Perché denunciare non basta a fermare il bullismo

Credits: @da Internet
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Non c'è una legge. Ed è un fenomeno ancora poco conosciuto. Così solo se ci si mette tutti insieme, genitori, insegnanti, educatori, si possono evitare tragedie come quella del ragazzo che si è ucciso nel vercellese perché perseguitato dagli amici

Quattro anni di scherzi brutali. Costretto con la testa in un sacchetto dell’immondizia oppure rinchiuso a forza in un bidone e poi fotografato e pubblicato su Facebook in una pagina aperta apposta da quelli che aveva creduto suoi amici.

Aveva 26 anni Andrea Natali che viveva con i genitori a Borgo d’Ale, un paesino in provincia di Vercelli. Un ragazzo semplice che faceva l’operaio, amava le auto e sognava di costruirsi una famiglia. Lo hanno trovato impiccato l’altro giorno.

Ucciso dal cyberbullismo.

Quattro anni d’inferno che Andrea ha passato in silenzio e in solitudine. Fino a quando ha trovato la forza di presentare una denuncia alla Polizia postale «non solo per fermare i suoi aguzzini» dicono oggi i genitori Federico e Liliana (in alto con la foto del figlio) «ma per evitare ad altri ciò che è accaduto a lui».

Così la pagina Facebook è stata chiusa, gli atti trasmessi alla Procura. Ma tutto è finito in nulla  e la violenza è continuata.

E allora? Perché neppure una denuncia riesce a a fermare una persecuzione crudele?

«Innanzitutto perché in Italia non esiste una legge sul cyberbullismo» risponde Ivano Zoppi, fondatore e presidente di Pepita, una onlus impegnata da anni su questo tema. «Non c’è una legge che stabilisca il reato e punisca i responsabili. Ora, nei casi più gravi, si procede per diffamazione o per stalkeraggio, ma il cyberbullismo è altro. È peggio. È la deliberata intenzione di fare del male a qualcuno attraverso i social».

Non c’è legge (una proposta è in discussione in commissione al Senato) e non c’è anche molto altro. «Pochi ospedali sono dotati di strutture e competenze specifiche in grado di curare chi ne è vittima» dice Zoppi che con Pepita onlus lavora in collaborazione con il San Raffaele di Milano. «Soprattutto mancano figure di riferimento con le quali i ragazzi possano parlare e confidarsi».
Solo un caso di bullismo su due, infatti, emerge. Sul resto ci sono unicamente silenzio e vergogna.

«I genitori di oggi spesso hanno l’ossessione di organizzare la vita dei figli. Gliela programmano nei minimi dettagli ma non li accompagnano. Nel senso che non riescono a stabilire con loro la confidenza e la fiducia indispensabili. Così i ragazzi si sentono soli e tacciono. Invece il cyberbullismo si vince parlando e raccontando e denunciando». E controllando. «Se a tuo figlio dai uno smartphone, se sai che è collegato con i social, hai il dovere di controllare. Anche facendo un patto con lui: “Io ti do questi strumenti tecnologici, insieme vediamo come li utilizzerai”».

Lo stesso vale per gli insegnanti «che devono essere preparati ad ascoltare e a collaborare con i genitori. Troppo spesso vedo padri e madri delegare alla scuola l’educazione dei figli e poi prendersela con la stessa scuola quando emergono dei problemi. C’è un rimpallo di responsabilità tra tutti e invece occorrono collaborazione e condivisione. In sostanza: bisogna tornare a educare i ragazzi spiegando loro cosa si può fare e cosa non si deve fare. Non solo contro gli altri ma per rispetto della propria dignità e identità».

Informarsi, parlare, raccogliere le confidenze, essere punti di riferimento: così genitori, insegnanti, educatori possono affrontare un fenomeno che in Italia è relativamente giovane. Pepita onlus lavora, tra l’altro, con il Milan calcio, Google Italia, la Fondazione Atm per le colonie estive, il Csi (Centro sportivo italiano). «Tra poco lanceremo la campagna “Su Internet è per sempre” per ricordare a tutti che quello che pubblichi in Rete lì rimarrà, segnando la tua vita e quella degli altri».

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