Chemioterapia, perché oggi chi ha un tumore non deve averne paura

06 09 2016 di Cinzia Testa
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Oggi è ancora più drammatico morire di cancro per aver rifiutato la chemioterapia (come è successo a due donne) perché le cure tradizionali sono affiancate dalle terapie complementari, che ne riducono gli effetti collaterali. Come spiega il massimo esperto italiano 

Una donna è morta per tumore al seno e una per leucemia. Due malattie oncologiche diverse e un unico denominatore: entrambe seguivano il metodo Hamer, dal nome del medico tedesco che l’ha messo a punto. E che al momento, radiato dall’ordine dei medici e condannato più volte, è latitante nei Paesi del Nord Europa.

Le basi del metodo Hamer

Secondo le sue teorie, un evento traumatico doloroso può essere la causa di un tumore. Che si può guarire, sempre in base a quanto sostiene lui, solo facendo sì che il malato risolva i suoi conflitti emotivi. Il metodo prevede inoltre il rifiuto per la chemioterapia e la morfina, perché sarebbero la causa principale dei decessi in oncologia.

Perché si ricorre a questi metodi?

«La malattia rende più fragili ed è umano che si possa cadere in mani sbagliate», spiega Carmine Pinto, presidente Aiom, l’associazione che riunisce gli oncologi e direttore dell’Oncologia Medica dell’IRCCS- Arcispedale S.Maria Nuova di Reggio Emilia. «E per legge non si può imporre a un paziente maggiorenne e capace di intendere e volere di sottoporsi a una determinata cura se non vuole. Ma il ruolo dell’oncologo è basilare per evitare queste situazioni, o perlomeno per limitarne i danni. Sta a lui infatti instaurare un rapporto di comunicazione e fiducia con il paziente, ascoltarlo e discutere insieme i pro e i contro delle diverse terapie. Perché se il malato si sente ascoltato nei suoi bisogni e paure, comprende il perché della terapia che viene proposta ed i cambi di cura “in corsa”».

La nuova chemioterapia ora fa meno paura

Secondo il metodo Hamer, la chemioterapia è devastante per l’organismo. «In generale gli effetti della chemioterapia sono la principale preoccupazione dei pazienti», aggiunge il dottor Pinto. «Ma questo era vero con i trattamenti di 30 anni fa. Oggi invece possiamo utilizzare regimi di chemioterapia più attivi e scelti anche sulla base dello stato di salute del paziente, insieme a trattamenti sintomatici che riducono e prevengono in maniera significativa gli effetti collaterali. Va detto anche che i progressi dell’oncologia sono tali che attualmente la chemioterapia è una delle tante possibilità di cura. Altre importanti cure sono le terapie personalizzate con farmaci biologici “target”, cioè mirati su ben identificati bersagli cellulari alterati nello specifico tumore, e più di recente anche l’immunoterapia, che riattiva il sistema immunitario del paziente contro la neoplasia».

La medicina complementare

Il metodo Hamer viene considerato uno dei metodi della medicina complementare. Ma non lo è. Questo però sta creando confusione. «Il primo è un ostacolo alla guarigione perché esclude qualsiasi altra strategia di cura», spiega Alberto Laffranchi, specialista in radiodiagnostica e radioterapia all’Istituto dei Tumori di Milano e responsabile scientifico del gruppo di studio di medicine e terapie complementari in oncologia. «Mentre la seconda, come dice il nome, integra i trattamenti tradizionali». L’esempio più calzante? Il ruolo della medicina complementare nell’alleviare i sintomi della chemioterapia, quali la nausea e la stanchezza.

I centri in Italia

Ancora una volta, però, è determinante il ruolo del medico e la sua capacità di allacciare un buon rapporto col paziente. Una ricerca pubblicata un paio di anni fa sulla rivista scientifica Journal of alternative and complementary medicine e condotta in un Centro oncologico americano, ha dimostrato che sei pazienti su dieci dopo la diagnosi scelgono di utilizzare anche rimedi della medicina complementare, con benefici maggiori rispetto a chi non li utilizza. «Dobbiamo offrire questo tipo di approccio anche in Italia, in ogni struttura oncologica», aggiunge il dottor Laffranchi. «Il cambiamento è già in atto e in alcuni Centri oggi le due medicine coesistono in perfetto equilibrio. C’è però ancora molto da fare, a livello di informazione. Il malato in un futuro che si spera breve dovrà sapere che non è necessario cercare al di fuori delle strutture ospedaliere, col rischio di finire in mani sbagliate. L’obiettivo è che, dove ci si cura, siano disponibili soluzioni come l’agopuntura, l’omeopatia, l’omotossicologia, la reflessologia, la medicina antroposofica, che migliorano la recettività dell’organismo nei confronti dei trattamenti oncologici tradizionali. A tutto vantaggio di una qualità di vita una migliore».

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