dal rischio di subire violenza da parte degli uomini, se gli uomini non cambiano. Se non cominciano a fare una sana autocritica collettiva. Se non cominciano a sentirsi coinvolti, tutti quanti, senza chiamarsi fuori con lo slogan #notallmen (cioè non tutti stuprano, perseguitano, uccidono): ma comunque sono tanti, troppi, quelli che lo fanno. Come se il problema della violenza sulle donne fosse nostro, che lo subiamo, e non di chi lo compie.

Dobbiamo dimostrare anche di morire di più

Come se noi dovessimo giustificarci nel chiedere aiuto, o dimostrare ogni volta che non moriamo abbastanza: abbastanza per meritare attenzione, abbastanza per puntare il dito contro una cultura che ancora ci soffoca e non ci garantisce pari opportunità, abbastanza per rompere il soffitto di cristallo, per uscire allo scoperto e dire «Siamo brave anche noi», «siamo competenti», ma soprattutto: «Vogliamo essere libere».

La logica di potere dietro ai femminicidi

Perché un uomo che uccide una donna in una dinamica di coppia, nella maggior parte dei casi agisce per una logica di potere, di dominio, di controllo. Ad oggi, i femminicidi in Italia sono 78, secondo une delle fonti più autorevoli, l’Osservatorio di Non una di meno. Dove si leggono anche le cause: morte per strangolamento, martellate, coltellate, ustioni, arma da fuoco, corpo contundente, investita con auto, buttata giù dalle scale, caduta giù dalla finestra. Un’aneddotica fredda, descrittiva, funzionale alle statistiche, dietro la quale però noi cogliamo i segni di tante vite distrutte. Tante le donne anziane, di cui nessuno parla, e le immigrate, tutte colf, badanti, casalinghe. Aspettate per strada, come in un agguato mafioso, o uccise a casa, mentre lavoravano o dormivano o cucinavano al culmine di una lite furiosa.

L’attenzione mediatica dipende dalla vittima

La loro storia, ne prendiamo dolorosamente atto, merita meno attenzione mediatica delle altre: quante donne non bianche, non giovani, non “appetibili” per la cronaca come Pamela Genini o Giulia Cecchettin, hanno passato gli ultimi minuti della loro vita urlando, con la percezione esatta che sarebbero morte? Quante donne vivevano matrimoni infelici, dominate dai mariti? Mariti che, si legge nel report dell’Osservatorio, non accettavano la separazione, oppure erano stati cacciati da casa perché non lavoravano, oppure erano depressi, qualcuno con disturbi psichiatrici, qualcuno tossicodipendente. Poche avevano denunciato.

Dopo Giulia Cecchettin: le denunce aumentano

Le denunce, però – unico dato positivo in questa antologia sempre uguale a se stessa – stanno aumentando, così come le donne che cercano aiuto nei CAV, i Centri Anti Violenza. Segno che la consapevolezza cresce, che forse le donne ascoltano di più le cosiddette red flags, i segnali di una relazione maltrattante. Che forse si fidano di più della rete tesa intorno a loro, tra forze dell’ordine, servizi sociali, centri anti violenza, sportelli d’ascolto negli ospedali, nelle università, nelle scuole. A noi dei media il compito di continuare a denunciare e stigmatizzare la violenza, alle famiglie quello di educare giovani maschi rispettosi e giovani donne capaci di autodeterminarsi, alla scuola quello di insegnare la cultura del rispetto, alle istituzioni quello di assegnare i fondi per fare prevenzione a tutti i livelli: solo agendo prima potremo riuscire a salvare qualche vita in più.