Tumore, l’immunoterapia funziona davvero

24 10 2016 di Cinzia Testa
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Dall’ultimo congresso di oncologia arrivano notizie importanti. I farmaci che aiutano le difese dell’organismo danno buoni risultati anche contro i tumori più difficili

Mettere l’organismo in grado di lottare contro il cancro: è questo il segreto dell’immunoterapia, cura antitumorale all’avanguardia e sulla quale medici e ricercatori ripongono tante speranze.

Come funziona l'immunoterapia

Gli studi hanno dimostrato che in alcuni casi la cellula tumorale ha sulla sua superficie dei recettori (cioè delle porte) che riesce a tenere ben chiusi. Così può crescere e riprodursi senza che il sistema immunitario si accorga della sua esistenza e lo possa attaccare. E non solo: gli stessi recettori, se rimangono chiusi, possono rendere il tumore insensibile agli effetti dei farmaci chemioterapici.

Le nuove cure agiscono proprio su queste porte e fanno sì che il cancro torni visibile e quindi aggredibile. «L’immunoterapia sta cambiando il modo di affrontare i tumori» afferma Fortunato Ciardiello, presidente Esmo, la società che riunisce gli oncologi europei. «I farmaci vanno però prescritti in modo mirato. È importante rivolgersi a centri di eccellenza dove si possono trovare oncologi e infermieri specializzati in grado di seguire il paziente in tutto il percorso di cura». Ma per quali tipi di tumore viene già usata l’immunoterapia? E come funziona? Ecco cosa ci hanno raccontato gli esperti che abbiamo intervistato durante il Congresso europeo di oncologia.

Il melanoma ha fatto da apripista

«Gli studi hanno visto che il melanoma, il tumore più diffuso della pelle è particolarmente sensibile agli stimoli del sistema immunitario» spiega Francesco Cognetti, presidente della Fondazione Insieme contro il cancro. «E quindi risponde molto bene agli immunoterapici». Qui siamo già alla seconda generazione di farmaci: ipilimumab, il primo nella storia della medicina, oggi ha lasciato il posto ad altre due molecole dal nome complicato: il nivolumab e il pembrolizumab. Sono tutte cure a carico del Servizio sanitario nazionale, a patto che il caso rientri nelle indicazioni stabilite a livello internazionale. «Gli immunoterapici vanno bene per le forme di melanoma avanzato, quando la chemioterapia non funziona» aggiunge il professor Cognetti. «Con risultati impensabili fino a dieci anni fa. Attualmente infatti quattro pazienti su dieci stanno bene dopo tre anni dall’inizio della cura. Ma, e questo è il dato sensazionale, stiamo vedendo che la malattia rimane stabile anche oltre questo periodo di tempo».

Nuove speranze per il polmone

Sino a qualche anno fa questo tumore veniva spesso definito dai medici “malattia orfana di trattamenti validi”. Adesso non più. «Per ora i risultati dell'immunoterapia sono stati provati in particolare per la cosiddetta forma squamosa» dice Filippo De Marinis, direttore della divisione toracica dell’Istituto europeo di oncologia di Milano. «Si tratta di quella più pericolosa perché è molto aggressiva. Per fortuna, però, risponde bene alla stimolazione dei farmaci che attivano il sistema immunitario».

Le ultime ricerche inoltre fanno ben sperare anche per l’altra forma, quella cosiddetta non squamosa. In questo caso l’immunoterapico è efficace, ma solo nei pazienti che risultano positivi al Pdl-1. Si tratta di un recettore, cioè di una “serratura” presente sulle cellule oncogene che le rende invisibili al sistema immunitario. Il pembrolizumab riesce a eliminare questo blocco.

Non tutte le molecole sono disponibili

«Ad oggi l’unico immunoterapico che possiamo prescrivere col Servizio sanitario nazionale per la cura del tumore al polmone è nivolumab» dice Cesare Gridelli, presidente dell’Associazione italiana oncologia toracica. «Ma unicamente per la forma squamosa e solo quando non funziona la chemioterapia. Nel resto d’Europa è già stato approvato anche per la forma non squamosa, in Italia non ancora. Per l’uso del pembrolizumab invece i tempi saranno più lunghi perché siamo in attesa del via libera da parte dell’Ente europeo».

Ma come ci si può muovere se il farmaco non è disponibile e si rientra tra coloro che potrebbero beneficiarne? «Se la molecola non ha ancora ricevuto l’approvazione europea, si può ricevere la cura comunque facendo riferimento alla legge 648» dice il professor De Marinis. «In alcuni casi particolari la normativa permette agli ospedali di prescrivere comunque le cure e di farlo a carico del Servizio sanitario». Se invece c’è già stato il via libera in Europa, una strada può essere quella di entrare a far parte degli studi clinici, che spesso vengono effettuati nei maggiori centri oncologici.

Il trattamento si fa in ospedale

Gli immunoterapici si assumono tutti per infusione endovenosa, ogni 14 oppure 21 giorni, a seconda della sostanza e dello schema di trattamento. Che, al momento, non ha una durata stabilita: i malati che hanno cominciato la cura tre anni fa, la stanno ancora seguendo. Per l’infusione è sempre necessario andare in ospedale: la somministrazione è lenta e ogni seduta dura circa un’ora e mezza.

COSA SUCCEDE DURANTE LA TERAPIA

Quando si usano questi antitumorali gli effetti collaterali più comuni sono gastrointestinali e si controllano con i farmaci corticosteroidi. Nei primi mesi poi la malattia sembra peggiorare ma non bisogna preoccuparsi. «È la cosiddetta “pseudo-progressione”» dice Vittorina Zagonel, direttore dell’oncologia medica 1 dello Iov di Padova. «Non si tratta di una crescita del tumore, ma delle conseguenze dell'attivazione del sistema immunitario.

E ORA SI SPERIMENTA SUL RENE

Gli immunoterapici sono allo studio anche per altri tipi di cancro. È di questi giorni la notizia che funzionano per la forma di tumore del rene più comune. È anche la più severa perché in un caso su tre viene diagnosticata quando è in una fase molto avanzata e spesso con metastasi. La ricerca appena presentata durante il Congresso europeo di oncologia fa ben sperare. Con l’associazione di due molecole già usate per il melanoma e per il tumore del polmone, i ricercatori sono riusciti a fermare la malattia nonostante fosse molto grave. Con dati che parlano da sé: a due anni dall’avvio della cura l’arresto persiste in ben sette pazienti su dieci.

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